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PARTE TERZA CAPITOLO VI
§.2. Surgite eamus

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O cristiani miei cari, noi vorremo procurare di capire bene e imprimere bene nelle più intime midolle dell’anima nostra questa sol cosa, havremo già fatto goni cosa; niuna calamità ci potrà più, non dico offendere, ma ne manco toccare. Niuna afflizzione ci opprimerà, niun’huomo ci potrà nuocere, e difesi dalla sola volontà di Dio diventeremo inespugnabili e invincibili. Se n’anderanno forse in rovina le cose nostre, la robba, la sanità, la fama, ma noi restermo in piedi. Rovini pure Atlante con tutto il Mondo che noi staremo in piedi. Rovini ancora lo stesso Cielo noi però staremo sempre in piedi mentre havremo in noi questa conformità con il volere divino. Questo ci mostrò Christo chiarissimamente il giorno avanti della sua morte nel monte Oliveto. Poichè si rimise totalmente alla volontà del Padre e qual mansueto agnello si diede in mano dei suoi nemici perchè l’ammazzassero. Prima di questa orazione se ne stava tutto mesto, pallido, pieno di paura e poco meno che esangue, tutto tremava in pensar a quel funesto apparato di così horrenda morte. Ma dopo che hebbe fatto orazione e rassegnata tutta la sua volontà in quella del Padre, disse subito: (surgite eamus. Sù presto andiamo a incontrare allegramente i nostri nemici e a ricevere gli empi abbracci e il sacrilego bacio di Giuda traditore. E questa conformità della volontà humana con la divina rende l’huomo così pronto a sopportare ogni cosa, così forte ad operare, così animoso a superare tutti i nemici e così invitto e inespugnabile contro tutti gli incontri, che quanto uno è più conforme alla divina volontà, tanto più è apparecchiato a fare e a patire ogni cosa con maggiore fortezza. Nè vi sarà mai calamità o dolore alcuno che gli possa cavare di bocca altre parole che queste: (Si è fatto come è piaciuto al Signore, e così si faccia sempre, perchè da esso viene la mia pazienza). Il che dichiarando eccellentissimamente S.Agostino dice: (Che pazienza è questa, dice S.Agostino, tra tanti scandali, se non che, se speriamo quello che non vediamo, per mezzo della pazienza, l’aspettiamo? E’ venuto il mio dolore, verrà ancora il mio riposo. E’ venuta la mia tribolazione, verrà ancora la mia purga. L’oro risplende forse nella fornace? Risplederà in un gioiello, risplenderà in un ornamento. Habbia però patienza di star nella fornace, acciocchè purgato dalle bruttezze se ne venga alla luce). Questa è la fornace quivi è la paglia, quivi è l’oro, ivi è il fuoco, e quivi è l’orefice che soffia. Nella fornace la paglia si brucia, e l’oro si purga, quella si converte in cenere e questo si purga. Il mondo è la fornace, i peccatori sono la paglia, l’oro i giusti, la tribolazione il fuoco, l’orefice Iddio. Io sò quel che vuole Iddio e sopporto di stare dove egli mi pone. A me si comanda che mi sopporti ma egli è quello che sa purgare. E benchè s’accenda la paglia per bruciarmi e quasi per consumarmi, ella però si converte in cenere e io resto purgato. Perchè questo? Perchè l’anima mia sarà soggetta a Dio. Eccoti una intiera conformità dell’umana volontà con la divina. Di questa disse con molta verità quel devotissimo Autore. Che non si può fare sacrificio che sia maggiore o più grato a Dio, che in ogni tribolazione conformarsi col beneplacido della divina volontà. Mostrossi Iddio molte volte ad Abramo, come se fosse mutabile, come se hora volesse una cosa, hora un’altra , e comandasse cosa che fosse contraria a quello che haveva prima ordinato. I che fu fatto, acciò che in un servo tanto fedele andasse sempre crescendo questa conformità della sua con la divina volontà. E che sia il vero considerate bene l’animo dello stesso Abramo. Non potè Iddio tanto mutare i suoi comandamenti ne mandargli mai tanti travagli così grandi e molesti, ne trattarlo mai tanto male che Abramo voltandosi sempre prontamente ad ogni minimo cenno del suo volere, non volesse sempre o non ricusassse ciò che voleva o non voleva Iddio.