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{{Pt|rocco|scirocco}}, io riuscii pian piano a rappiccar conoscenza colle vecchie camere del castello. Mi ricordo ancora che s’imbruniva la notte e che ad ogni porta ad ogni svoltata di corritoio credeva di vedermi dinanzi la negra apparizione del signor Conte e del Cancelliere o la faccia aperta e rubiconda di Martino. Invece le rondini entravano ed uscivano per le finestre recando le prime pagliuzze le prime imbeccate di poltiglia pei loro nidi; i pipistrelli mi sventolavano colle loro ali grevi e malsicure; nella stanza matrimoniale dei vecchi padroni cuculiava un gufo schernitore. Io andava vagando qua e là lasciandomi guidare dalle gambe e le gambe fedeli all’antica abitudine mi portarono al mio covacciolo vicino alla frateria. Non so come vi arrivassi sano e salvo per quei solai malconci e rovinati, per mezzo a quei lunghi androni dove le travature e i calcinacci caduti dal granaio impedivano ogni poco il passo e avevano preparato comodissimi trabocchetti per precipitare ai piani sottoposti. Una rondine aveva appostato il suo nido proprio a quel travicello sotto il quale Martino usava appendere il ramicello d’oliva alla domenica delle Palme. Alla pace era succeduta l’innocenza. Mi ricordai di quel libricciuolo trovato anni prima in quella camera, e che nel mio cuore disperato avea rimessa la rassegnazione della vita e la coscienza del dovere. Mi ricordai di quella notte più lontana ancora quando la Pisana era salita a trovarmi e per la prima volta avea sfidato per me le sgridate e le busse della Contessa. Oh quella ciocca di capelli, io l’aveva sempre con me! Avea preveduto in essa quasi il compendio simbolico dell’amor mio; nè le previsioni m’avevano ingannato. La voluttà mista di pianto, l’avvilimento avvicendato alla beatitudine, e la servitù alla padronanza, le contraddizioni e gli estremi non avevano mancato alla promessa: s’erano avvolti confusamente nel mio destino. Quanti dolori, quante gioie, quante speranze, quanta vita da quel giorno!... E
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{{Pt|rocco|scirocco}}, io riuscii pian piano a rappiccar conoscenza colle vecchie camere del castello. Mi ricordo ancora che s’imbruniva la notte, e che ad ogni porta, ad ogni svoltata di corritojo, credeva di vedermi dinanzi la negra apparizione del signor conte e del cancelliere, o la faccia aperta e rubiconda di Martino. Invece le rondini entravano ed uscivano per le finestre recando le prime pagliuzze, le prime imbeccate di poltiglia pei loro nidi; i pipistrelli mi sventolavano colle loro ali grevi e malsicure; nella stanza matrimoniale dei vecchi padroni cuculiava un gufo schernitore. Io andava vagando qua e là lasciandomi guidare dalle gambe e le gambe fedeli all’antica abitudine mi portarono al mio covacciolo vicino alla frateria. Non so come vi arrivassi sano e salvo per quei solaj malconci e rovinati, per mezzo a quei lunghi androni, dove le travature e i calcinacci caduti dal granaio impedivano ogni poco il passo, e avevano preparato comodissimi trabocchetti per precipitare ai piani sottoposti. Una rondine aveva appostato il suo nido proprio a quel travicello, sotto il quale Martino usava appendere il ramicello d’oliva alla domenica delle Palme. Alla pace era succeduta l’innocenza. Mi ricordai di quel libricciuolo trovato anni prima in quella camera, e che nel mio cuore disperato avea rimessa la rassegnazione della vita e la coscienza del dovere. Mi ricordai di quella notte, più lontana ancora, quando la Pisana era salita a trovarmi, e per la prima volta avea sfidato per me le sgridate e le busse della contessa. Oh quella ciocca di capelli, io l’aveva sempre con me! Avea preveduto in essa quasi il compendio simbolico dell’amor mio; nè le previsioni m’avevano ingannato. La voluttà mista di pianto, l’avvilimento avvicendato alla beatitudine, e la servitù alla padronanza, le contraddizioni e gli estremi non avevano mancato alla promessa: s’erano avvolti confusamente nel mio destino. Quanti dolori, quante gioje, quanta speranza, quanta vita da quel giorno!... E
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