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Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo V/P5

PARTE TERZA CAPITOLO V
§.5. Il vizio non stà nella povertà

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Talmente ciascun preveda le miserie e i futuri avvenimenti del suo stato, che possa dire con Anassagora: io sapevo queste cose e prevedevo queste altre, onde non mi accade cosa nuova e improvvisa. Ma potrei dire, io ho perduto il mio denaro. Forse ch’egli havrebbe prima perduto e mandato in rovina me; ne mai lo possedetti altrimenti che se io l’havessi havuto sempre a perdere, e Dio volesse che con esso havessi perduto ancora l’avarizia. Ma che dirò, s’io son povero? Io sò che il vizio non stà nella povertà, procurerò dunque che neanche stia nel povero. Ma se io ho perduto la vista? La cecità è una parte dell’innocenza. E se ho perduto un amico? Ne cercherò un altro e in luogo dove lo possa trovare, i migliori amici che si possano trovare stanno in Cielo e lassù ne havremo quanrti e come li vorremo. E se l’invidia altrui mi preme? E chi è quello che se ne vada esente da questa peste? Se non è qualche persona infelicissimaa cui pochi sono che sogliono portar invidia. Ma s’io ho perduto il favore che havevo? Sapevo molto bene che non vi era cosa più incostante di questa, come quello che ad un tratto svanisce e più presto di qualsivoglia vino conciato con le spezie. E se una infermità mi ha rovinato? Neanche di ciò mi meraviglio, ne mi è cosa nuova, che si ammali uno che ha anco da morire. Questi pensieri che si hanno prima con le future disgrazie, fanno che nelle avversità noi stiamo saggi e non facciamo delle pazzie. Carneade, che fu un Filosofo molto acuto, soleva dire che ogni mestizia e dolore nelle cose grandi veniva dal sopraggiungerci inaspettata e improvvisa la tempesta. Così non vi è cosa che turbi più un cuoco poco pratico, quanto una subitanea e inaspettata venuta di invitati, quando non ha in ordine ne fuoco ne focolare, ne carne ne altro da mangiare. Qui tu lo vedi andare quà e là per la cucina, grattarsi il capo, gridare a quelli che v’entrano, cercar d’accendere il fuoco, gettar quà e là le cose della cucina, cuocere prima fulmini che vivande, mandar a quegli convitati la peste e la fame d’Erisittone e con queste bestiemme metter le mani al fuoco. Molto meno si spaventerebbe il cuoco a questa tempesta se la potesse prevedere. Noi altri possiamo mitigare assai queste burrasche col precederle e apparecchiarcisi, massime se vogliamo attribuire alla provvidenza e volontà divina le cose che prevediamo. Santa Felicita, che fu madre di sette figliuoli, e fu da S. Agostino celebrata con varii encomi, stando nella prigione partorendo con grandissimi dolori e non potendo in alcun modo contener le grida e i lamenti, sentendola lamentare uno di quei guardiani, motteggiandola acerbamente le disse: O donna, se tu non puoi sopportar questi dolori del parto senza gridare, come sopporterai quelli che sentirai quando sarai bruciata, tagliata a pezzi e tutta squarciata. Pensa pure che siano un mero giuoco le cose che tu hora patisci, appresso si farà davvero. A costui diede Felicita una prudentissima e cristianissima risposta: adesso, gli disse, sono io quella che per me patisco, ma allora dovrà patire in me Christo. Come disse così fu. Perchè essendo gettata alle fiere non gridava ne si lamentava niente. Havresti detto ch’ella se ne andasse a nozze e a un festino, così allegramente salutava la morte. E tutto questo Signore perchè voi eravate la sua pazienza. A questo modo appunto habbiamo noi da combattere e da vincere. E subito che ci sentiremo soffiare contro qualche vento contrario, volgasi allora tutta l’anima nostra a Dio, e si dia tutta pienissimamente nelle mani della sua divina volontà, anzi vi si immerga dentro tutta, dolgasi di haver peccato, proponga efficacemente di non scostarsi da Dio nelle avversità e gli domandi il suo divino aiuto. E lasci poi tutte le altre cose (fidandosi di Dio) alla sua divina provvidenza. Questo è quello che accresce la pazienza e che fà gli huomini sicuri e senza paura. Aristippo, come dice Vitruvio, havendo fatto naufragio, fu con la rotta nave gettato nella spiaggia di Rhodi. Quivi egli guardandosi bene attorno, s’accorse di alcuni circoli, e altre figure matematiche che erano impresse nell’arena e però voltatosi ai compagni disse loro: state pur di buon’animo compagni miei, io già vedo segni d’ottima speranza poichè ancor quivi vi sono vestigia e orme d’huomini. Ogni volta che noi altri con l’orazione ci voltiamo a Dio, troviamo sempre in lui descritti i segni della sua immensa bontà e potenza e della nostra beatitudine. Habbiamo dunque ottima speranza ancorchè siamo avanzati al naufragio. Ne si stimi grave danno il perdere la robba o la fama o qualsivoglia altra cosa quando ci si promette il Cielo. Perchè ci lamentiamo di haver perduto quattro dinarelli ricevendo in cambio dei regni? Che paura habbiamo di morire, diventando a questo modo immortali? Dopo tutti i naufragi siamo alla fine condotti da questo nostro buon Dio ad un sicurissimo porto, purchè tu o cristiano mio, gli ti offra tutto quanto sei. Essendo gli Accaroniti molestati dai sorci, fecero alcuni sorci d’oro e li offersero a Dio trovando con questo, rimedio al lor male. Così ancora fecero gli Israeliti quando furono feriti dai serpenti, per mezzo di un serpente di bronzo, recuperarono la loro sanità. Così ancora appunto accade a noi che lo stesso ci sana che quello che c’impiaga. La calamità mentre ci preme ci manda a Dio, purchè noi non manchiamo a noi stessi e apparecchiamo l’anima nostra alla tentazione. Perchè Dio è clemente e pietoso e ci rimetterà i nostri peccati nel tempo della tribolazione. Poichè egli difende e protegge tutti quelli che con verità lo vanno cercando.