Il palazzo: differenze tra le versioni

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Il gentiluomo fe’ un cenno affermativo e s’avviò lentamente alla porta, l’artista spiccato il cappello, tolta la mazza s’affrettò a raggiungerlo mentre scendeva lento e grave le scale.
 
“Conte Lancia” pensava l’architetto, camminandogli a fianco nella strada, “Conte Lancia! sapevo che c’era costui, n’avevo sentito a parlare. Lo chiamano il taciturno, move il capo dall’alto al basso per affermare, lateralmente per negare, crolla le spalle, si frega le mani e basta così: ci pensi cui tocca. Lo dicono un gran cavaliere, un signorone, ma un carattere originale. Come faremo ad intenderci, stabilir le cose, tirar su tutto, sempre alla muta? Vedremo, qualche santo m’aiuterà”.
 
 
La bellissima contessa Cristina venne ad abitare il palagio durante la campagna, andava e veniva agile e svelta lungo i piuoli; i gentiluomini che l’accompagnavano scendevano prima, salivano dopo e si facevano sotto con gran cortesia per mantenerle la scala. Questa restò per anni, durò più del conte, della contessa, dell’architetto, i cui disegni stupendi andarono perduti. Prese una bella patina lucida e scura.
 
E le guerre succedettero alle guerre. Via le terre, le gioie, le argenterie, quanto v’era di valsente in casa, l’esempio veniva dall’alto, i signori sapevano seguirlo: armi invece, equipaggi e cavalli pel paese, per la casa di Savoia, per l’onore. Un principe corse il Piemonte non più suo, senz’altro avere che la sua spada e le sue pistole, senz’altra corte che pochi cavalli; lasciò passando il collare dell’ordine spezzato nelle mani dei contadini accasciati sulle rovine delle capanne fumanti. Poi piovvero le bombe, le granate, le palle francesi sulla città. – Un peso enorme sfondò il tetto del palazzo Lancia, fracassò la volta, ci scoppiò dentro squarciando le mura e sconvolgendo il terreno, carbonizzò gli staggi sottili.
 
Il conte Vittorio riparò il palazzo dopo l’assedio, e fece costrurre una scala. È stretta e meschina nel palazzo stupendo; ansa di creta sopra un vaso di marmo.
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