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Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo VI/P7

PARTE TERZA CAPITOLO VI
§.7. La felicità matrigna della virtù

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Quanto poi s’appartiene a quell’altra serpentina domanda: Per qual cagione Iddio si mostri spesse volte con gli altri così benigno e così severo con i suoi? E’ da sapere con ogni esattezza che questa volontà di Dio è giustissima , perchè con le Avversità si convertono a migliore vita molte migliaia di huomini e pochissimi con le prosperità. Onde disse colui: (La felicità matrigna della virtù appalude ai suoi beatelli per far poi loro del danno). Vi sono alcuni che par loro di esser felici e beati, ma questo è solamente nella loro opinione, la quale perchè è falla, s’accosta più alla miseria che alla felicità. Poichè il non conoscere la propria miseria è una somma miseria. Pompeo Magno si credette d’esser felice, ma se consideriamo meglio questo, non fu mai reale neanche quando in fioritissimo stato pareva a tutti felicissimo. La riuscita mostrò la verità del fatto, perchè il povero Pompeo fu forzato a dar a gustar la sua testa e a far un brindisi del suo sangue alla spada d’un carnefice. Policrate Re dei Samii era da tutti tenuto per lo stesso figlio della fortuna, perchè non gli occorse mai cosa contraria in vita sua. Lo favorivano, o per meglio dire lo servivano a gara il Cielo, la Terra e il Mare. Ogni cosa alla quale egli si metteva gli riusciva sempre bene. La speranza haveva sempre il suo desiderato frutto. Non haveva così presto desiderato una cosa che subito otteneva ciò che voleva. Haveva il potere pari al volere. Attristossi un poco solamente una volta Policrate quando per placare Nemesi (acciocchè non fosse totalmente esente da ogni incommodo) gettò in mare un suo carissimo e preziosissimo anello, il qual però ricuperò subito essendosi pigliato un pesce che se l’haveva inghiottito. Alla fine ogni sua felicità venne miseramente a spirare sopra una altissima Croce, perchè Policrate essendo stato posto in Croce sulla cima del Monte Micalo da Oronte gran personaggio del Re Dario, diede un miserabile ma chiarissimo spettacolo d’una fallacissima felicità. Ma tu mi dirai che queste son cose vane? Adunque rivolgi il guardo ad Aman ch’era un altro Policrate, e fu ricevuto in un somigliante sepolcro e non meno alto di quell’altro. Abbondò per un pezzo di gran ricchezze Aman, fu beato per la moglie e una copiosa prole, haveva molti amici e sopra tutti il medesimo Re Assuero gli era amicissimo. Ogni cosa succedeva ad Aman come voleva, alla fine come terminò il negozio? La conclusione di così gran felicità fu una forca ch’egli stesso non volendo si fece fabbricare. Così per esser troppo piene cadono le spighe, così si spezzano i rami degli alberi quando son troppo carichi, così una gran bonaccia in mare suol esser segno d’una gran burrasca. Così ancora avviene nei costumi e nella vita: (Gli animi nelle prosperità si danno spesse volte ai vizii). Et alla Luna non manca mai il lume se non quando è piena; e quanto è più piena tanto è più lontana dal Sole. Et il cavallo quanto meglio si governa ed è più grasso tanto è più feroce a quel che lo cavalca. Così l’huomo spesse volte all’hora è più lontano da Dio quanto si tiene più felice. Quindi è che Dio si lamentò una volta di quel suo Popolo dicendo: (Io li saziai molto bene e adulterarono, si riempirono e si ingrassarono, e trasgredirono pessimamente le mie leggi). S.Ambrogio Vescovo di Milano, come racconta S.Paolino, essendo una volta ad alloggiare in casa di un riccone, questi per trattare bene S.Ambrogio hospite suo, non solo con una liberale e abbondante mensa, ma per ricrearlo ancora con diversi ragionamenti cominciò a fargli un lungo racconto di diverse cose, e fra le altre gli disse di se stesso che non haveva mai patito alcuna avversità e che haveva sempre havuto ogni cosa prima di desiderarla e oltre il suo desiderio, cioè prima che egli volesse, e più di quello che volesse, e che perciò egli non sapeva che cosa si fosse la calamità e la miseria. Tremò tutto di paura a queste parole S.Ambrogio, e subito come se fosse stato chiamato per un negozio di grandissima importanza, licenziandosi da quell’huomo da bene e da quella sua felice casa se ne partì. Domandandogli poi i suoi la causa di così subita partenza, disse loro che egli dubitava grandemente d’haver eletto un pessimo alloggiamento in una casa tanto beata, e d’un huomo tanto felice che non haveva mai provato alcuna avversità. E che però gli haveva [parso] paruto di doversene fuggire di là quanto prima acciocchè egli con i suoi compagni non fossero forse oppressi insieme con quell’huomo da qualche subita e inaspettata rovina. Non si era S.Ambrogio ancora troppo scostato di là quando rovinando subito e inaspettatamente tutta quella casa oppresse miseramente tutti quelli che vi erano. Quanto meglio dunque fanno quelli che sono tribolati e patiscono adesso diversi travagli, per cercarsi la quiete e la felicità dove non c’è timore d’alcuna rovina. Qui facciamo una vita soggetta a perpetue guerre di tentazioni, essendo esposti del continuo a molti e gravi pericoli e non essendo mai sicuri prima della Morte. Il che, lo sappiano o no quelli che si insognano d’esser felici, s’hanno a tenere tutti ugualmente miseri. Perchè non vi può essere felicità alcuna con errore o senza sicurezza. Solamente quello è felice che stando a sedere nel cocchio della divina provvidenza si dà del tutto nelle mani del suo divino volere. Tommaso Moro , che fu un chiarissimo specchio di pazienza, assoggettò perfettissimamente la sua volontà a quella di Dio in questo modo. Quando essendo ritornato poco prima da una ambasceria lontana, se ne stava in Corte appresso il Re lontano dalla sua casa, nel mese di Agosto si bruciò, non so per qual inavvertenza di un suo vicino, parte della casa sua e tutti i suoi granai ch’erano pieni di frumento. La moglie gli fece scrivere da un suo genero questa disgrazia. Il Moro rispose alla moglie come se fosse stato un Angelo in questo modo: io vi saluto carissimamente Signora Aloisia mia. Intendo che i nostri granai con alcuni altri di quei nostri vicini si sono con un subito incendio bruciati con tutto il frumento che vi era. E veramente che è cosa da dolersene (salva però la volontà di Dio) la perdita di tanto frumento. Ma perchè è così piaciuto a Dio, dobbiamo sopportare questo colpo non solamente con pazienza ma con allegrezza ancora. Tutto quello che habbiamo perduto ce l’haveva dato Iddio, ma perchè ce l’ha voluto levare di nuovo, sia fatta la sua santissima volontà. Non mormoriamo mai sopra di questo, ma pigliamolo in bene e rendiamone grazie a Dio, tanto nelle avversità quanto nelle prosperità. E se faremo bene il conto, è maggior beneficio di Dio questo danno che qualsivoglia altro guadagno. Perchè Dio sà molto meglio di noi quello che fà per la nostra salute. Vi prego dunque a star di buon animo, e menate alla Chiesa insieme con voi tutta la famiglia e ringraziate Dio tanto di quello che ci diede, quanto di quello che ci ha tolto e ci ha lasciato. E’ facil cosa a Dio, se così gli piacerà, d’accrescere ciò che ci è restato. Che se ce ne vorrà levare di più, facciasi ciò che gli farà più a grado. Procurasi ancora di sapere il danno che per ciò hanno patito i vicini e si avvisino a non volersi pigliar fastidio. Perchè io non permetterò che i miei vicini, per i miei domestici travagli, patiscano alcun danno, eziandio che mi fosse rubato tutto il mio havere fino ad un cucchiaro. Vi prego dunque Aloisia mia, insieme con i nostri figliuoli e tutta la famiglia, a star allegramente nel Signore. Tutte queste cose e tutti noi siamo nelle mani del Signore. Dipendiamo pur tutti dalla volontà di Dio e non potremo mai havere danno alcuno. A dio dalla Corte di Vuodstoch addì 13 di Settembre 1529. O Dio! O Santi del Paradiso! Come fu pura e sincera questa devozione verso la divina volontà! Oh che lettera è questa d’un huomo veramente Santo! Questo Padre di famiglia si che fece profitto nella scuola della Pazienza. Questo è quello che per mezzo di una perfetta conformità della sua alla divina volontà portò tanto soavemente sopra le sue spalle una così gran mole di perdita così grande. Eccovi uno struzzo che potè inghiottirsi e digerire il ferro. Si bruciarono bensì e si perdettero i suoi granai, ma non già l’animo, che ben difeso dalla pazienza seppe così bene conservare intiero. E vedere di grazia come il nostro libralissimo Iddio gli andò poi con moltiplicato guadagno compensando quella disgrazia, non altrimenti di quello che facesse già con Giob nelle sue tribolazioni. Del mese di Settembre hebbe il Moro questa tristissima novella, e nel prossimo mese di Ottobre fu fatto Cancelliere di tutto il Regno d’Inghilterra, con la nuova dignità gli furono date ancora nuove entrate. Onde non solamente si rifecero i vecchi granai, ma se ne poterono ancora fare degli altri nuovi. Questo è il costume di Dio: Ducit ad inferos e reducit. Ti conduce ad una estrema miseria e quando manco ci pensi te ne libera. A un Cancelliere d’Inghilterra io voglio qui aggiungere un Principe Spagnolo, che fu il Beato Francesco Borgia terzo Generale della Compagnia di Gesù. Questi andando una volta a Salamanca, dov’è un noviziato della Compagnia, fu sopraggiunto nel viaggio dalla notte, nella quale nevicava a più potere e tirava un vento così freddo che consumava i poveri viandanti, e confondeva tutte le strade le quali ne anche si potevano vedere per l’oscurità della notte. Alla fine havendo buona parte di quella notte contrastato e con la neve e con le tenebre arrivò come a Dio piacque, al luogo destinato. Nè per questo si potè affatto liberare dall’ingiurie del Cielo. Poichè arrivato al Collegio, trovò che tutti quelli di casa stavano nel primo sonno e per molto che sonasse la campanella e picchiasse la porta, non vi fu pur uno che gli rispondesse; e pareva piuttosto che fossero morti che dormissero. A questo si aggiunse ancora per più scommodo che l’habitazione era lontana dalla porta di casa. Fra tanto il povero Padre era benissimo battuto dal vento, si sentiva morir di fame, la neve seguitava a cadere ricoprendolo tutto da capo a piedi. Dopo haver aspettato un gran pezzo, risvegliatisi alla fine quei buoni novizi gli andarono ad aprir la porta. Entrato ch’egli fu in casa, fu tanto lontano dal mostrar risentimento di quella poca discrezione d’haverlo fatto tanto aspettare a quel gran freddo, che pieno tutto di gaudio pareva che seco se stesso si rallegrasse di questo fatto. Se ne stavano quelli di casa come storditi e si vergognavano della loro così profonda sonnolenza, e scusandosi al meglio che potevano gli domandavano perdono d’haver fatto stare, benchè non volendo, fuori tanto tempo in così pessima stagione un così buon Padre. Ma il B.Borgia, benchè per il freddo a pena potesse parlare, nondimeno rivolto a loro con volto placido e sereno disse loro queste parole: non dovete, figliuoli miei, pigliarvi alcun fastidio per causa mia, perchè mentre io stavo così di fuori aspettando, mi venne questo pensiero. Si come un Principe si piglia talvolta gran piacere quando vede un leone o qualche altro simile animale esser o nel teatro agitato con stimoli o con cani e reti cacciato alla campagna, così Dio benedetto si piglia gran gusto quando vede me, che non sono niente migliore di qualsivoglia fiera, cacciato da questi venti e da questa molle neve che senza offendermi niente fortemente mi stringa e prema. E che ciò mi sia accaduto è stato per provvidenza di Dio e sua santissima volontà. Vogliamo per tanto e contentiamoci ancor noi di ciò, che vuole e si contenta Dio e rallegriamoci quando ci fà di questi favori e con qualche più rigido esperimeno va di noi facendo prova. Questa sì che è cosa da huomo, questa raddolcisce mitiga le avversità, non solamente non contraddire con la sua volontà a quella di Dio, ma conformarla in tutto e per tutto con quello ch’egli vuole. Ma io aggiungo ancora al Duca di Candia la Serenissima Maddalena Duchessa di Neoburgo, acciocchè quanto più nuovi e moderni sono gli esempi, tanto più efficacemente ci muovono. Questa gran Principessa, che dovrà esser poi da noi più a lungo celebrata, sorella del Serenissimo Elettore Massimiliano e moglie del Serenissimo Volgango Guglielmo Duca di Neoburgo, morì alli 25 di Settembre dell’anno 1628. Questa virtuosissima Signora, dico, s’esercitò sempre con grandissima costanza in ogni sorte di virtù, non di meno attese sopra ogni altra cosa a conformare in ogni cosa per quanto poteva la sua volontà con la divina. Riceveva tutte le cose avverse, che ogni giorno glie n’occorrevano molte, dalla divina mano con tanta prontezza, come se fossero tanti segni di particolarissimi favori, e mostravasi sempre invitta a sopportare fortemente qualunque cosa per amor di Dio. Nel quale studio si ridusse a tale col continuo esercizio che negli ultimi quattro anni, che si affaticò d’arrivare alla cima di questa virtù, spesse volte in un sol giorno (come si trovò scritto in alcuni suoi notamenti) arrivò a fare più di cento volte atti di questa conformazione della sua volontà con la divina. Poichè alla fine questa è la vera vita, vivere conforme alla volontà di Dio, e quando altrimenti si vive, è morte. Di che disse elegantemente S.Agostino: (Andavano discorrendo con l’Apostolo alcuni Filosofi Epicurei, che vivevano secondo la carne, e alcuni Stoici che facevano professione di vivere secondo la virtù che si pensavano d’havere nell’animo loro. Diceva l’Epicureo: io stimo che sia bene il vivere secondo la carne. Lo Stoico diceva: e io stimo che sia bene il vivere secondo la propria virtù dell’anima mia. L’Apostolo poi diceva: e io stimo che sia bene l’accostarsi a Dio). E perciò erra l’Epicureo, s’inganna lo Stoico, ma non erra già ne si inganna il Cristiano, che s’accosta a Dio e stà unito con la sua divina volontà. Perchè allora vive bene l’anima quando vive, non secondo la carne, ne secondo se stessa, ma secondo la volontà di Dio. Perchè si come l’anima è la vita della carne, così Dio è la vita dell’anima.