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Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo VI/P9

PARTE TERZA CAPITOLO VI
§.9. Conclusione

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Parte terza - P8 Scola della Patienza

Conclusione di tutte le suddette cose. Quello che habbiamo detto del conformare l’humana volontà con la divina, massime nelle avversità, ciò conferma chiarissimamente S.Agostino dove discorrendo del sopportar i tristi e peccatori così dice: (Quietati per questo, datti pace come fai quando impari perchè Dio vuole questo, perciò fioriscono i peccatori. Vuole perdonare ai tristi, chiama a penitenza quelli ai quali perdona. Ma quelli non si emendano. Sà molto bene egli in che modo li ha da giudicare. Ma l’huomo non si quieta, nè si dà pace quando vuol contraddire o alla bontà, o alla pazienza, o alla potestà, o alla giustizia, del Signore che giudica. Quali sono dunque quelli che hanno retto il cuore? Quelli che vogliono ciò che vuole Dio. Dio perdona ai peccatori, tu vuoi che li castighi. Hai dunque il cuore storto quando tu vuoi una cosa e Dio ne vuole un’altra. Dio vuol perdonare ai peccatori e tu non vuoi. Dio sopporta i peccatori e tu non li vuoi sopportare. Ma come io havevo cominciato a dire, una cosa vuoi tu e un’altra Dio. Volta il tuo cuore e drizzalo a Dio, perchè il Signore ancora ha compatito gli infermi. Ha veduto nel suo corpo, cioè nella sua Chiesa, degli infermi i quali tentano prima di far la loro propria volontà, ma vedendo poi che altra è la volontà di Dio, addrizzano sè e il cuor loro a pigliare e fare la volontà di Dio: non voler dunque tirare e torcere la volontà di Dio alla tua ma correggi la tua secondo la volontà di Dio. La volontà di Dio è come una regola incommutabile. Sinchè la regola è intiera, hai dove voltarti e dove correggere la tua malizia e hai donde tu possa correggere quello ch’è in te di storto. Ma che vogliono gli huomini? E’ poco d’haver essi la loro volontà storta, vogliono ancora storcere la volontà di Dio secondo il cuor loro, perchè Dio faccia quello ch’essi vogliono, dovendo essi fare quello che vuole Iddio). Sin qui S.Agostino. Ditemi di grazia, poveri mortali, non finite voi una volta di capire questa dottrina di conformar la vostra volontà con la divina, la quale, e i Padri antichi e i sacri libri con tanti gridi vi inculcano? E’ possibile che stiamo ancora fermi nel nostro parere e siamo di testa così dura e ostinata, che ancora non vogliamo ciò che vuole Iddio, o pur vogliamo quello ch’egli non vuole? Le cose che noi patiamo, Dio è quello che vuole che le patiamo (non vi è cosa più certa) e ciò vuole per nostro bene e per farci un singolar favore. Ma tu mi dirai, io non desidero ne cerco questi favori. O poco men che’io ti dissi non huomo, ma bestia del Cielo! Di grazia vedi bene un poco e considera quanti siano eziandio dei grandi, che desiderano le fatiche purchè siano accompagnate dagli honori e dalle ricchezze. E quando questi conseguono ciò che desideravano l’hanno per un grandissmo favore. E tu che con brevissimi travagli hai da passartene ai riposi e alle delizie eterne, come un bufalo o un toro indomito ferisci col corno e fai tanta resistenza? Senti una cosa meravigliosa e degnissima di fede, che racconta Leonzio Vescovo di Napoli in Cipro nel seguente modo. Vi fu un certo Gentil’huomo (che Leonzio chiama Filocristo) che se n’andò a trovare S.Giovanni patriarca Alessandrino, huomo da per tutto conosciuto e tenuto per santissimo, e dandogli sette libbre e mezza d’oro per farne elemosina, gli disse queste parole: io, Santo Padre, non ho più oro di questo, ma questa sol cosa io vi domando e col maggior affetto che posso, che vogliate raccomandare a Dio nelle vostre orazioni un mio figliuolo assente, e purchè io lo riceva sano e salvo, terrò d’haver molto bene speso tutto questo poco d’oro. E per mostrare quanto seriamente ciò gli domandasse, gli si inchinò molte volte con le ginocchia fino a terra, per impetrare tanto più efficacemente come egli pensava ciò che domandava, con quanta maggiore sottomissione glie l’havesse domandato. Haveva poi questo suo figliuolo di quindici anni ed era unico e l’aspettava che in una nave tornasse d’Africa, e questo desiderava, che fosse raccomandatissimo al Santo Patriarca. Il quale accettò quell’oro e ascoltò insieme con molta cortesia quelle sue preghiere e si meravigliò di un animo così generoso, che potesse disprezzare e far poco conto di tanta gran quantità d’oro havendogli pregato dal Signore ogni contento, poichè come dice Leonzio: fece molta orazione alla sua presenza, e così lo licenziò. Nè tardò poi a far più lunghe orazioni per quello che con tanta instanza gli haveva domandato. Entrato dunque subito nell’oratorio e riposto l’oro sotto l’altare disse la messa, dice Leonzio, che fece una perfettissima comunione e pregò Iddio, così come haveva promesso, con le più efficaci preghiere che gli fu possibile, che volesse far grazia a quel gentil’huomo di ricondurgli il figlio a casa sano e salvo insieme con la nave. Non erano ancora passati trenta giorni dopo questa orazione, che il figliuolo di quel gentil’huomo così liberale si morì, e la nave che veniva ben carica fece miserabilmente naufragio. Il terzo giorno dopo la morte del figliuolo venne la mala nuova e quello che la portava disse al povero padre che il figlio era morto e che la nave con tutte le mercanzie s’era affondata, come ne mostrava fede e che solamente gli huomini si erano salvati in uno schifo. O dolore immenso del povero Padre! E per quanti capi restava il poverello afflitto! Haveva speso l’oro, perduto il figlio, neanche la nave haveva potuto arrivare a salvamento. Eccoti per premio di una così gran pietà un pianto immenso e a pena capace d’alcun conforto. Poichè si potè ben dire allora di questo afflittissimo Padre quello del real profeta: (Che se Dio non l’aiutava era quasi per morire di dolore). Per battere un petto virile poteva forse parere che fosse bastante la perdita della nave, ma vi si aggiunse ancora l’immatura morte del carissimo figliuolo. Ahimè, che queste furono due ferite mortali e ciascuna di esse bastava a far morire quel poverello. Dopo che S.Giovanni Patriarca seppe tutto questo, ne sentì il buon Pastore hormai tanto dolore e dispiacere quanto forse il Padre stesso che da così gran calamità era stato ferito. Quindi è che stando in dubbio di quel che havesse a fare pregò instantissimamente Iddio che volesse dare qualche conforto a quel mestissimo Padre, perchè egli non haveva tanto animo di poter consolare un huomo tanto afflitto e tribolato, e perciò farselo chiamare. Ma lo mandò a visitare per un huomo assai prudente acciocchè lo consolasse e da sua parte gli dicesse queste parole: guardatevi figlio mio carissimo di non perder d’animo, nè d’accusare Iddio d’alcuna inclemenza. Sollevatevi pure in alto e considerate le delizie eterne. Il momentaneo e lieve peso della nostra tribolazione ne fabbrica in noi un eterno peso della nostra gloria. Tutte le cose che si fanno quaggiù in terra si fanno per giustissimo giudizio di Dio, nè vi è alcun male o supplizio così grande che non torni in nostro bene, purchè lo sopportiamo con pazienza. Dio provvidentissimo Padre non solamente previde fin dall’eternità, ma determinò ancora quello che ci era più giovevole. Noi altri a guisa di bambini che non sappiamo quello che ci fà danno, domandiamo spesse volte cose che ci sono molto dannose. Perciò consolatevi in Dio nelle cui mani è la vostra nave e il vostro figliuolo. Consolazione veramente assai pia e soda, ma con tutto ciò non poterono queste parole penetrare un animo così malamente ferito. Mancando dunque l’aiuto humano venne subito il divino. La notte seguente parve a questo povero afflitto che gli apparisse in sogno il Santissimo Patriarca Giovanni e che gli diceva così: perchè v’affliggete fratello e perchè vi struggete nella melanconia? Non mi pregaste voi che ch’io domandassi da Dio che vi facesse havere il figlio salvo? Ecco ch’egli è salvo. Credetemi pure che se egli fosse sopravvissuto si sarebbe dannato. Della vostra nave poi sappiate questo, che se non vi haveste fatto amico Iddio con quella elemosina così liberale, ella sarebbe stata inghiottita dalle onde con tutti quelli che v’erano dentro, fra i quali v’era ancora vostro fratello che pur se l’havria pigliato il mare e nondimeno l’havete ricevuto sano e salvo. Levatevi dunque e ringraziate Iddio d’havervi già salvato il figlio e condottovi alla casa sano e salvo il fratello. Svegliandosi poi da questo sonno Filocristo, molto più consolato di quello ch’era prima, si sentì quasi alleggerito da tutto il dolore. Et andatosene subito dal Patriarca gli si gettò ai piedi e narrogli il sogno che haveva havuto la notte precedente e quanta consolazione ne havesse ricevuto. E da allora in quà, diceva, io ringrazio il benignissimo Dio, che ci esercita sempre per il nostro bene e sempre si mostra Padre così quando ci castiga come quando ci consola. Allora disse subito il S.Patriarca, siate sempre glorificato o benignissimo e pietosissimo Iddio, che mai disprezzate le orazioni dei vostri servi, e voltatosi a quel gentil’huomo: non vogliate altrimenti attribuire questo alle mie orazioni ma si bene alla divina bontà e alla vostra fede. Impariamo, o huomini di poca fede, a confidarci in Dio, a non perderci d’animo nelle tribolazioni. Impariamo a sopportare le avversità non solamente con pazienza ma con allegrezza ancora e con rendimento di grazie. Che dubitiamo? Perchè tergiversiamo invano e facciamo resistenza senza profitto? Fermiamoci bene nell’animo e deliberiamoci di patir molte cose e apparecchiamoci bene a sopportarle. Perseveriamo costantemente nella Pazienza e conformiamo sempre la nostra volontà con la divina in tutte le cose che ci accadranno o grandi siano o picciole. Papa Pio V pativa spesso gravissimi e longhissimi dolori di pietra con grandissima pazienza e fu spesso sentito che diceva: Signore accrescetemi il dolore, purchè mi accresciate ancor la pazienza. Imitiamo ancor noi un così buono esempio, e se bene saremo angustiati da ogni parte d’animo e di corpo, nondimeno diciamo pure con grandissima confidenza: Signor mio Giesù Christo accrescetemi pur quanto volete il dolore purchè mi diate ancor maggior pazienza. Non altrimenti S. Francesco Saverio, quel grande Apostolo delle Indie e del Giappone, il quale fu così avido e desideroso di patire, che nel più bello dei suoi patimenti e nel mezzo dei pericoli pregava Dio instantissimamente che non lo liberasse altrimenti da quelli se non per metterlo in maggiori per la divina gloria. E ritrovandosi ancora in Roma in un Hospedale e havendo conosciuto per divina rivelazione che egli haveva da patire per amor di Dio, e per mare e per terra, gran travagli, necessità, fame, sete, povertà, caldo, freddo, strazi, pericoli, tradimenti, esclamò subito con gran spavento: Più Signore, più, più! Perchè era tanta la fiducia che haveva in Dio che teneva per certo che havendogli egli dato quell’ardentissimo desiderio gli havrebbe dato ancor forze bastanti a sopportare tutte quelle cose che per causa sua haveva da patire. Donde poi nascevano quelle infuocatissime parole: Più Signore, più, più. Facciamo di grazia, o Christiani, facciamo ancor noi qualche cosa che sia degna del Cielo. E quando ci troveremo nei travagli, gridiamo ancor noi con quel Santo huomo: più Signore, più, più. Dateci più dolori e affanni che ci confidiamo in voi che ci darete ancora più pazienza. Ma voglio finire tutto questo trattato della Pazienza col Beato Martire Melitone, il quale essendo il più giovinetto fra quegli illustrissimi quaranta Martiri di Sebaste d’Armenia, diede però un bellissimo esempio di costanza virile. Vedendo la sua santa Madre, matrona veramente christiana, che il suo buon figliuolo essendogli già state rotte le gambe a pena poteva più respirare, dandogli animo lo cominciò ad esortar a questo modo: (Habbi, figliuolo mio, ancora un poco di pazienza, sopporta ancora un poco questi tormenti. Ecco che Christo stà alla porta per darti aiuto e per premiarti: habbi, figliuolo mio ancora un poco di pazienza, sopporta ancora per un poco). Hebbe egli questa pazienza, sopportò come gli diceva la Madre e infiammato dalle sue parole sopportò una generosa morte. Con le medesime parole l’ottima madre Pazienza esorta e fà animo ai suoi figliuoli. Habbiate figliuoli miei ancora un poco di pazienza; ecco che Christo vi aiuta e vi mostra il premio. Ogni dolore finisce presto. E la beatissima Eternità s’avvicina. Guardate un poco tante compagnie di Beati, tutti quelli trovarono in brevissimo tempo il modo di farsi immortali, e col patire e col morire pervennero all’immortalità. Perchè dunque facciamo resistenza e ci spaventiamo di patire? Con la pazienza arriva l’animo a disprezzare la forza e la potenza di tutti i mali. Se tu non vuoi patire non vuoi essere coronato. Dice San Giovanni Chrisostomo: (Non si trova vita senza miseria, ma quanto più crescono le tribolazioni tanto più ancora cresceranno i premi). Con travagli e con dolori si compra il Cielo. Sappiamo bene quel detto antico: prima di mangiare bisogna travagliare. Così Suida racconta che i soldati di Ciro non mangiarono mai senza prima haver sudato, e questo per mangiare con più appetito e star più sani. E noi altri ci crediamo d’andare a godere quella celeste mensa giocando, burlando e stando in ozio? E di grazia per conoscere bene quella vita eterna e immortale impariamo prima a conoscere questa misera e mortale. Perchè stiamo noi a prometterci e a proporci cose soavi e molli? Noi siamo in esilio e ci troviamo in un deserto. Qui non si vive se non con molti incommodi, se malamente li sopporti ti sono pesi intollerabili, se li sopporti bene ti sono di gran gusto. Dice San Giovanni Chrisostomo: (Si come non si può trovare un huomo che sia immortale, così non se ne può trovare alcuno che sia senza tristezza). Ma poi per nostra consolazione soggiunge questo Santo: (Quando siamo travagliati rallegriamoci perchè questo ci serve per purga dei nostri peccati. Nessun generoso atleta cerca bagni o una bella tavola apparecchiata nello stadio, perchè questa non è cosa d’atleta ma d’un huomo delicato e molle poichè l’atleta combatte nella polvere con l’oglio, con l’ardore del sole, con sudare molto bene, con gran tribolazione e grande angustia. Questo è tempo di combattere e di menar le mani e per conseguenza è tempo di ferite, di sangue e di dolore). Nella guerra si conosce il soldato, il nocchiero nella tempesta, nello stadio il corridore e il pugile nell’arena. Pensiamo pure che tutta questa nostra vita non è altro che una continua battaglia, ne cerchiamo mai di riposare, e così non penseremo mai nelle tribolazioni nostre di patir cose inusitate, perchè come dice il medesimo Santo: (La tribolazione è il nostro Pedante). E l’esser tribolato non è cosa mala, ma il peccare è cosa mala. Ha peccato non colui che ha patito il male ma colui che l’ha fatto. Anzi come dice chiarissimamente lo stesso Santo: il patire per Christo è un dono gratuito e di maggior meraviglia che risuscitar morti e far gran miracoli. Dice il Santo: (Bisogna poi che il cristiano anche in questo sia differente dagli infedeli, che ogni cosa sopporti generosamente e, come alato, si mostri superiore e più alto dell’impeto delle humane miserie. Il Fedele è stabilito sopra la pietra e perciò non teme i colpi dell’onde). Perciò S.Paolo predicando questo stesso per una grazia singolare e un gran dono dice: (A voi è stato donato come cosa singolare che non solamente crediate in Christo ma ancora che patiate per lui). Come dice S.Gregorio: (Perchè non ha promesso Iddio ai suoi eletti allegrezze e diletti, ma si bene amarezze e tribolazioni, acciocchè a modo di medicina ritornino per mezzo d’una amara bevanda alla dolcezza dell’eterna salute). Ma che bisogno è qui di testimoni? E’ parola del Signore e oracolo d’eterna verità: (Chi non piglia la sua croce e mi segue, non è degno di me). Qui non vi è alcuna licenza, niuna eccezzione o prerogativa, niun privilegio. E’ indegno di Christo chi getta via la Croce e non seguita Christo. E la Croce, eziandio che sia grandissima, s’ha da portare pazientemente. Quelli che sono stati più cari a Christo, la stessa Madre di Christo, anzi Christo stesso, non sono vissuti d’altra maniera. Lodando già una volta pubblicamente la pazienza quella saggia e castissima vedova di Giuditta disse così: (Quelli poi che non ricevettero le tribolazioni con timore del Signore e mostrarono la loro impazienza e mormorarono contro Dio furono tutti sterminati). Aspettiamo dunque noi con humiltà la sua consolazione, perchè i nostri Padri furono tentati per far prova se veramente honoravano il loro Dio, e si come il vostro Padre Abramo fu tentato e provato con molte tribolazioni e così diventò amico di Dio, così ancora Isac, Giacob, e Moysè e tutti quelli che piacquero a Dio passarono con grandissima fedeltà per molte tribolazioni. Che stiamo più a contrastare? Tutti passarono di questa maniera. Tutti quanti furono, tutti, tutti quelli che piacquero a Dio. Niuno si deve tener per approvato e per fedele che non habbia patito qualche travaglio e afflizzione. Si che resta verissimo il detto della saggia Giuditta: (Questo patir per Christo, questo è vincer con Christo. Questa è la vera strada d’andar al Cielo, aspra si bene e angusta, ma sicura). Habbiamo ancora un poco di pazienza, sopportiamo un poco poichè nè ci mancherà aiuto nel combattere nè premio dopo la vittoria.

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