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limite, nulla più rimarrebbe di singolare. Ma il prospetto delle divergenze che il Carisch medesimo ci offre (ib. 121-4), ne comprende alcune, che certamente non possono passare tra le semplici discrepanze d’ortografia; nè potrà stare fra queste l’''iu'' cattolico pell’[''i'']''eu'' riformato che più sotto registriamo ai num. 24,,5 e 60 (cfr. II,,), distintivo non considerato dal Carisch, e di tutti per avventura il più fermo. Qualche diversità reale dunque intercede, comechè non gran fatto ragguardevole; e certo si dovrà attribuire alla coincidenza, più o meno estesa, dei limiti territoriali delle due confessioni coi limiti delle varietà dialettali; nò sbaglieremo stabilendo che il ''soprasilvano riformato'' sia in fondo il dialetto d’Ilanz (Gliont), donde è datata la prefazione di Lucio Gabriel, traduttore riformato del Nuovo Testamento; e il ''soprasilvano cattolico'', all’incontro, sia in fondo il dialetto di Disentis (Mustér), che è quasi la rocca di quel cattolicismo, e ci dà i libri del De Sale e del Carigiet<ref>Cheu ei adina manigiau il lungatg della Part-sura della Cadí, e zwar een Mustér e Trun, schegie bucca grad en tut, prii en general per muster dil lungatg Ramontsch'. (Qui s’intende sempre parlare del linguaggio della Parte-superiore della ''Cadi'' (v. VI, a), e per modelli del linguaggio romancio, benchè non affatto in ogni parte, son presi in generale Disentis e Trons.) {{Sc|Carigiet}}, nell’op. che si citerà di sopra, p. 12.</ref> dai quali principalmente qui si attinge la cognizione della varietà cattolica. Quella rabbia di divisione che le discrepanze teologiche ispirano, deve tuttavolta avere accresciuto per due modi, se io ben veggo, la differenza naturale dell’idioma. Dall’un canto, se si ondeggiava, per tutta la regione, fra due pronuncie diverse, questa chiesa s’è messa a favorirne una, e quella a favorir l’altra. Cosi p. e. dell’''e'' che si alterna con l’''i'' ai num.,3, 41, 59 e 63 (cfr. {{Sc|mr.}}). Il Carisch qui si limita a dire, che il cattolico muti l’''i'' in ''e''; ma la verità è, che l’''e'' per ''i'' si sente, in un numero più o men grande di esemplari, anche tra i riformati (v. {{Sc|mr.}}), i quali però, nei loro libri, danno, a buon dritto, ferma preferenza all’''i''; laddove i libri cattolici par che si vengano, a mano a mano, come esagerando nella predilezione dell’''e''. Carigiet, che è dei resto un cattolico di buon acume, scrive, a rao’ d’esempio, ''gli-emprem'' (primo), ''détg'' (detto), ''scrett'' (scritto), ''quenn'' (conto; in questo esemplare, come tosto scorgiamo, c’è doppia squisitezza ''musterina''), ''mét'' (muto); dove il cattolico De Sale ( 1729) ancora scriveva: ''il emprim, dig, scritt, quint'' (v. num. 55), ''mitt''. Dall’altro canto, l’uso ecclesiastico e letterario di una forma propria ai principali paesi di una data confessione, pud far si che la affettino come propria, almeno nello scrivere, anche i correligionarj di que’ paesi a cui naturalmente sia estranea. Forse per questa via si chiarisce, come avvenga, che due saggi della Valle Lungnezza, procacciatimi dal Bühler, scritto l’uno da un giovane di Villa, l’altro da uno di Duvin,
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limite, nulla più rimarrebbe di singolare. Ma il prospetto delle divergenze
 
che il Carisch medesimo ci offre (ib. 121-4), ne comprende alcune, che
 
certamente non possono passare tra le semplici discrepanze d’ortografia;
 
nè potrà stare fra queste l’iu cattolico pell’[i]eu riformato che più sotto
 
registriamo ai num. 24,,5 e 60 (cfr. II,,), distintivo non considerato dal
 
Carisch, e di tutti per avventura il più fermo. Qualche diversità reale
 
dunque intercede, comechà non gran fatto ragguardevole; e certo si dovrà
 
attribuire alla coincidenza, più o meno estesa, dei limiti territoriali delle
 
due confessioni coi limiti delle varietà dialettali; nò sbaglieremo stabilendo
 
che il soprasilvano riformato sia in fondo il dialetto d’Ilanz (Gliont),
 
donde è datata la prefazione di Lucio Gabriel, traduttore riformato del
 
Nuovo Testamento; e il soprasilvano cattolico, all’incontro, sia in fondo
 
il dialetto di Disentis (Mustér), che è quasi la rocca di quel cattolicismo,
 
e ci dà i libri del De Sale e del Carigiet dai quali principalmente qui
 
si attinge la cognizione dell<ref>Cheu ei adina manigiau il lungatg della Part-sura della Cadi, e zwar een Mustér e Trun, schegie bucca grad en tut, prii en general per muster dil lungatg Ramontsch (Qui s’intende sempre parlare del linguaggio della Parte-superiore della Cadi (v. VI, a), e per modelli del linguaggio romancio, benchè non affatto in ogni parte, son presi in generale Disentis e Trons.) Carigiet, nell’op. che si citerà di sopra, p. 12.</ref>a varietà cattolica. Quella rabbia di divisione
 
che le discrepanze teologiche ispirano, deve tuttavolta avere accresciuto
 
per due modi, se io ben veggo, la differenza naturale dell’idioma. Dall’un
 
canto, se si ondeggiava, per tutta la regione, fra due pronuncio diverse,
 
questa chiesa s’è messa a favorirne una, e quella a favorir l’altra. Cosi
 
p. e. dell’e che si alterna con l’i ai num.,3,41,59 e 63 (cfr. mr.). Il Carisch
 
qui si limita a dire, che il cattolico muti Vi in e; ma la verità è, che
 
Ve per t si sente, in un numero più o men grande di esemplari, anche
 
tra i riformati (v. mr.), i quali però, nei loro libri, danno, a buon dritto,
 
ferma preferenza all’i; laddove i libri cattolici par che si vengano, a mano
 
a mano, come esagerando nella predilezione dell’e. Carigiet, che è dei
 
resto un cattolico di buon acume, scrive, a rao’ d’esempio, gli-emprem
 
(primo), détg (detto), scrett (scritto), quenn (conto; in questo esemplare,
 
come tosto scorgiamo, c’è doppia squisitezza musterina), mét (muto); dove
 
il cattolico De Sale ( 1729) ancora scriveva: i/ emprim, dig % scritta quint
 
(v. num. 55), mitt. Dall’altro canto, l’uso ecclesiastico e letterario di una
 
forma propria ai principali paesi di una data confessione, pud far si che
 
la affettino come propria, almeno nello scrivere, anche i correligionarj di
 
quo’ paesi a cui naturalmente sia estranea. Forse per questa via si chiarisce,
 
come avvenga, che due saggi della Valle Lungnezza, procacciatimi
 
dal Bùhler, scritto l’uno da un giovane di Villa, l’altro da uno di Duvin,
 
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