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ne l’ora che ciascuno se n’andava a casa per desinare andò verso il palazzo del re ed incontrò esso signor Timbreo che da la corte a l’albergo suo se n’andava, al quale cosí il signor Girondo disse: — Signor Timbreo, egli non vi sia grave venir meco qui presso per un mio servigio. — Egli, che il signor Girondo da compagno amava, seco se n’andò di varie cose ragionando. Onde in pochi passi vennero a la chiesa ove il sepolcro di Fenicia era stato fatto. Quivi giunti, comandò il signor Girondo ai servidori che nessun di loro entrasse in chiesa, pregando il signor Timbreo che altrettanto comandasse ai suoi. Il che egli fece di subito. Entrarono dunque tutti dui soli in chiesa ne la quale non era persona, ed il signor Girondo, inviatosi a la cappella dove era la finta sepoltura, colá condusse il signor Timbreo. Come furono dentro, il signor Girondo, inginocchiatosi innanzi a la sepoltura e sfodrato un pugnale che a lato aveva, quello cosí ignudo diede in mano al signor Timbreo, che tutto pieno di meraviglia attendeva che cosa fosse questa e ancora non s’era avvisto che sepoltura fosse quella innanzi a cui il suo compagno s’era inginocchiato. Poi, pieno di singhiozzi e di lagrime, cosí al signor Timbreo parlò: — Magnanimo e gentil cavaliero, avendoti io per mio giudicio infinitamente offeso, non sono venuto qui per chiederti perdono, perciò che il mio fallo è tale che non merita perdono. Però se mai pensi far cosa degna del tuo valore, se credi operar cavalierescamente, se desideri far opera accetta a Dio e grata al mondo, metti quel ferro che in mano hai in questo scelerato e traditor petto e del mio vizioso ed abominevol sangue fa’ convenevol sacrificio a queste santissime ossa de l’innocente e sfortunata Fenicia, che in questo deposito fu questi di seppellita, imperò che de la sua indegna ed immatura morte io maliziosamente sono stato la sola cagione. E se tu, piú di me pietoso che io pur di me stesso non sono, questo mi negherai, io con queste mani quella vendetta di me prenderò che per me ultimamente si potrá. Ma se tu sarai quel vero e leal cavaliere che fin qui sei stato, che mai una minima ombra di macchia non volesti sofferire, di te e de la sventurata Fenicia
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l’ARTE PRIMA
ne l'ora che ciascuno se n’andava a casa per desinare andò
verso il palazzo del re ed incontrò esso signor Timbreo che da
la corte a l’albergo suo se n’andava, al quale cosi il signor
Girondo disse : — Signor Timbreo, egli non vi sia grave venir
meco qui presso per un mio servigio. — Egli, che il signor
Girondo da compagno amava, seco se n’andò di varie cose ra¬
gionando. Onde in pochi passi vennero a la chiesa ove il se¬
polcro di Fenicia era stato fatto. Quivi giunti, comandò il signor
Girondo ai servidori che nessun di loro entrasse in chiesa,
pregando il signor Timbreo che altrettanto comandasse ai suoi.
Il che egli fece di subito. Entrarono dunque tutti dui soli in
chiesa ne la quale non era persona, ed il signor Girondo, in¬
viatosi a la cappella dove era la finta sepoltura, colà condusse
il signor Timbreo. Come furono dentro, il signor Girondo, in¬
ginocchiatosi innanzi a la sepoltura e sfodrato un pugnale che
a lato aveva, quello cosi ignudo diede in mano al signor Tim¬
breo, che tutto pieno di meraviglia attendeva che cosa fosse
questa e ancora non s’era avvisto che sepoltura fosse quella
innanzi a cui il suo compagno s’era inginocchiato. Poi, pieno
di singhiozzi e di lagrime, cosi al signor Timbreo parlò: — Ma¬
gnanimo e gentil cavaliero, avendoti io per mio giudicio infi¬
nitamente offeso, non sono venuto qui per chiederti perdono,
perciò che il mio fallo è tale che non merita perdono. Però
se mai pensi far cosa degna del tuo valore, se credi operar
cavalierescamente, se desideri far opera accetta a Dio e grata
al mondo, metti quel ferro che in mano hai in questo scele-
rato e traditor petto e del mio vizioso ed abominevol sangue
fa’ convenevol sacrificio a queste santissime ossa de l’innocente
e sfortunata Fenicia, che in questo deposito fu questi di sep¬
pellita, imperò che de la sua indegna ed immatura morte io
maliziosamente sono stato la sola cagione. E se tu, più di me
pietoso che io pur di me stesso non sono, questo mi neghe¬
rai, io con queste mani quella vendetta di me prenderò che per
me ultimamente si potrà. Ma se tu sarai quel vero e leal ca¬
valiere che fin qui sei stato, che mai una minima ombra di
macchia non volesti sofferire, di te e de la sventurata Fenicia
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