Differenze tra le versioni di "Elogio catodico del quotidiano/Introduzione"

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''In Italia si potrebbero citare solo personaggi particolarissimi ed eccentrici, come Angelo Lombardi, “l’amico degli animali” o il professor Cutolo. La regola dell’aurea mediocrità domestica, informale, come inderogabile nella costruzione di un personaggio televisivo popolare non trovava riscontro nella nostra tv delle origini, neppure in certi programmi che parevano non poterne fare a meno.''
 
E’ quasi inutile ricordare che trasmissioni come Pronto Raffaella?, o L’altra Domenica di Renzo Arbore, o La Corrida o Il pranzo è servito di Corrado Mantoni, o la stessa Paperissima, per non parlare dei programmi di Gianfranco Funari, hanno avuto come veri protagonisti delle loro puntate, “personaggi non televisivi”<ref>Sull’uso della seguente definizione, cfr. Caprettini [1996, 43].</ref>.
Tali persone comuni che non sono mai state inserite in nessun organigramma di nessuna emittente, e che quasi sempre non hanno mai percepito un compenso per la loro partecipazione, tuttavia hanno rivestito un ruolo fondamentale nella realizzazione delle trasmissioni sopracitate. Tornando al presente, è forse inutile qui ricordare, che la fruizione di un contenuto audiovisivo stia passando sempre di più dal classico medium televisore, a nuove piattaforme, in primis a siti di condivisione user generated content, come Youtube, le cui clip, che ognuno può inserire, possono a loro volta essere inserite nei blog o sulla pagina personale dei social networks.
 
Si vuole inoltre cercare di capire, alla luce di quanto successo negli anni ottanta con la lotta tra Rai ed emittenti commerciali, in primis Fininvest, quanto sia importante nella fase di lancio di una “nuova forma di televisione” la presenza di volti noti di precedenti forme di emittenza.
Si può per certi versi tranquillamente fare un paragone per analogia, tra le innovazioni arrivate per dirlo con le parole di Eco [1983, 163] «con la moltiplicazione dei canali, con la privatizzazione, con l’avvento di nuove diavolerie elettroniche» e di linguaggio televisivo<ref> Con le parole di Bruno [1994, 12]: «Le caratteristiche attribuite da Eco alla neotv possono essere così sintetizzate: -Autoriflessività (supremazia del “contatto” dalla funzione fàtica di Jakobson rispetto alla funzione referenziale di discorso sul mondo; -Evidenza dell’enunciazione (la verità della trasmissione attestata dallo sguardo-in-macchina dell’enunciatore o dell’esibizione delle tecnologie di ripresa, è più importante della verità di ciò che viene trasmesso); -Non trasparenza del rapporto informazione-fiction, gli eventi “reali” vengono predisposti ai fini della ripresa televisiva); -Coinvolgimento “Folk” dello spettatore (le tv locali esibiscono un linguaggio ben poco globale); -Elasticizzazione del tempo determinata in parte dalla miscela di programmi con differenti ritmi interni, in parte da ciò che oggi si chiama zapping. L’elenco può apparire un po’ sconnesso ma in effetti l’intenzione di Eco era più di descrivere una situazione che non di approntare un’analisi». Lo stesso Eco [1983, 163] all’inizio del noto articolo “TV: La trasparenza perduta” aveva specificato «Sui caratteri della Neo tv si sono già fatti studi (per esempio la recente ricerca sui programmi televisivi d’intrattenimento compiuta per la Commissione parlamentare di vigilanza da un gruppo di ricercatori dell’università di Bologna). Il discorso che segue non vuole essere un riassunto di questa ed altre ricerche importanti, ma tiene d’occhio il nuovo panorama che questi lavori hanno messo in luce». Eco [1981, 7-9] nell’introduzione al testo di M. Wolf (a cura di), Tra informazione ed evasione: i programmi televisivi di intrattenimento. ERI, Torino, 1981 osserva: «La ricerca mette in luce un rilevante processo di trasformazione della televisione nel proprio complesso, visto attraverso l’indagine di un “genere” tradizionalmente poco studiato e cioè il programma di intrattenimento (in quanto distinto da quello di informazione e da quello di finzione). Ci si attende di solito da una ricerca che essa provveda ai committenti dati che non era possibile rilevare senza accurati computi statistici (condotti per mezzo di tests empirici sulle reazioni del pubblico o di analisi della ricorrenza di idee, opinioni, atteggiamenti ideologici). Ora, informazioni del genere sono già state abbondantemente provvedute da altre ricerche citate nel primo capitolo della prima parte. Ciò che questo lavoro vuole mostrare è ciò che in principio è già sotto gli occhi di tutti, anche di chi guardi per una sola volta un programma di intrattenimento. Non è detto naturalmente che ciò che è sotto gli occhi di tutti sia per questo evidente, né che ciò che è evidente sia automaticamente valutabile per ciò che implica. E questa è la ragione per cui ciò che è sotto gli occhi di tutti ha dovuto essere reso evidente attraverso un lavoro di analisi e comparazione di programmi diversi. Questa ricerca ha cercato appunto di mostrare che ciò che era sotto gli occhi di tutti appariva “naturale” (come se cioè le cose non potessero andare diversamente” e per questo non veniva rilevato: rilevarlo, e descriverlo nei suoi meccanismi, significava mostrare che quanto sembrava naturale era invece culturale effetto di una serie di regole, di strategie, di manipolazione..[…](la ricerca n.d.r.) analizza modalità di comunicazione comuni a tutti questi programmi, forme generali, modi di porgere ovvero modi di stabilire un rapporto tra teleschermo e pubblico. Ma, così procedendo la ricerca non analizza delle tecniche, delle grammatiche, delle scelte stilistiche: essa riguarda le modalità di produzione della “verità” o della “veridicità” e mostra come queste nuove modalità sono destinate a trasformare l’atteggiamento del pubblico rispetto ai criteri tradizionali di vero e falso, o di reale e fantastico, e a instaurare un diverso rapporto fiduciario con il teleschermo. Ciò che la televisione comunica, e che crediamo sia indipendente dal modo in cui lo comunica, sarà sempre più determinato da queste modalità di comunicazione. Ripetiamo a scanso di equivoci: questa ricerca non parla tanto del modo in cui la televisione parla della realtà extra-televisiva ma del fatto che attraverso le trasmissioni esaminate il concetto stesso di realtà viene messo in questione. Sempre Bruno[1994, 38] basandosi questa volta sul noto articolo in lingua francese“De la paléo a La Neotélévision” di Casetti e Odin (in "Communications", n. 51, Paris, 1990) continua la sua interessante sintesi, «La neoTV, invece, è contrassegnata da: -Prossimità (la vita quotidiana è il referente primario delle trasmissioni, che ne riproducono caratteristiche spaziali e temporali); -convivialità (modello del talk show) -flusso continuo (con fenomeni di contaminazione dei generi, sincretismo, imbricazione fra programmi, emissioni-omnibus ovvero megacontenitori proteiformi, iperframmentazione, valorizzazione dell’inserto come meta-immagine ecc. Nel passaggio dalla paleo- alla neo-TV, lo spettatore implicito assume nuovi ruoli: di mandante, di partecipante, di valutatore».</ref> introdotte tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta (fine del monopolio con esponenziale aumento dell’offerta televisiva per il telespettatore, inizio trasmissioni a colori, satellite, videoregistrazione) e l’attuale situazione in cui è possibile fruire del contenuto audiovisivo non più solo tramite la televisione analogica, ma anche tramite digitale terrestre, web tv, iptv e siti internet di condivisione di contenuti; in entrambi i casi il telespettatore ha davanti a sé un processo di moltiplicazione esponenziale dell’offerta rispetto alla situazione precedente caratterizzata dal monopolio (anni Settanta) o da un oligopolio (situazione attuale).
Si può per certi versi tranquillamente fare un paragone per analogia, tra le innovazioni arrivate per dirlo con le parole di Eco [1983, 163] «con la moltiplicazione dei canali, con la privatizzazione, con l’avvento di nuove diavolerie elettroniche» e di linguaggio televisivo introdotte tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta (fine del monopolio con esponenziale aumento dell’offerta televisiva per il telespettatore, inizio trasmissioni a colori, satellite, videoregistrazione) e l’attuale situazione in cui è possibile fruire del contenuto audiovisivo non più solo tramite la televisione analogica, ma anche tramite digitale terrestre, web tv, iptv e siti internet di condivisione di contenuti; in entrambi i casi il telespettatore ha davanti a sé un processo di moltiplicazione esponenziale dell’offerta rispetto alla situazione precedente caratterizzata dal monopolio (anni Settanta) o da un oligopolio (situazione attuale).
Anche per questo secondo argomento si può partire sempre dalle parole che Umberto Eco scrisse a proposito della televisione degli anni Ottanta:
 
Il passaggio a Sky avvenuto non senza polemiche nel 2009 da parte di due personaggi del calibro di Fiorello e Mike Bongiorno ha riportato alla memoria, la “Guerra degli ingaggi”, combattuta negli anni Ottanta tra le emittenti commerciali e il servizio pubblico. Per ironia della sorte tale fenomeno iniziò con la nomina proprio di Mike Bongiorno a direttore artistico di Telemilano, con una retribuzione annua di venti volte superiore a quanto il noto presentatore percepisse dalla Rai. Andando con la memoria indietro di pochi anni, è utile ricordare a questo proposito che la stessa rottura del monopolio della tv di stato, grazie alla coraggiosa battaglia intrapresa dalla piccola emittente locale Telebiella, avvenne curiosamente proprio ad opera di alcuni dipendenti della Rai; fra tutti basti qui ricordare il conduttore Enzo Tortora e il regista Peppo Sacchi, che furono rispettivamente testimonial e editore della prima televisione libera italiana. E’ come se il pubblico, trent’anni fa come oggi, avesse bisogno di vedere sulla “Nuova televisione” i volti dei beniamini della “Vecchia televisione”.
Particolare attenzione non può non essere dedicata a coloro che a vario titolo apportarono il loro contributo a quella ancora pioneristica fase, che seguì la fine del monopolio televisivo, che fu definita, per via delle particolari condizioni in cui si realizzò con l’espressione “Il Far west della tv”.
 
Sull’uso della seguente definizione, cfr. Caprettini [1996, 43].
Con le parole di Bruno [1994, 12]: «Le caratteristiche attribuite da Eco alla neotv possono essere così sintetizzate:
-Autoriflessività (supremazia del “contatto” dalla funzione fàtica di Jakobson rispetto alla funzione referenziale di discorso sul mondo;
-Evidenza dell’enunciazione (la verità della trasmissione attestata dallo sguardo-in-macchina dell’enunciatore o dell’esibizione delle tecnologie di ripresa, è più importante della verità di ciò che viene trasmesso);
-Non trasparenza del rapporto informazione-fiction, gli eventi “reali” vengono predisposti ai fini della ripresa televisiva);
-Coinvolgimento “Folk” dello spettatore (le tv locali esibiscono un linguaggio ben poco globale);
-Elasticizzazione del tempo determinata in parte dalla miscela di programmi con differenti ritmi interni, in parte da ciò che oggi si chiama zapping.
L’elenco può apparire un po’ sconnesso ma in effetti l’intenzione di Eco era più di descrivere una situazione che non di approntare un’analisi». Lo stesso Eco [1983, 163] all’inizio del noto articolo “TV: La trasparenza perduta” aveva specificato «Sui caratteri della Neo tv si sono già fatti studi (per esempio la recente ricerca sui programmi televisivi d’intrattenimento compiuta per la Commissione parlamentare di vigilanza da un gruppo di ricercatori dell’università di Bologna). Il discorso che segue non vuole essere un riassunto di questa ed altre ricerche importanti, ma tiene d’occhio il nuovo panorama che questi lavori hanno messo in luce». Eco [1981, 7-9] nell’introduzione al testo di M. Wolf (a cura di), Tra informazione ed evasione: i programmi televisivi di intrattenimento. ERI, Torino, 1981 osserva: «La ricerca mette in luce un rilevante processo di trasformazione della televisione nel proprio complesso, visto attraverso l’indagine di un “genere” tradizionalmente poco studiato e cioè il programma di intrattenimento (in quanto distinto da quello di informazione e da quello di finzione).
Ci si attende di solito da una ricerca che essa provveda ai committenti dati che non era possibile rilevare senza accurati computi statistici (condotti per mezzo di tests empirici sulle reazioni del pubblico o di analisi della ricorrenza di idee, opinioni, atteggiamenti ideologici).
Ora, informazioni del genere sono già state abbondantemente provvedute da altre ricerche citate nel primo capitolo della prima parte. Ciò che questo lavoro vuole mostrare è ciò che in principio è già sotto gli occhi di tutti, anche di chi guardi per una sola volta un programma di intrattenimento.
Non è detto naturalmente che ciò che è sotto gli occhi di tutti sia per questo evidente, né che ciò che è evidente sia automaticamente valutabile per ciò che implica.
E questa è la ragione per cui ciò che è sotto gli occhi di tutti ha dovuto essere reso evidente attraverso un lavoro di analisi e comparazione di programmi diversi.
Questa ricerca ha cercato appunto di mostrare che ciò che era sotto gli occhi di tutti appariva “naturale” (come se cioè le cose non potessero andare diversamente” e per questo non veniva rilevato: rilevarlo, e descriverlo nei suoi meccanismi, significava mostrare che quanto sembrava naturale era invece culturale effetto di una serie di regole, di strategie, di manipolazione..[…](la ricerca n.d.r.) analizza modalità di comunicazione comuni a tutti questi programmi, forme generali, modi di porgere ovvero modi di stabilire un rapporto tra teleschermo e pubblico.
Ma, così procedendo la ricerca non analizza delle tecniche, delle grammatiche, delle scelte stilistiche: essa riguarda le modalità di produzione della “verità” o della “veridicità” e mostra come queste nuove modalità sono destinate a trasformare l’atteggiamento del pubblico rispetto ai criteri tradizionali di vero e falso, o di reale e fantastico, e a instaurare un diverso rapporto fiduciario con il teleschermo.
Ciò che la televisione comunica, e che crediamo sia indipendente dal modo in cui lo comunica, sarà sempre più determinato da queste modalità di comunicazione.
Ripetiamo a scanso di equivoci: questa ricerca non parla tanto del modo in cui la televisione parla della realtà extra-televisiva ma del fatto che attraverso le trasmissioni esaminate il concetto stesso di realtà viene messo in questione. Sempre Bruno[1994, 38] basandosi questa volta sul noto articolo in lingua francese“De la paléo a La Neotélévision” di Casetti e Odin (in "Communications", n. 51, Paris, 1990) continua la sua interessante sintesi,
«La neoTV, invece, è contrassegnata da:
-Prossimità (la vita quotidiana è il referente primario delle trasmissioni, che ne riproducono caratteristiche spaziali e temporali);
-convivialità (modello del talk show)
-flusso continuo (con fenomeni di contaminazione dei generi, sincretismo, imbricazione fra programmi, emissioni-omnibus ovvero megacontenitori proteiformi, iperframmentazione, valorizzazione dell’inserto come meta-immagine ecc. Nel passaggio dalla paleo- alla neo-TV, lo spettatore implicito assume nuovi ruoli: di mandante, di partecipante, di valutatore».