Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo V/P2

PARTE TERZA CAPITOLO V
§.2. Eccomi quà pronto ad ubbidirti

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO V
§.2. Eccomi quà pronto ad ubbidirti
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§. 2.

M
A noi siamo talvolta tanto scioperati, e spensierati, che senza ricordarci dove andiamo, ci maravigliamo di perder qualche cosarella dovendo pure alla fine un giorno perder ogni cosa. E così non essendo preparati, ci spaventiamo ancora di cose leggierissime. Per tanto dobbiamo procurare di prevedere per quanto sarà possibile ogni cosa: E perche ogni cosa viene aggravata dalla novità, questo continuo pensiero farà, che non siamo nuovi per qualsivoglia male, e non ci maravigliamo niente di quelle cose, che apporta la conditione della nostra caduta. Le cose, che noi patiamo a tutti sono communi: dico che sono communi a tutti; perche etiandio quelle cose, che alcuno scansa, le poteva patire anch’egli. E quella legge è giusta, non della quale tutti s’have[p. 737 modifica]ranno a servire, ma, che per tutti è stata fatta.

Sia pur l’animo ben composto, che senza alcun lamento pagaremo i tributi della nostra mortalità. L’inverno porta il freddo, s’hà da sentire. L’estate rimena il caldo, bisogna ancor sentirlo. L’intemperie dell’aria nuoce alla sanità, bisogna ammalarsi. E quella, che ci incontrarà sarà una fiera ò pure un’huomo più dannoso spesse volte di qualsivoglia fiera. Una cosa ci levarà l’acqua, l’altra il fuoco. Noi non potiamo mutare questa conditione delle cose; questo sì potiamo fare, apparecchiarci un’animo grande per patire fortemente qualsivoglia incontro, che dalla fortuna ci potesse venire.

A questa legge di toleranza s’ha da preparar l’animo nostro. Questa segua, a questa ubbidisca, e tutte le cose, che si fanno eccet[p. 738 modifica]tuatone il peccato solamente, pensi, che così s’havevano à fare. E’ ottima cosa il sopportar con patienza ciò, che tù non puoi emendare, e senza veruna sorte di mormoratione accompagnare Iddio, da cui viene ogni cosa. E’ un cattivo soldato colui, che gemendo segue il capitano. Per tanto riceviamo pronti, e allegri quelle cose, che ci si comandano, e così diciamo a Dio: Menatemi pur Signore dove vi piace: Eccomi quà pronto ad ubbidirvi. E per la vostra benignità sforzate ancora la mia volontà, benche rubella, a venir da voi. Così habbiamo da vivere, in questo modo habbiamo a parlare. Et ogni calamità, che venga ci trovi sempre apparecchiati.

Per questa medesima cagione disse l’Ecclesiastico: In die bonorum ne immemor sis malorum; et in die malorum, ne immemor [p. 739 modifica]sis bonorum: memento paupertatis in tempore abundantiae, et necessitatum paupertatis in die divitiarum. A mane usqua ad vesperam immutabitur tempus, et haec omnia citata in oculis Dei.1 Nel tempo, che tù haverai de i beni non ti scordar de i mali, e nel tempo de i mali non ti scordare de i beni: Ricordati della povertà nel tempo dell’abondanza, e delle necessità della povertà nel tempo delle ricchezze: Perche il tempo dalla mattina alla sera si mutarà, e tutte queste cose, passano presto avanti gl’occhi di Dio. Sei hora Padrone, e comandi? Ricordati, che potrebbe venir tempo, che tu potresti servire. Hai delle ricchezze? e con tutto questo potressi venire in povertà. Sei sano, e di buone forze? Un poco di febre che ti venga, anzi una minima gocciola ti può levare la vita. Hai figliuoli? Ti possono mo[p. 740 modifica]rire tutti in un giorno. Hai de gl’amici? Una sola horetta, e un sol momento ti può privare, e de gl’amici, e di tutte l’altre cose.

Prepara dunque l’anima tua a queste tentationi accioche quando la morte ti levarà gl’amici, o i figliuoli, tù possi dire ciò, che disse quella santa donna Spartana: Sciebam me mortales genuisse. Io sapevo molto bene d’haver generato huomini, che havevano a morire: Quando perderai dinari: io sapeva che non doveva esser sempre mio ciò, che per solo uso m’era stato concesso. Quando ti mancarà l’honore e la veneratione: io sapevo, che niuna gloria in questa vita era eterna.

Vi sono alcuni, che mettendosi innanzi come un bastione una gran mole di cose, e di negotij, se ne stanno tutti occupati nelle cose presenti, senza mai pensare a quello, che hà da venire. Questi [p. 741 modifica]pare, che stiano sempre in facende, come quell’Attalo, benche faccino poco, ò niente. Se tù cerchi di persuaderli a volersi ritirare un poco, e attendere alle cose dello spirito; subito ti risponderanno, che non possono, e, che non vi hanno tempo. Se gl’inviti alla predica, non c’è tempo. Se li avvisi, che si confessino: Non c’è tempo. Che si communichino, non c’è tempo. Se li esorti a pensar al Giuditio, non c’è tempo. A meditar l’inferno, non c’è tempo. A contemplar le cose eterne, ne manco; a pensar alla morte, manco che manco. E questi tali, com’io credo, a pena haveran tempo di morire. E così i meschini non pensano niente alle cose future. Si come una gran parte de gl’huomini, che hanno da navigare, non pensano mai alle tempeste.

Ma quando poi questi tali so[p. 742 modifica]sono colti all’improviso da qualche subitaneo fulmine, quando vien loro adosso una calamità inaspettata; quivi si perdono subito d’animo, si diffidano di tutte le cose loro, desperano di poter essere aiutati, e si rendono in tutto, e per tutto inconsolabili. Ma voi, huomini da bene dovevate prevedere questo dardo, e vi haverebbe offeso manco, e fatto manco danno.

Note

  1. [p. 768 modifica]Eccli. c. 11. 27. et c. 18 25. et 26.