Sonetti romaneschi/Er vedovo

Er vedovo

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Lo scortico La porta dereto

 
     Er zanto madrimonio? er pijjà mmojje?
accidentacci a cchi ne disce bbene.
Ar ripenzà ar passato, me s’accojje 1
la massima2 der zangue in de le vene.
              5
     È mmeno male de passà in catene
mill’anni, senza mai potesse ssciojje: 3
è mmejjo a vvive4 drent’a un mar de dojje
tutto pien de bbubboni e ccancherene.
              
     Li crapicci, li ghetti,5 li scompijji...
10Ma, ssenza che tte sfili la corona,
bbasta er mal de le corna e dde li fijji.
              
     Eppoi, fussi6 la mojje cosa bbona,
ciaverebbe7 pe ssé mmesso l’artijji
sta razzaccia de preti bbuggiarona.


Terni, 20 ottobre 1833


Note

  1. Mi si accoglie: mi si putrefà.
  2. Massa.
  3. Potersi sciogliere.
  4. Vivere.
  5. Gli strepiti.
  6. Se fosse.
  7. Ci avrebbe.