Differenze tra le versioni di "Agricoltura biologica: le fondamenta nella scienza, o le radici nella superstizione?"

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Corpus di cognizioni polimorfo, quindi, tanto da poter essere considerato eclettico, l’insieme delle conoscenze in cui si sostanzia l’agronomia moderna dimostra la coerenza di edificio unitario a chi ne consideri la corrispondenza alla finalità essenziale, l’apprestamento degli strumenti per consentire alle società umane lo sfruttamento razionale delle risorse impiegate per produrre alimenti, bevande, fibre vegetali e, in alcune società, forza di traino. Sfruttare razionalmente le risorse naturali per produrre derrate agrarie è la finalità che accomuna l’opera degli agronomi operanti sui sei continenti, cui l’identità degli obiettivi operativi consente di verificare, ad ogni occasione di incontro, una comunanza capace di tradursi nel dialogo più fecondo nonostante le differenze di cultura e la diversità dei percorsi formativi seguiti nelle istituzioni scientifiche di paesi appartenenti a aree di civiltà diversa.
 
Verificata la coerenza, nella molteplicità dei volti che propone, del contesto scientifico che sostiene l’agricoltura moderna, chi osservi le espressioni dell’agricoltura “biologica”, una locuzione che in termini epistemologici propone la più arbitraria trasposizione lessicale, e voglia identificarne le relazioni con la scienza agronomica nata dalla scoperta di De Saussure e sviluppatasi fino all’applicazione delle ultime acquisizioni della genetica, non può non essere colto, ai primi sondaggi, dal disorientamento: le dottrine, o, per usare un termine più espressivo della realtà, le motivazioni che quanti pratichino forme di cultura “biologica” propongono a spiegazione del proprio operare sono molteplici e contraddittorie, tanto da rendere impossibile, realizzata la loro analisi, l’enucleazione di principi ispiratori che possano compararsi a quelli dell’agronomia “ortodossa”.
==Sulle orme della scienza==
 
I primi impulsi alla creazione di un’agricoltura alternativa a quella fondata sulle conquiste naturalistiche e tecnologiche dell’Ottocento sono gli stimoli alimentati, nel terzo quarto del Novecento, dall’allarme lanciato da voci della scienza sui pericoli incombenti sugli equilibri naturali del Pianeta ove proseguisse lo sfruttamento indiscriminato delle risorse sospinto dall’economia moderna. Le società umane pretendono una crescita incessante delle attività economiche, ma sviluppo incessante significa impiego sempre più intenso di risorse fisiche limitate, significa, soprattutto, immissione nell’ambiente naturale di quantità crescenti di rifiuti, in specie i composti creati dalla chimica sintetizzando molecole prive di analogie in natura, che alterano i processi fisiologici degli organismi viventi, il cui metabolismo non può reagire alle nuove molecole, che i batteri, demandati, in natura, di ridurre i composti organici agli elementi primitivi, non sono, generalmente, in grado di degradare.
 
La prima tra le voci della scienza che denunciano i rischi di un impiego della chimica realizzato senza valutarne le conseguenze sugli equilibri naturali è quella della biologa americana {{W|Rachel Carson|Rachel Carson}} che nel 1962 pubblica un libro la cui tesi è enucleata in un titolo suggestivo, ''Silent spring'', la primavera privata del canto degli uccelli, a conseguenza, secondo Carson, dell’impiego indiscriminato degli insetticidi di sintesi, primo tra tutti il d.d.t., negli anni Sessanta ampiamente diffuso per la straordinaria efficacia contro parassiti esiziali dell’uomo e delle colture, un’efficacia dovuta anche alla stabilità della molecola, che gli agenti naturali non sono in gradi di decomporre che molto lentamente, la ragione della sua facile traslocazione in paesi e in mari lontani migliaia di chilometri dai luoghi di irrorazione.
 
La seconda voce a proclamare i pericoli dello sviluppo economico fondato sulla manipolazione, da parte dell’uomo, delle materie prime con la loro trasformazione in composti inesistenti in natura è quella di {{W|Barry Commoner|Barry Commoner}}, ancora un biologo, che nel 1972 pubblica ''The closing circle'', il testo in cui stigmatizza l’incessante ricerca, da parte dell’industria chimica, di sostanze con cui sostituire i composti di impiego tradizionale: i detergenti che eliminano il sapone, la plastica che elimina il legno, le fibre polimeriche che eliminano cotone e lino. Per Commoner la sostituzione non recherebbe alcun vantaggio al consumatore, che ricavava le medesime utilità dalle sostanze tradizionali, ma consentirebbe la moltiplicazione degli utili dei produttori, per il ricercatore americano la sola motivazione della sostituzione.
 
La pubblicazione dei volumi della Carson e di Commoner apre la stagione di una pubblicistica che in pochi anni occuperà scaffali interi nelle biblioteche scientifiche. Su quegli scaffali possiamo identificare la terza delle voci che ripropongono l’allarme sul pericolo di alterazione degli equilibri naturali, quello che un vocabolo di successo repentino definisce l’allarme “ecologico”, nel Club di Roma, un sodalizio di personalità della scienza, della politica, della cultura, che incarica il prestigioso {{W|Massachusetts Institute of Technology|Massachusetts Institute of Technology}} di due studi successivi, il primo, ''The limits of growth'', pubblicato nel 1972, il secondo, ''Toward global equilibrium'', pubblicato l’anno successivo. Oltre all’autorevolezza del sodalizio e all’originalità dei procedimenti impiegati dall’istituto americano, le procedure di calcolo fondate sulla dinamica dei sistemi rese possibili dall’impiego dei nuovi calcolatori, contribuisce alla risonanza del messaggio del Club di Roma l’eloquenza della metafora che l’estensore del rapporto, Dennis Meadows propone, nel primo dei due volumi, per illustrare la meccanica dei processi esponenziali, quali la crescita della popolazione o quella della produzione industriale
 
E’ la metafora della crescita di una pianta acquatica che si riproduca raddoppiando di entità ogni giorno, che si stabilisca in un lago dove si sviluppi, progressivamente, nel tempo. Supponendo che non venga assunta alcuna misura per arrestarne la proliferazione quanto tempo resterà per evitare la completa occlusione del lago, chiede lo studioso americano ai lettori, quando la pianta avrà occupato metà della sua superficie? I lettori che abbiano colto la dinamica del fenomeno saranno sorpresi di constatare che non mancherà che un giorno solo. Identificando nella proliferazione della pianta letale l’insieme dei processi che, innescati dall’uomo, stanno alterando gli equilibri del Pianeta, la metafora esprime con efficacia la previsione che quando quei processi avranno prodotto, incontrollati, le proprie alterazioni, superando la soglia delle possibilità del controllo, l’umanità potrebbe non disporre più del tempo per ristabilire una convivenza con le risorse naturali capace di perdurare nel tempo.
 
==Contro la scienza della tradizione, per una scienza nuova==
L’allarme per l’eventualità di un’alterazione irreversibile delle risorse da cui dipende l’alimentazione delle società umane impone ai cultori di agronomia una revisione profonda delle modalità del proprio impegno. L’umanità è uscita dal secondo conflitto mondiale nell’angustia di gravi insufficienze delle produzioni agricole: registravano carenze di produzione i paesi d’Europa, di cui la guerra aveva disarticolato l’apparato produttivo, carenze altrettanto gravi affiggevano i paesi asiatici e africani, di cui il riassetto del quadro geopolitica seguito al conflitto assicurava l’indipendenza, al cui avvento coincideva un incontenibile aumento dei tassi di crescita demografica. All’incremento demografico non corrispondeva l’accrescimento della produttività di sistemi agricoli condizionati dagli antichi obiettivi coloniali, orientati, cioè, anziché al soddisfacimento dei bisogni locali, alla produzione di derrate destinate a soddisfare bisogni europei.
 
Di fronte alla penuria l’imperativo che ha guidato l’azione degli agronomi operanti a tutte le latitudini è stato l’accrescimento delle produzioni, e l’imperativo di aumentare le produzioni ha indotto a trascurare gli effetti negativi dell’impiego di fertilizzanti, antiparassitari e diserbanti di sintesi, effetti che, ancora poco noti, negli anni di introduzione dei nuovi strumenti chimici apparivano secondari rispetto agli straordinari risultati produttivi che il loro impiego rendeva possibili dovunque venissero introdotti. Alla constatazione dei danni provocati dall’impiego delle molecole antiparassitarie si unisce quella dei rischi delle nuove creature della meccanica, la cui potenza crescente impone dimensioni sempre maggiori degli appezzamenti, quindi l’eliminazione di siepi, fossi e capezzagne, con il rischio di favorire, sui campi ricavati nelle pendici, l’erosione del suolo da parte delle acque, nelle grandi pianure quella provocata dal vento.
 
Il nuovo imperativo di convertire i criteri di impiego dei mezzi chimici e meccanici produce un notevole disorientamento tra i cultori delle conoscenze agronomiche, i più lungimiranti tra i quali percepiscono, fino dalla metà degli anni Settanta, l’urgenza di riorientare le procedure agronomiche secondo le coordinate di una nuova filosofia produttiva, di avviare, cioè, una nuova rivoluzione agraria, la terza della storia moderna, una rivoluzione che conservi l’obiettivo di aumentare le produzioni, irrinunciabile di fronte ai tassi di incremento della popolazione mondiale, ma che a quell’obiettivo saldi il proposito di tutelare l’integrità delle risorse naturali, perseguendolo nel rispetto dell’imperativo di lasciare in eredità alle generazioni future risorse agrarie ancora vitali, capaci perciò di soddisfarne i bisogni.
 
E’ negli anni della difficile conversione dei cardini concettuali dell’agronomia che si verifica la divaricazione tra la scienza ortodossa e i movimenti che propugnano metodologie agricole fondate sul rifiuto radicale dei mezzi chimici, quindi della tradizione agronomica che li ha adottati. Mentre, cioè, una schiera crescente di cultori di agronomia e delle discipline complementari operanti nelle università e nei centri sperimentali percepisce l’esigenza di approfondire gli studi chimici, biologici, fisiologici, per verificare quali composti chimici possano risultare dannosi ai sistemi naturali, quali nuovi composti, dagli effetti meno nocivi, si possano introdurre, quali metodologie di impiego adottare per ridurre gli effetti negativi, nasce un movimento, che annovera la maggioranza dei proseliti tra giovani estranei all’ambiente agricolo e privi di conoscenze agronomiche, che pretende il bando incondizionato di tutti gli strumenti della chimica, la fondazione di una nuova agricoltura che conti sull’impiego esclusivo di mezzi naturali, quell’agricoltura che usando un anodino vocabolo del lessico scientifico con un palese intento polemico i fautori definiscono “biologica”.
 
Da propugnatori di un’agricoltura che rinunci ai mezzi della chimica e riduca le dimensioni dei mezzi meccanici, i fautori del nuovo credo agronomico diverranno, nello spazio di pochi anni, non meno intransigenti antagonisti dell’impiego delle sementi costituite dalla genetica, prima, più confusamente, di quelle ottenute mediante le metodologie tradizionali di incrocio e selezione, poi, più categoricamente, di quelle ottenute mediante i procedimenti della microbiologia molecolare, quindi con l’intervento diretto sul patrimonio genetico, un intervento in cui i cultori dell’agricoltura alternativa denunceranno il pericolo più grave per l’integrità fisica dell’umanità. Mentre, peraltro, le prove dei danni dell’impiego della chimica in agricoltura sono palesi, riconosciute dagli studiosi di qualunque ispirazione, e la scienza agronomica è impegnata a contenerne gli effetti nocivi, seppure nella consapevolezza che la società umana richiede una quantità di derrate alimentare che sarebbe impensabile produrre senza sussidi chimici, a provare i pericoli delle sementi selezionate dalla nuova genetica gli oppositori continueranno ad immaginare gli argomenti più fantasiosi, privi del supporto di qualunque prova sperimentale.
 
Dalla constatazione che i mezzi chimici e meccanici impiegati, con intensità crescente, dalla conclusione del secondo conflitto mondiale per accrescere le produzioni, determinano effetti dannosi sugli equilibri naturali, l’emergere, quindi, di due atteggiamenti contrapposti: da una parte il proposito di approfondire gli studi chimici e biologici affinché l’impiego agrario dei mezzi della chimica si realizzi senza produrre conseguenze nocive sull’ambiente, dall’altro la pretesa di proscrivere, con un bando categorico e incondizionato, l’impiego di qualunque molecola di sintesi in qualsiasi fase della produzione agricola. Mentre, peraltro, l’accoglimento degli imperativi di tutela delle risorse naturali non costituisce, per il contesto delle scienze agrarie, che l’adeguamento delle conoscenze tradizionali ad istanze nuove, quindi l’aggiornamento di una concezione della produzione agricola che dalle origini, nel Settecento, non ha cessato di rinnovare, di fronte a stimoli e scoperte nuove, il proprio ordito, il rigetto incondizionato della chimica impone a chi lo propugna l’onere di giustificare il rifiuto con argomenti di dignità scientifica, contrapponendo alla scienza agronomica ortodossa una dottrina alternativa. Per avanzare le proprie pretese come istanze scientifiche, e non come mere suggestioni d’opinione, il nuovo movimento è costretto a cimentarsi sul terreno teorico, un’esigenza che si impegna a soddisfare, nel corso degli anni Settanta, un novero numeroso di maestri, le cui ipotesi, in radicale dissonanza, rifrangono il movimento per un’agricoltura alternativa in una pluralità di scuole, che la passione dispiegata nel sostegno della propria dottrina, non di rado fondata su argomenti metascientifici, rende più proprio definire con il termine di sette.
 
 
==L’azienda agricola organismo biologico==
 
Nel novero dei maestri impegnati a offrire le coordinate conoscitive per apprestare pratiche agronomiche che possano prescindere dagli strumenti della chimica deve essere incluso un agronomo italiano, Francesco Garofalo, un passato, anch’egli, di ricercatore nelle istituzioni della sperimentazione agraria, quindi il ripudio dell’agricoltura tradizionale e la conversione ad un’agronomia alternativa, la sperimentazione di nuovi metodi e un’appassionata opera di proselitismo, svolta pubblicando la rivista Suolo e salute e costituendo, con la medesima denominazione, il primo movimento italiano per un’agricoltura senza fertilizzanti e senza antiparassitari di sintesi.
 
La dottrina agronomica di Garofalo costituisce, sostanzialmente, la riproposizione delle idee che Alfonso Draghetti, direttore della Stazione agraria di Modena tra gli anni Quaranta e gli anni Cinquanta, ha raccolto in un volume che può essere considerato manifesto postumo della rivoluzione agraria moderna, La fisiologia dell’azienda agraria. Nata in Inghilterra, a metà del Seicento, all’affermarsi di una pratica che stabiliva legami indissolubili tra le coltivazioni e gli allevamenti attraverso le colture foraggere, demandate della duplice funzione di migliorare la fertilità dei campi grazie alle peculiari proprietà biologiche e attraverso la disponibilità di letame che assicuravano come sottoprodotto delle derrate zootecniche, la nuova agricoltura fondata su quell’integrazione consentiva un incremento dei rendimenti cerealicoli tale da moltiplicare la produzione di frumento e orzo nonostante i due cereali fossero seminati su superfici minori, assicurava, mediante l’abbondanza di foraggi durante l’intero arco dell’anno, la produzione di derrate animali che l’azienda poteva dirigere ai nuovi mercati urbani, in Inghilterra famelici di burro, di carne di agnello e di maiale.
 
Sospinta, in Inghilterra, dal contributo di decine di agronomi, ciascuno impegnato a confrontare i risultati di cento esperienze empiriche, l’agricoltura delle rotazioni trovava il proprio alfiere in {{Ac|Arthur Young|Arthur Young}}, protagonista, nell’ultimo scorcio del Settecento, di un’irrefrenabile serie di viaggi tra le contee del Paese, nelle quali verificava la sostituzione delle nuove pratiche a quelle della tradizione. Animato dallo spirito empirico tipico della cultura britannica, Young era incapace di ricavare dalla miriade di esperienze registrate nelle proprie relazioni una teoria organica delle rotazioni, la meta che perseguiva il suo continuatore tedesco, {{W|Albrecht Thaer|Albrecht Thaer}}, che, animato dalla venerazione per il maestro britannico, ma in possesso delle attitudini peculiari della cultura germanica, sistematica e teorizzante, pubblicava, tra il 1809 e il 1812, i quattro libri delle ''Grundsätze der rationellen Landwirtschaft'', il capolavoro teorico con cui la scienza agronomica identificava gli obiettivi della rivoluzione agraria moderna, ne enucleava i principi, ne analizzava le procedure.
 
Thaer formulava la propria dottrina prima che le conoscenze chimiche permettessero di misurare gli scambi di sostanze fertilizzanti tra la stalla e i campi, le asportazioni delle colture cerealicole, gli apporti di quelle foraggere: maturate, nella prima metà dell’Ottocento, quelle conoscenze, affrontavano l’esame quantitativo di quegli scambi i dioscuri della sperimentazione inglese negli anni del primato economico, manifatturiero e scientifico della Gran Bretagna, Henry Gilbert e John Lawes, i protagonisti dell’epopea sperimentale della Stazione di Rothamsted, sede del più famoso piano di indagini sulle rotazioni della storia dell’agronomia.
 
Dopo avere protratto per un cinquantennio, sui medesimi appezzamenti, le stesse colture in successione continua e, su altri appezzamenti, le medesime colture in rotazione, i due agronomi inglesi potevano definire con misure rigorose, in un volume pubblicato nel 1895, le quantità di ogni elemento chimico asportate da ciascuna coltura per ogni diverso livello di produzione, quelle degli elementi chimici restituiti al suolo mediante il letame, componendo, per ogni rotazione, la sommatoria algebrica degli apporti chimici effettuati mediante i fertilizzanti, dei contributi positivi dovuti alla fissazione di azoto da parte delle leguminose, delle asportazioni operate dalle colture, delle sottrazioni prodotte dalle piogge, dell’asportazione che consegue la vendita delle derrate. Nel volume che enucleava i risultati di cinquant’anni di ricerche, i dioscuri della sperimentazione britannica enucleavano il significato del proprio lavoro suggerendo di considerare l’azienda agricola autentico organismo vivente, che si alimenta delle risorse del terreno e degli apporti fertilizzanti, rinnovando la fertilità da cui ne dipende la vitalità nel processo circolare tra le colture foraggere, la stalla, la concimaia, le colture cerealicole.
 
E’ l’idea dell’azienda-organismo, che Alfonso Draghetti fa propria a metà del Novecento, quando si manifestano i primi segni delle trasformazioni economiche che ridurrà drasticamente, nelle campagne europee, la molteplicità e la complessità delle rotazioni a favore della più radicale semplificazione culturale, elidendo, con le rotazioni, quella complementarità tra colture e allevamenti che ha costituito il cardine della rivoluzione agraria. Sospinge la storica trasformazione il trionfo dell’economia industriale, che, elevando il costo della manodopera, e comprimendo il valore delle derrate agricole nei confronti di quelle industriali, impone la meccanizzazione di tutti i processi produttivi, rendendo economicamente impossibile il mantenimento di una piccola stalla in ogni azienda, costringendo le aziende che non si specializzino nell’allevamento, convertendosi in allevamenti industriali, a rinunciare al bestiame, quindi al letame.
 
Alfonso Draghetti è sperimentatore valente: ha verificato la consistenza della propria dottrina realizzando un piano sperimentale di ammirevole coerenza. Scelta un’azienda dal suolo depauperato dal protrarsi delle pratiche di rapina di un affittuario privo di scrupoli contrattuali e di accortezza agronomica, vi ha introdotto la migliore rotazione padana, ricavandone la dimostrazione che riducendo la superficie destinata ai cereali e dilatando quella destinata alla medica la nuova disponibilità di letame ripristina un livello di fertilità che consente di produrre una quantità maggiore di cereali su una superficie ampiamente inferiore, e permette di aggiungere al reddito dei cereali i nuovi ingenti ricavi della stalla. Da un piano sperimentale di ammirevole eloquenza la conferma della validità del teorema capitale della rivoluzione agraria moderna.
==Tra pseudoscienza e stregoneria==
 
Tra sette e tribù dei cultori di un’agricoltura alternativa a quella nata dalla scienza moderna una menzione particolare impone quella i cui adepti professano il credo predicato da {{W|Rudolf Steiner|Rudolf Steiner}}, il dotto tedesco che si proclamò fondatore di una filosofia nuova, che definì “antroposofia”, che la materia dell’innumerabile messe di opuscoli e saggi del vate impone di includere nell’antico, inesauribile fiume della letteratura occultistica, teosofica, magica e cabalistica, un genere che dall’inizio dell’arte della stampa ha ricolmato intere biblioteche, e le tasche di stampatori e librai.
 
Nel proprio lucido, arguto volume sui fondatori delle più stravaganti dottrine pseudoscientifiche degli ultimi cento anni Martin Gardner, matematico e storico della scienza, ha tracciato un profilo di straordinaria penetrazione dell’alfiere di una nuova dottrina scientifica, della logica delle sue elucubrazioni, della premura di circondarsi di una scuola che è insieme setta religiosa e azienda editoriale, impegnata a sfruttare la credulità di quanti siano sedotti da un’idea che annulli le nozioni accumulate dalla conoscenza umana dal tempo di {{AutoreCitato|Eraclito|Eraclito}}. Integra il profilo l’immancabile proclama del profeta della nuova dottrina di essere perseguitato dalla scienza accademica, che lo escluderebbe, per invidia, dai propri ranghi. L’esclusione pare accendere l’estro del genio incompreso, che si rimette al giudizio dei posteri, che non potranno che rigettare le conoscenze accumulate da {{AutoreCitato|Ruggero Bacone|Bacone}} a {{AutoreCitato|Robert Boyle|Boyle}}, da {{AutoreCitato|Louis Pasteur|Pasteur}} ad {{AutoreCitato|Albert Einstein|Einstein}}, per professare la dottrina enunciata dal maestro ignorato dai contemporanei.
==Pragmatismo filosofico, ambizione scientifica==
 
Conclusa la rassegna degli alfieri della nuova agricoltura protesi a fondare la metodologia che propugnano su originali fondamenta filosofiche, una pretesa i cui coloriti risultati hanno suggerito, sensatamente, il ripudio di ogni ambizione teorica e l’adesione al più pratico credo tecnicistico, una considerazione particolare ed una riflessione conclusiva sono dovute ad un testo redatto secondo un’ispirazione radicalmente diversa, il proposito di comporre l’inventario più completo delle esperienze di agricoltura eterodossa per di verificare il contributo che ciascuna può prestare a definire il quadro dell’agricoltura del futuro, di cui lo stesso testo mira a delineare i caratteri generali, raccogliendo le cento esperienze che considera entro una cornice scientifica unitaria.
 
E’ il volume ''Alternative agriculture del National Research Council'' degli Stati Uniti, un consesso scientifico di prestigio internazionale che ha affidato l’indagine delle metodologie agronomiche estranee ai canoni ordinari ad un comitato di agronomi, genetisti, biologi ed economisti, che nel 1989 hanno enucleato, nell’ampio volume, l’inventario delle esperienze innovative identificate su tutto il territorio dell’Unione. Hanno definito quelle esperienze esempi di “agricoltura alternativa”, un termine scelto rifiutando, significativamente, quelli più ambiziosi di “agricoltura biologica”, “biodinamica”, di “agroecologia”, una scelta in cui è trasparente il rigetto di opzioni filosofiche che trascendano il terreno agronomico. Escluse, peraltro, pretese filosofiche, il lavoro del comitato del National Research Council rivela intenti di sintesi dalle palesi ambizioni scientifiche: al pragmatismo filosofico si compone la lucidità dei propositi conoscitivi.
*Steiner Rudolf, ''Geisteswissenschaftliche Grundlagen zum Gedeihen der Landwirtschaft'', Dornach 1963
*Thaer Albrecht, ''Grundsätze der rationellen Landwirtschaft, 4 Banden, Realschulbuchhandlung'', Berlin 1809-1812
 
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