Pagina:Italiani illustri ritratti da Cesare Cantù Vol.1.djvu/75: differenze tra le versioni

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55 fico VII a recidere Firenze, testa dell’idra; il Petrarca chetava le liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli Scaligeri quando spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma, e andava gridando pace, pace, pace, senza ricordare che questa ben si muta anche coll’armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro nazionale importi respingere il «bavarico inganno» e il «diluvio raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi» . Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della Corte pontifizia; ma Dante pei mali che credea venirne all’Italia ed alla Chiesa, il Petrarca per le dissolutezze di quella e perchè dimorava fuori di Roma; e sebbene per classiche reminiscenze applaudisse a Cola Rienzi che rinnovava il tribunato, ed esortasse Carlo di Boemia a fiaccar le corna della Babilonia, pure continuò a viver caro ai prelati, e morì in odore di santità; mentre l’Alighieri errò sospettato di empio, e poco falli si turbassero le stanche sue ossa (66). Secondo quest’indole. Dante, malgrado la disapprovazione e la novità, osò in lingua italiana descriver fondo a tutto l’universo; il Petrarca, benchè venuto dopo un tal esempio, non la credette acconcia che alle inezie vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri e da sè stesso (67). Questi con dolcissima armonia cantò la più te(66) Guido da Polenta lo ripose in un’urna marmorea, finchè gli ergesse un sarcofago più degno, ma noi potè. Dopo due secoli, Bernardo Bembo, podestà veneto in Ravenna, gliene fece eriger uno dal valente architetto e scultore Pietro;; Lombardo nel 1483, con marmi scelti. Trovatolo deperito nel 1692, Domenico Corsi fiorentino ’egato di Romagna lo fe restaurare a pubbliche spese. Poi nel 1780 fu riedificato a disegno di Camillo Morigia e a spese del cardinale Valenti Gonzaga legato a latere della Romagna; Paolo Giabani luganese fece a stucco i quattro medaglioni, che raffigurano Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande e Guido da Polenta. Le ossa del poeta stanno in un’urna di marmo greca, su cui a mezzo rilievo l’effigie di esso e la nota iscrizione, Jura monarchiae, ecc.; sotto all’urna una cassetta di marmo, contenente medaglie di Pio VI, del cardinal Valenti Gonzaga e una pergamena colla storia di quel sepolcro. (67) Sonetto 2o, IT. Nella prefazione alle Epistole famigliari dice avere scritto alcune cose viIgari per dilettar gli orecchi del popolo. Nella Vili di esse soggiunge che, per sollievo dei suoi mali, dettò ale giovanili poesie vulgari», delle quali or prova pentimento e rossore («cantica, quorum hodie pudet ac paenitet»), ma che pur sono accettissime a coloro, i quali dallo stesso male sono compresi.» Nella XIII delle Senili: • Ineplias quas omnibus, et mihi quoque si liceat ignotas velim». E scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: o Non so quanta faccia di vero • sia in questo, ch’io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose
DANTE
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fico VII a recidere Firenze, testa dell'idra; il Petrarca chetava le
liberali declamazioni di frà Bussolari, appoggiò gli Scaligeri quando
spedirono in Avignone a chiedere la signoria di Parma, e andava
gridando pace, pace, pace, senza ricordare che questa ben si muta
anche coll'armi quando non sia dignitosa, e quando al decoro na-
zionale importi respingere il « bavarico inganno » e il « diluvio
raccolto di deserti strani per inondare i nostri dolci campi » .
Usciti ambidue di gente guelfa, sparlarono della Corte pontifizia ;
ma Dante pei mali che credea venirne all'Italia ed alla Chiesa, il Pe-
trarca per le dissolutezze di quella e perchè dimorava fuori di Roma ;
e sebbene per classiche reminiscenze applaudisse a Cola Rienzi che
rinnovava il tribunato, ed esortasse Carlo di Boemia a fiaccar le
corna della Babilonia, pure continuò a viver caro ai prelati, e morì
in odore di santità; mentre l'Alighieri errò sospettato di empio, e
poco falli si turbassero le stanche sue ossa (66).
Secondo quest'indole. Dante, malgrado la disapprovazione e la
novità, osò in lingua italiana descriver fondo a tutto l'universo; il
Petrarca, benché venuto dopo un tal esempio, non la credette ac-
concia che alle inezie vulgari, cui bramava dimenticate dagli altri
e da sè stesso (67). Questi con dolcissima armonia cantò la più te-
(66) Guido da Polenta lo ripose in un'urna marmorea, finché gli ergesse un sarco-
fago più degno, ma noi potè. Dopo due secoli, Bernardo Bembo, podestà veneto in
Ravenna, gliene fece eriger uno dal valente architetto e scultore Pietro;; Lombardo
nel 1483, con marmi scelti. Trovatolo deperito nel 1692, Domenico Corsi fiorentino
'egato di Romagna lo fe restaurare a pubbliche spese. Poi nel 1780 fu riedificato
a disegno di Camillo Morigia e a spese del cardinale Valenti Gonzaga legato a latere
della Romagna; Paolo Giabani luganese fece a stucco i quattro medaglioni, che
raffigurano Virgilio, Brunetto Latini, Can Grande e Guido da Polenta.
Le ossa del poeta stanno in un'urna di marmo greca, su cui a mezzo rilievo l'ef-
figie di esso e la nota iscrizione, Jura monarchiae, ecc.; sotto all'urna una cassetta
di marmo, contenente medaglie di Pio VI, del cardinal Valenti Gonzaga e una per-
gamena colla storia di quel sepolcro.
(67) Sonetto 2o, IT. Nella prefazione alle Epistole famigliari dice avere scritto al-
cune cose vi^Igari per dilettar gli orecchi del popolo. Nella Vili di esse soggiunge
che, per sollievo dei suoi mali, dettò ale giovanili poesie vulgari», delle quali or
prova pentimento e rossore (« cantica, quorum hodie pudet ac paenitet»), ma che
pur sono accettissime a coloro, i quali dallo stesso male sono compresi. » Nella XIII
delle Senili: • Ineplias quas omnibus, et mihi quoque si liceat ignotas velim». E
scolpandosi a quei che lo diceano invidioso di Dante: o Non so quanta faccia di vero
• sia in questo, ch'io abbia invidia a colui che consumò tutta la vita in quelle cose ^