Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo IV/P5

PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.5. Chi sarà umiliato starà nella gloria

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.5. Chi sarà umiliato starà nella gloria
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§. 5.

A
Dunque ringratiamo sempre Dio per ogni cosa, come ci essorta S. Paolo. E veramente che nella scuola della Patienza non si devono sentire altre parole più spesso di queste: Deo gratias, et benedictus Deus. Sia ringratiato, sia sempre benedetto Iddio, di questo solo ci dobbiamo servire in ogni cosa. Ma noi siamo tanto indocili, che con gran fatica, e a gran stento impariamo a dire etiandio due paroline. Disse benissimo Francesco Petrarca: Hic est mos, cito vultis accipere, tarde autem dare: ad illud alacres ad hoc maesti: ad illud praecipites, ad hoc segnes.1 Questo è il vostro costume: voi volete pigliar presto, e dar tardi, al pigliar sete allegri, al dare malinconici: a quello correte con gran fretta, a questo non vi muovete punto.

Si dimanda con fervore finchè s’ot[p. 718 modifica]tiene quello, che si dimanda, ma render gratie per quello, che si è ottenuto, si fà molto freddamente.

In questa nostra scuola si suole, e deve fare il contrario, perche i discepoli della Patienza quando vedono un calice pieno di amarezza, pregano bene Iddio insieme con Christo, e dicono: Pater, transeat a me calix iste. Signore liberatemi da questo travaglio; ma queste preghiere, siano pur calde quanto si voglino, le temperano con aggiungervi quell’altre parole: Verumtamen non mea, sed tua voluntas fiat. Nondimeno Signor mio, facciasi pure la vostra santa volontà, e non la mia. E così desiderano bene essi d’esser liberati, mà però se ciò piace a Dio. Quando poi ne lo ringratiano, fanno ciò assolutamente senza nessuna riserva, rendendogli affettuosissime grazie, e con la [p. 719 modifica]lingua, e col cuore. E non fanno altro che dire: Signore io vi rendo immortali, e infinite grazie, che mi facciate tanto honore, ch’io possa patire qualche cosarella per vostro amore: vi ringratio, che mi teniate nel numero de’ vostri figli: e qual’è quel figliuolo, che ’l Padre nol castighi? Quis sana intelligentia (dice S. Gregorio) de percussione sua ingratus existet, si ipse sine flagello non exit, qui hic sine fine peccato vixit.2 Chi sarà che habbia cervello, che sia ingrato di quello, che patisce se quello, che qui visse senza peccato patì tanto?

E però è cosa di buona mente benedire Iddio non solamente nelle cose prospere, ma lodarlo ancora nelle avverse. Se ringratiando Iddio nelle avversità con la patienza te lo renderai propitio, oltre che ti saranno rese le cose, che perdesti con moltipli[p. 720 modifica]cato guadagno; ti saranno ancor dati di più gl’eterni gaudij, così dice S. Gregorio: Si in adversis gratias referens Deum tibi patientia feceris esse placabilem, et quae amissa sunt multiplicata redduntur, et super haec gaudia aeterna prestantur.3

Si rendono poi con gran ragione grandissime grazie al Padre per li castighi, e per le correttioni, perche le bastonate, che dà il Padre sono molto migliori de i baci, che dà il nemico. Ad ogn’uno è nota quella voce del nostro Padre celeste: Ego, quem ami, castigo: Io castigo quello, che amo, e flagello tutti i miei figliuoli. Vuoi tù esser uno de’ figliuoli? Apparecchiati ad’esser castigato. Ma che doveranno qui rispondere i buoni figliuoli a così buon Padre? S. Agostino ce lo suggerisce, e dice che s’ha da rispondere così: Et cum blandiris, pater es, et [p. 721 modifica]cum caedis pater: blandiris, nes deficiamus; caedis ne pereamus.4 Voi ci siete Padre, Signore, e quando ci accarezzate, e quando ci castigate: Ci accarezzate, perche non veniamo meno, e ci castigate, perche non ci perdiamo. Et aggiunge S. Agostino a nostro proposito istruendoci con gran diligenza: Exaltate Dominum Deum nostrum. Iterum exaltemus eum, quia bonus est. Nam si non vindicet, et deserat, perimus. Igitur, quando bene est, lauda misericordiam, quando male est, lauda Iustitiam. Tu qualis filius es? Quando te Pater emendat, tunc tibi displicet. Non emendaret, nisi tu illi displiceres. At si sic displiceres ut odisset, non ille te emendaret. Gratias age ergo emendatori, ut accipias haereditatem a Deo, qui te emendat.5 Quando aliquos flagellat in terra admonitio est, nondum damnatio. [p. 722 modifica]Patiens est super peccatores, non exercens iram, sed expectans poenitentiam.6 Lodate il nostro Signore Iddio; lodiamolo di nuovo, perche è buono. Perche se non ci castiga, e ci lascia andare, siamo spediti. Quando dunque le tue cose van bene, loda la sua misericordia, e quando van male loda la sua giustitia. Tù, che figlio sei? Quando il Padre ti castiga all’hora ti dispiace; ma egli non ti castigarebbe se tù non gli dispiacessi. Che se tù gli dispiacessi tanto, ch’ei perciò ti odiasse; certo, che non ti castigherebbe. Ringratia dunque il tuo Correttore, per haver poi l’heredità da Dio, ch’è quello, che ti corregge. Quando castiga alcuni in questo mondo, questo è avviso, non pena. Egli è assai patiente verso i peccatori, non essercitando l’ira sua, mà si bene aspettandoli a penitenza. [p. 723 modifica]

Ma ringratiamo noi forsi Iddio spesse volte per una cosa bassa, e vile, e, che talvolta ancora ci dispiace, solamente perche ne speriamo cose migliori? Perche chi è grato per il primo beneficio s’apparecchia per il secondo. E perciò chi hà sale in zucca, ed è prudente, si mostra grato etiandio per un beneficio poco accetto, per che così discorre fra se stesso: Chi m’hà fatto un beneficio è cosa certa, che me l’ha fatto con buon’animo, e s’io lasciassi di rendergli le dovute gratie, meritarei come ingrato, che non me ne facesse più per l’avvenire. E questo ce lo detta la ragione istessa. Ma il lume superiore alla ragione è questo: Iddio in questo tempo và spargendo denari di ottone, e di piombo; dà corone, ma sono di spine, e sanguinose: ma con che animo fa questo? Per darcele in breve d’oro, e di pretiose gemme. [p. 724 modifica]

Perche dunque non rendiamo le dovute gratie al nostro amantissimo Padre, quando ci dà del piombo, e delle spine, che presto s’han da mutare in oro, e in tante pretiose gemme? Accettiamo dunque adesso il piombo, abbracciamo adesso le spine, e per esse ringratiamone Iddio non meno di quello, che faressimo per ricchissimi tesori. Queste sono certissime, e sicurissime caparre d’oro, e di gioie. Qui humiliatus fuerit, erit in gloria, et qui inclinaverit oculos, ipse salvabitur.7 Chi sarà humiliato, starà nella gloria; e chi haverà tenuto bassi gli occhi questi si salvarà.

Note

  1. [p. 750 modifica]Petrarch. l. 2. de utraq. fort. dial. 31.
  2. [p. 750 modifica]S. Greg. p. 3. past. admon. 13. fin.
  3. [p. 750 modifica]Id. t. 4. l. 8. p. 31.
  4. [p. 750 modifica]S. Aug. to. 8. in ps. 98. prop. fin.
  5. [p. 750 modifica]Id. in psal. 91.
  6. [p. 750 modifica]Id. in psal. 98.
  7. Iob c. 22. 29.