Differenze tra le versioni di "Sulla lingua italiana. Discorsi sei/Discorso secondo"

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Nel seguente squarcio, tratto dalle reliquie delle poesie di Federigo scritte nella lingua romanza siciliana, noi troviamo il fondo dell'italiano che si scrive a' dì nostri. Basterebbe alterare leggermente la ortografia siciliana, e invece di aggio e partiraggio scrivere ho e partirò, e togliere le traccie di barbara latinità, eo invece di ego e meo invece di meus, e farne io e mio; queste ed altre poche alterazioni varrebbero a far credere ad ogni lettore non profondamente versato nella lingua, che la stanza ch'io recito appartenga ad autore moderno:
<poem> ''Poichè ti piace, Amore,''
 
''Ch'eo deggia trovare,''
Poichè ti piace, Amore,
''Farò omne mia possanza''
Ch'eo deggia trovare,
''Ch'eo venga a compimento.''
Farò omne mia possanza
''Dato aggio lo meo core''
Ch'eo venga a compimento.
''In voi, Madonna, amare,''
Dato aggio lo meo core
''E tutta mia speranza''
In voi, Madonna, amare,
''In vostro piacimento.''
E tutta mia speranza
''E non mi partiraggio''
In vostro piacimento.
''Da voi, Donna valente,''
E non mi partiraggio
''Ch'eo v'amo dolcemente;''
Da voi, Donna valente,
''E piace a voi ch'eo aggia intendimento.''
Ch'eo v'amo dolcemente;
''Valimento mi date, Donna fina,''
E piace a voi ch'eo aggia intendimento.
''Chè lo meo core ad esso a voi s'inchina.''
Valimento mi date, Donna fina,
</poem>
Chè lo meo core ad esso a voi s'inchina.
 
Di suo figlio Enzo riportiamo semplicemente i seguenti versi di merito pari, se non superiori a quelli del padre:
<poem> ''Ecco pena dogliosa''
''Che nello cor m'abbonda''
''E spande per li membri,''
''Sì che a ciascun ne vien soverchia parte.''
''Giorno non ho di posa''
''Come nel mare l'onda:''
''Core, che non ti smembri?''
''Esci di pene, e dal corpo ti parte:''
''Ch'assai val meglio un'ora''
''Morir, che ognor penare!''
</poem>
 
L'impresa, che noi riguardiamo quasi più che umana, di creare una nuova lingua letteraria fu avanzata e consumata da Dante; ma riescirà meno maravigliosa per chi considera che non fu incominciata da lui, ma che egli fu incoraggiato in sì difficile via da' poeti che lo precedettero. Pietro delle Vigne fu certamente il primo, se non il maggiore, cent'anni innanzi Dante, e in un'epoca in cui gl'Italiani parlavano un gergo latino mutilato nelle sue terminazioni, e imbarbarito da parole e frasi e pronunzie introdotte da' popoli del Nord. Il gusto corretto, l'orecchio musicale di Pietro lo ajutarono a trascegliere le più schiette parole, a legarle con frasi eleganti e a collegarle nella misura de' versi in maniera che fossero proferite con rotondità e melodia. Così ne' versi seguenti non v'è un unico sgrammaticamento di sintassi, nè un modo di esprimersi inelegante, nè un solo vocabolo che possa parere troppo antico:
<poem> ''Non dico che alla vostra gran bellezza''
 
''Orgoglio non convenga e stiale bene;''
Non dico che alla vostra gran bellezza
''Chè a bella donna orgoglio si convene,''
Orgoglio non convenga e stiale bene;
''Che la mantene - in pregio ed in grandezza:''
Chè a bella donna orgoglio si convene,
''Troppa alterezza - è quella che sconvene.''
Che la mantene - in pregio ed in grandezza:
''Di grande orgoglio mai ben non avvene.''
Troppa alterezza - è quella che sconvene.
</poem>
Di grande orgoglio mai ben non avvene.
 
E la seguente strofa d'un'altra delle sue Canzoni, a nostro avviso, vuolsi reputare una delle più vaghe gemme della poesia anteriore a Dante:
<poem> ''Oh, potess'io venire a vo', amorosa,''
 
''Come 'l ladrone ascoso, e non paresse!''
Oh, potess'io venire a vo', amorosa,
''Ben mi terria in gioia avventurosa,''
Come 'l ladrone ascoso, e non paresse!
''Se Amor di tanto bene mi facesse.''
Ben mi terria in gioia avventurosa,
''I' ben parlante, Donna, con voi fora,''
Se Amor di tanto bene mi facesse.
''E direi come v'ami dolcemente''
I' ben parlante, Donna, con voi fora,
''Più che Piramo Tisbe; e lungamente''
E direi come v'ami dolcemente
''I' v'ameraggio, in sin ch'io viva, ancora.''
Più che Piramo Tisbe; e lungamente
</poem>
I' v'ameraggio, in sin ch'io viva, ancora.
 
Pietro delle Vigne ha inoltre il merito di avere inventati molti nuovi metri di canzoni e stanze diverse da quelle usate da' Provenzali, e particolarmente la breve composizione conosciuta in tutta l'Europa con la denominazione di Sonetto. - Ogni lettore di Dante sa che Pietro morì di suicidio; ma non v'è storico, o dotto uomo italiano o straniero, che abbia mai potuto rintracciare la cagione della tragica morte di quest'uomo straordinario: - e quel più che sappiamo, oltre quello che ne disse Dante, è brevemente accennato da Matteo Paris, storico inglese che morì uno o due anni dopo Pietro delle Vigne; e che, contemporaneo, meriterebbe fede, se il suo amore per la verità non fosse stato vinto da' pregiudizj monastici sull'ateismo di Pietro. Però dalle romanzesche circostanze, e dalle soprannaturali cagioni assegnate alla morte di Pietro delle Vigne dagli antichi scrittori, l'unica verità che si può accertare, è che, avendo egli perduto il favore di Federigo, fu condannato a perdere gli occhi, e ad una perpetua prigione, ove egli si uccise da sè. Dante nel suo viaggio all'Inferno entra in una foresta dove le anime de' suicidi erano condannate a star rinchiuse in alberi di trista apparenza:
 
''Non era ancor di là Nesso arrivato,''
''Quando noi ci mettemmo per un bosco,''
''Che da nessun sentiero era segnato.''
 
''Non frondi verdi, ma di color fosco;''
''Non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;''
''Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco.''
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ]
''Io sentia d'ogni parte tragger guai,''
''E non vedea persona che 'l facesse''
''Perch'io tutto smarrito m'arrestai.''
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ]
''Allor porsi la mano un poco avante,''
''E colsi un ramoscel da un gran pruno:''
''E 'l tronco suo gridò: perchè mi schiante?''
''Dacchè fatto fu poi di sangue bruno,''
''Rincominciò a gridar: perchè mi scerpi?''
''Non hai tu spirto di pietade alcuno?''
''Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi''
''Ben dovrebb'esser la tua man più pia,''
''Se state fossimo anime di serpi.''
''Come d'un stizzo verde, ch'arso sia''
''Dall'un de' capi, che dall'altro geme,''
''E cigola per vento che va via;''
''Così di quella scheggia usciva insieme''
''Parole e sangue; ond'io lasciai la cima''
''Cadere, e stetti come l'uom che teme.''
E lo Spirito ripiglia a parlare:
 
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ]
''Io son colui che tenni ambo le chiavi''
''Del cor di Federigo, e che le volsi,''
''Serrando e disserrando, sì soavi,''
''Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi:''
''Fede portai al glorïoso ufizio,''
''Tanto ch'io ne perdei le vene e' polsi.''
''La meretrice, che mai dall'ospizio''
''Di Cesare non torse gli occhi putti,''
''Morte comune e delle corti vizio,''
''Infiammò contra me gli animi tutti;''
''E gl'infiammati infiammar sì Augusto,''
''Che i lieti onor tornaro in tristi lutti.''
''L'animo mio per disdegnoso gusto,''
''Credendo col morir fuggir disdegno,''
''Ingiusto fece me contra me giusto.''
''Per le nuove radici d'esto legno''
''Vi giuro, che giammai non ruppi fede''
''Al mio Signor, che fu d'onor sì degno.''
''E se di voi alcun nel mondo riede,''
''Conforti la memoria mia, che giace''
''Ancor del colpo che invidia le diede.''
 
Dante, oltre a' poeti della corte di Federigo, ne nomina parecchi di Lombardia, di Romagna e di Toscana, fra' quali i più celebri furono tre che ebbero nome Guido.
Il primo di essi nacque a Bologna della casa patrizia de' Guinicelli; ed è di lui che Dante dice:
 
[...] ''udii nomar sè stesso, il padre''
''Mio, e degli altri miei maggior, che mai''
''Rime d'amore usar dolci e leggiadre:''
''E, senza udire e dir, pensoso andai''
''Lunga fïata rimirando lui,''
''Nè per lo foco in là più m'appressai.''
''Poichè di riguardar pasciuto fui,''
''Tutto m'offersi pronto al suo servigio''
''Con l'affermar che fa credere altrui.''
 
E adducendogli la cagione per cui lo riguarda con tanto affetto, dice che ne sono motivo:
 
[...] ''i dolci detti vostri,''
''Che quanto durerà l'uso moderno,''
''Faranno cari ancora i loro inchiostri.''
 
Tal lode non è giustificata da' frammenti che gli antiquarj attribuiscono a questo Guido; e o non sono veramente suoi, o sono i peggiori di quanto scrisse; e la miglior parte del suo ingegno perì con tanti altri scritti, de' quali più non vive che la memoria.
 
Ma l'uomo che dalla natura fu creato superiore a' suoi contemporanei, e che in tutti i secoli e in tutte le età sarebbe stato uomo preminente, fu un quarto Guido, il Cavalcanti. Siccome però egli fiorì alquanto posteriormente, così ci riserbiamo a parlarne nel seguente Discorso.
 
===== Note =====
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|CapitoloPrecedente=Discorso primo
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