Differenze tra le versioni di "Elogio catodico del quotidiano/Introduzione"

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I nuovi linguaggi televisivi introdotti inizialmente dalle emittenti commerciali e dalle emittenti locali, ma poi ripresi anche dall’ex monopolista Rai che vi si è dovuta adeguare, hanno avuto come loro caratteristica proprio l’ampia partecipazione del pubblico, anche per via telefonica, ai programmi televisivi. Nelle parole di Caprettini [1996, 43]
 
''A livello di personaggi e caratteri, infine, lo «spettatore reale» entra nello schermo e acquisisce sempre più peso. Nella veterotelevisione c’era senz’altro spazio per i cittadini e gli spettatori comuni: esempi illustri furono soprattutto i quiz e i giochi, da “Duecento al secondo” (1954) a “Campanile sera” <ref>A proposito della relazione tra le trasmissioni Campanile Sera e Portobello è interessante riportare qui questa con-siderazione di Walter Veltroni [1992, 197] “Ho la presunzione di sapere o immaginare dove Tortora abbia avuto l’idea. Quasi vent’anni prima di Portobello Tortora conduceva brillantemente i collegamenti di Campanile Sera. Una sera a Monfalcone, un vecchio soldato rivolse attraverso il microfono di Tortora, un appello a un compagno di battaglia sui monti della Carnia, nella guerra del ‘15-‘18 ; che si facesse vivo, usando la tivù”. Non è forse casuale il fatto che il regista delle scene in esterno di Campanile Sera che seguiva l’inviato Tortora fosse proprio Peppo Sacchi, allora di-pendente Rai, ma passato alla storia come fondatore di Telebiella, prima tv libera. Nel suo diario romanzato in terza persona Sacchi [1998, 36] ricorda il suo rapporto con Tortora “[…]avevano girato mezza Italia con Campanile Sera, lavorato alla radio e TV Svizzera”. Nel dibattito interviene anche Grasso [2000, 322-323] “La trovata risolutiva di Portobello è quella di considerare la provincia come l’ideale «bacino d’utenza», smettere di rivolgersi al pubblico delle grandi città […]del resto sin dai tempi di Campanile Sera Tortora sa come «promuovere» il ricco materiale umano della provincia, è veramente l’unico, grande conduttore televisivo che sappia toccare, con mano leggera ma ferma, i tasti dell’universo dei «non integrati»”. Nelle parole dello stesso Tortora affidate alla sua autobiografia [1988, 35] “Giravo tutta l’Italia con Campanile Sera. Andavo da Monreale a Belluno, ovunque, al centro, al nord, al sud , nelle isole. Era un lavoro molto movimentato , ero sempre con la valigia in mano, ma anche molto interessante. Quando si restava nello stesso paese per due o tre settimane ci si faceva degli amici, si conosceva la realtà della provincia, una realtà che non ha mai smesso d’interessarmi perché la provincia è questo nostro paese. Io poi trovo che sia molto sbagliato definire provinciale una cosa: essere provinciali non è una dimensione geografica ma è una dimensione dello spirito, secondo me. Si è o non si è mezze calzettte, ma io ho conosciuto gente di Roma o di Milano che è infinitamente più provinciale di quella di un piccolo paese”. E nel libro “Le televisioni in Europa” [Fondazione Agnelli 1990, 921], a proposito di Portobello si legge: “La trasmissione si incarica di scovare ed esibire le “migliori energie” dell’Italietta intraprendente e fantasiosa, come ai bei tempi di Campanile Sera senza, questa volta, scomodare i propri potenti mezzi in trasferte peninsulari, ma convocando «in cabina» il meglio dei possibili inserzionisti. Sempre riferendosi alla veterotelevisione Lombezzi [1979, 503] ricorda come: «Portobello sviluppa tutta una area di spettacolarità (del quotidiano) che il quiz aveva appena sfiorato. Formidabile trovata spettacolare –una delle più intelligenti mai realizzate dalla Rai dai tempi di Campanile Sera- essa tende, più di ogni altra trasmissione basata sulla partecipazione del pubblico, a avvicinarsi a quella struttura aperta “processuale”, auto regolatrice, che dovrebbe essere la caratteristica (ottimale) dei programmi delle comunicazioni di massa». Sulla questione è interessante leggere anche l’opinione di Gianfranco Bettettini [1980, 253] contenuta nel libro “Le televisioni in Europa”: «Non si può chiudere, infine, una scheda sullo spettacolo leggero della televisione tradizionale in Italia senza ricordare una delle sue operazioni più originali e qualificanti: quella di costruire un rapporto organico fra l’ente produttore-diffusore e la provincia. Questo progetto diede vita al coinvolgimento di paesi, cittadine e intere popolazioni in trasmissioni di agonismo ludico, in gare spettacolari e in prove « culturali » tipiche del quiz, ricorrendo alla sostituzione dei concorrenti singoli con le rappresentanze di varie collettività. Dopo i primi tentativi di Telematch e di Canzoni in piazza, la vera esplosione di questo coinvolgimento provinciale si verificò con Campanile sera. La provincia si affacciava con prepotenza ai teleschermi e la presenza in loco dell’apparato televisivo produceva reazioni molto vive di interesse, di confessione pubblica e di recupero storico, di solidarietà e di inimicizia, di furore agonistico e di sfruttamento dell’occasione offerta dalla ribalta nazionale. L’arma vincente è consistita proprio nel fatto che la televisione («quella» di Milano, di Torino e di Napoli) venisse fatta lì nella piazza, nel municipio, nelle stesse case, in parrocchia, nel famoso «pensatoio»: si partecipava creativamente e costruttivamente a un evento che avrebbe avuto come spettatrice l’Italia intera. In fondo, tutti i discorsi sul localismo e sull’accesso che accompagnarono la riforma della Rai e la nascita della Terza Rete erano già impliciti in quelle esperienze. Campanile sera, La fiera dei sogni con i suoi collegamenti, Giochi senza frontiere e altre trasmissioni analoghe, pur nella goffaggine e nella confusione che spesso le contraddistinguevano, costituirono la linea di confine fra una televisione alla quale si vuole partecipare, addirittura collaborare, e una televisione fatta da altri, con la quale stabilire solo un rapporto di consumo. Oggi, dal punto di vista televisivo, le strategie e le tattiche di comunicazione sono molto cambiate, perché è cambiata la stessa provincia, vittima di un processo di omologazione culturale ed elettronica nei confronti della metropoli». Interessante può essere leggere a questo proposito il ricordo di Enza Sampò [1985, 135] che al pari di Enzo Tortora curò i collegamenti esterni di Campanile Sera: «Dopo il fenomeno di “Lascia o raddoppia?”, quel genio televisivo che è Mike Bongiorno, aveva deciso di rendere omaggio al suo pubblico andando a trovarlo a casa, nei paesi, nelle province, nelle piazze: la tv, che già aveva cominciato a entrare nella vita degli italiani, con “Campanile sera” prometteva di far diventare protagonista quella gente che la sera si riuniva nei bar, nelle case (ancora poche) dove c’era un televisore».</ref>(1959). Tuttavia questi soggetti erano comunque inseriti in un meccanismo spettacolare rigido e forte che limitava lo spazio di espressione dei singoli personaggi.''
''A livello di personaggi e caratteri, infine, lo «spettatore reale» entra nello schermo e acquisisce sempre più peso. Nella veterotelevisione c’era senz’altro spazio per i cittadini e gli spettatori comuni: esempi illustri furono soprattutto i quiz e i giochi, da “Duecento al secondo” (1954) a “Campanile sera” (1959). Tuttavia questi soggetti erano comunque inseriti in un meccanismo spettacolare rigido e forte che limitava lo spazio di espressione dei singoli personaggi.''
''La visibilità del personaggio non televisivo diviene invece massima nella neotelevisione. Il punto di svolta da molti riconosciuto fu “Portobello”, la trasmissione di Enzo Tortora che prese il via su Rai 2 il 27 Maggio ed ebbe sei edizioni fino al 1983. “Portobello” era un mercatino televisivo in cui invenzioni più o meno strampalate venivano messe in vendita, parenti scomparsi venivano segnalati per la ricerca, nubili e scapoli cercavano il compagno della loro vita, ecc.
Il programma basava in tal modo il proprio meccanismo spettacolare sulla presentazione di una Italia minore, ora macchiettistica, ora patetica, comunque “vera”.
Particolare attenzione non può non essere dedicata a coloro che a vario titolo apportarono il loro contributo a quella ancora pioneristica fase, che seguì la fine del monopolio televisivo, che fu definita, per via delle particolari condizioni in cui si realizzò con l’espressione “Il Far west della tv”.
 
A proposito della relazione tra le trasmissioni Campanile Sera e Portobello è interessante riportare qui questa con-siderazione di Walter Veltroni [1992, 197] “Ho la presunzione di sapere o immaginare dove Tortora abbia avuto l’idea. Quasi vent’anni prima di Portobello Tortora conduceva brillantemente i collegamenti di Campanile Sera. Una sera a Monfalcone, un vecchio soldato rivolse attraverso il microfono di Tortora, un appello a un compagno di battaglia sui monti della Carnia, nella guerra del ‘15-‘18 ; che si facesse vivo, usando la tivù”. Non è forse casuale il fatto che il regista delle scene in esterno di Campanile Sera che seguiva l’inviato Tortora fosse proprio Peppo Sacchi, allora di-pendente Rai, ma passato alla storia come fondatore di Telebiella, prima tv libera.
Nel suo diario romanzato in terza persona Sacchi [1998, 36] ricorda il suo rapporto con Tortora “[…]avevano girato mezza Italia con Campanile Sera, lavorato alla radio e TV Svizzera”.
Nel dibattito interviene anche Grasso [2000, 322-323] “La trovata risolutiva di Portobello è quella di considerare la provincia come l’ideale «bacino d’utenza», smettere di rivolgersi al pubblico delle grandi città […]del resto sin dai tempi di Campanile Sera Tortora sa come «promuovere» il ricco materiale umano della provincia, è veramente l’unico, grande conduttore televisivo che sappia toccare, con mano leggera ma ferma, i tasti dell’universo dei «non integrati»”.
Nelle parole dello stesso Tortora affidate alla sua autobiografia [1988, 35] “Giravo tutta l’Italia con Campanile Sera. Andavo da Monreale a Belluno, ovunque, al centro, al nord, al sud , nelle isole. Era un lavoro molto movimentato , ero sempre con la valigia in mano, ma anche molto interessante. Quando si restava nello stesso paese per due o tre settimane ci si faceva degli amici, si conosceva la realtà della provincia, una realtà che non ha mai smesso d’interessarmi perché la provincia è questo nostro paese. Io poi trovo che sia molto sbagliato definire provinciale una cosa: essere provinciali non è una dimensione geografica ma è una dimensione dello spirito, secondo me. Si è o non si è mezze calzettte, ma io ho conosciuto gente di Roma o di Milano che è infinitamente più provinciale di quella di un piccolo paese”. E nel libro “Le televisioni in Europa” [Fondazione Agnelli 1990, 921], a proposito di Portobello si legge: “La trasmissione si incarica di scovare ed esibire le “migliori energie” dell’Italietta intraprendente e fantasiosa, come ai bei tempi di Campanile Sera senza, questa volta, scomodare i propri potenti mezzi in trasferte peninsulari, ma convocando «in cabina» il meglio dei possibili inserzionisti. Sempre riferendosi alla veterotelevisione Lombezzi [1979, 503] ricorda come: «Portobello sviluppa tutta una area di spettacolarità (del quotidiano) che il quiz aveva appena sfiorato. Formidabile trovata spettacolare –una delle più intelligenti mai realizzate dalla Rai dai tempi di Campanile Sera- essa tende, più di ogni altra trasmissione basata sulla partecipazione del pubblico, a avvicinarsi a quella struttura aperta “processuale”, auto regolatrice, che dovrebbe essere la caratteristica (ottimale) dei programmi delle comunicazioni di massa». Sulla questione è interessante leggere anche l’opinione di Gianfranco Bettettini [1980, 253] contenuta nel libro “Le televisioni in Europa”: «Non si può chiudere, infine, una scheda sullo spettacolo leggero della televisione tradizionale in Italia senza ricordare una delle sue operazioni più originali e qualificanti: quella di costruire un rapporto organico fra l’ente produttore-diffusore e la provincia. Questo progetto diede vita al coinvolgimento di paesi, cittadine e intere popolazioni in trasmissioni di agonismo ludico, in gare spettacolari e in prove « culturali » tipiche del quiz, ricorrendo alla sostituzione dei concorrenti singoli con le rappresentanze di varie collettività. Dopo i primi tentativi di Telematch e di Canzoni in piazza, la vera esplosione di questo coinvolgimento provinciale si verificò con Campanile sera. La provincia si affacciava con prepotenza ai teleschermi e la presenza in loco dell’apparato televisivo produceva reazioni molto vive di interesse, di confessione pubblica e di recupero storico, di solidarietà e di inimicizia, di furore agonistico e di sfruttamento dell’occasione offerta dalla ribalta nazionale. L’arma vincente è consistita proprio nel fatto che la televisione («quella» di Milano, di Torino e di Napoli) venisse fatta lì nella piazza, nel municipio, nelle stesse case, in parrocchia, nel famoso «pensatoio»: si partecipava creativamente e costruttivamente a un evento che avrebbe avuto come spettatrice l’Italia intera. In fondo, tutti i discorsi sul localismo e sull’accesso che accompagnarono la riforma della Rai e la nascita della Terza Rete erano già impliciti in quelle esperienze. Campanile sera, La fiera dei sogni con i suoi collegamenti, Giochi senza frontiere e altre trasmissioni analoghe, pur nella goffaggine e nella confusione che spesso le contraddistinguevano, costituirono la linea di confine fra una televisione alla quale si vuole partecipare, addirittura collaborare, e una televisione fatta da altri, con la quale stabilire solo un rapporto di consumo. Oggi, dal punto di vista televisivo, le strategie e le tattiche di comunicazione sono molto cambiate, perché è cambiata la stessa provincia, vittima di un processo di omologazione culturale ed elettronica nei confronti della metropoli». Interessante può essere leggere a questo proposito il ricordo di Enza Sampò [1985, 135] che al pari di Enzo Tortora curò i collegamenti esterni di Campanile Sera: «Dopo il fenomeno di “Lascia o raddoppia?”, quel genio televisivo che è Mike Bongiorno, aveva deciso di rendere omaggio al suo pubblico andando a trovarlo a casa, nei paesi, nelle province, nelle piazze: la tv, che già aveva cominciato a entrare nella vita degli italiani, con “Campanile sera” prometteva di far diventare protagonista quella gente che la sera si riuniva nei bar, nelle case (ancora poche) dove c’era un televisore».
Eco [1983, 167-168] propone un’interessante intervento sulla partecipazione del pubblico nei programmi della paleo televisione, in particolare nei quiz, nell’ambito di un’analisi sul problema del rapporto tra verità dell’enunciato e verità dell’enunciazione.
«[…]sino dalla metà degli anni cinquanta, il problema si è complicato con l’apparizione del più tipico tra i programmi di intrattenimento, il telequiz.