Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino beccaio (1921)

Giacomo Leopardi

Alessandro Donati 1817 Indice:Leopardi - Paralipomeni della Batracomiomachia, Laterza, 1921.djvu sonetti caudati Letteratura Sonetti in persona di ser Pecora, fiorentino beccaio Intestazione 9 agosto 2020 75% Da definire

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Versi - Paralipomeni della Batracomiomachia

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I.

SONETTI

in persona di ser pecora fiorentino beccaio

(1817)

SONETTO PRIMO

     Il Manzo a dimenarsi si sollazza,
cozza col muro e vi si dicervella,
con la coda si scopa e si flagella,
4scote le corna e mugge e soffia e razza,
     con l’unghia alza la polve e la sparnazza;
bassa ’l capo, rincula e s’arrovella,
stira la corda, stringe la mascella,
8e sbalza e salta e fin che può scorrazza.
     Dálle al muro: oh per certo e’ gli vuol male.
Ve’ come gli s’avventa. Animo! guata
11se non par ch’aggia a farne una focaccia.
     Oh gli è pur duro, Manzo, quel rivale.
Va, Coso, e ’l tasta d’una tentennata,
14e gli ’nfuna le zampe e glien’allaccia.
                    E s’oggi non gli schiaccia
il maglio quelle corna e quel capone,
17vo’ gir sul cataletto a pricissione.

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SONETTO SECONDO

     Su, scaviglia la corda. Oh ve’, gavazza
e tripudia e ballonzola e saltella:
non dé’ saper che ’l bue qui si macella:
4via, per saggio, lo tanfana e lo spazza;
     via gli fruga la schiena e gli spelazza:
e’ dá nel foco giú da la padella.
Le corna gli ’mpastoia e gli ’ncappella;
8ammanna la ferriera, e to’ la mazza.
     Su, Cionno, ravviluppati ’l grembiale,
gli avvalla il capo, causa la cozzata,
11e giuca de la vita e de le braccia.
     Ve’, s’arrosta e s’accoscia: orsú non vale
gli appicca, Meo, sul collo una bacchiata,
14fa’ che risalti in piede, e gli t’abbraccia.
                    E ’l tira, e gli ricaccia
le corna abbasso, e senza discrezione
17gli accomanda la testa a l’anellone.

SONETTO TERZO

     Ve’ che ’l tira, e s’indraca e schizza e ’mpazza:
dagli ’n sul capo via, che non lo svella;
su, gli acciacca la nuca e la sfracella.
4Ma ve’ che ’l maglio casca e non l’ammazza.
     Oh che testa durissima, oh che razza
Di bestia! i’ vo’ morir s’ha le cervella.
Ma gli trarrò le corna e le budella
8s’avesse la barbuta e la corazza.
     Leva ’l maglio, Citrullo, un’altra fiata,
e glien’assesta un’altra badiale,
11e l’anima gli sbarbica e gli slaccia.

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     Fàgli de la cucuzza una schiacciata:
ve’ che basisce, e dice al mondo: — Vale. —
14Suso un’altra, e ’l sollecita e lo spaccia.
                    In grazia, Manzo, avaccia:
a ogni mo’ ti bisogna ire al cassone,
17passando per li denti a le persone.

SONETTO QUARTO

     E’ fa gheppio. Su l’anca or lo stramazza,
l’arrovescia; e lo sgozza e l’accoltella.
Ve’ ch’ancor trema e palpita e balzella,
4guata che le zampaccie in aria sguazza.
     Qua, che già ’l sangue spiccia e sgorga e sprazza,
qua presto la barletta e la scodella;
reca qualcosa, o secchia o catinella
8o ’l bugliuolo o la pentola o la cazza:
     corri pel calderotto o la stagnata,
dá’ di piglio a la tegghia o a l’orinale;
11presto, dico, il malan che ti disfaccia.
     Di molto sangue avea quest’animale:
mo’ fagli fare un’altra scorpacciata,
14e di vento l’impregna e l’abborraccia.
                    Istrigati e ti sbraccia:
mano speditamente a lo schidone;
17busagli ’l ventre, e ’nzeppavi ’l soffione.

SONETTO QUINTO

     Senti ch’e’ fischia e cigola e strombazza:
gli è satollo di vento: or lo martella,
e ’l dabbudá su l’epa gli strimpella
4e ne rintrona il vicolo e la piazza.

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     Ve’ la pelle, al bussar, mareggia e guazza
lo spenzola pel rampo a la girella:
lo sbuccia tutto quanto e lo dipella:
8e ’l dissangua, lo sbatti e lo strapazza.
     Sbarralo, e tra’ budella e tra’ corata,
tra’ milza, che per fiel piú non ammale,
11e l’entragno gli sbratta e gli dispaccia.
     D’uno or vo’ ch’e’ riesca una brigata:
gli affetta l’anca e ’l ventre e lo schienale,
14e lo smembra, lo smozzica lo straccia.
                    Togliete, oh chi s’affaccia:
ecco carni strafresche, ecco l’argnone:
17vo’ mi diciate poi se saran buone.


Questi sonetti, composti a somiglianza dei Mattaccini del Caro, furono fatti in occasione che uno scrittorello, morto or sono pochi anni, pubblicò in Roma una sua diceria, nella quale rispondendo ad alcune censure sopra un suo libro divulgate in un giornale, usava parole indegne contro due nobilissimi letterati italiani che ancora vivono. Come nei Mattaccini del Caro sotto l’allegoria del gufo e del castello di vetro dinotasi il Castelvetro, parimente in questi sonetti disegnasi il detto scrittorello sotto l’allegoria del manzo. Il nome del beccaio è tolto dalla Cronica di Dino Compagni, la quale fa menzione di un beccaio fiorentino di quei tempi, detto per soprannome il Pecora.