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PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.4. Deo gratias

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Era usanza dei persiani, come racconta Stobeo, che se il Re faceva citare e battere qualche cittadino ancorchè per altro egli fosse innocentissimo, quest’huomo, che di commissione del Re era stato così battuto, gliene rendeva grandissime grazie, per essersi il Re così benignamente ricordato di lui. E che importa tanto a non uscire di memoria a un Re? A questo modo adoriamo le bastonate e baciamo il bastone quando un Re ci comanda? E perchè non ci sottomettiamo altrettanto a Dio ottimo massimo e non veneriamo i castighi ch’egli ci manda essendo che con quelli si compra il Cielo? E perchè di ciò non lo ringraziamo con le ginocchia a terra? Questo sicuramente è quello che hanno fatto tutti gli huomini più santi. S.Lorenzo disteso sopra un letto infuocato era arrostito come un porco selvatico a fuoco lento, e con tutto ciò diceva: assatus gratias ago. Essendo così arrostito ne ringraziò Dio e disse benissimo, perchè questo cibo si preparava per la tavola del gran Re. S.Teodoro al tempo di Massimiano Imperatore, havendo già tutti stracciati e lacerati i fianchi potendo appena respirare suonava però così bene l’organo suo quando diceva: benedirò il Signore in ogni tempo. Molti altri santi non furono trattati meglio che se fossero stati tanti cani, e nondimeno essi a guisa di fedelissimi cani, quanto più erano battuti con tanto maggiori carezze s’accostavano al loro padrone e per conciliarsi la grazia sua sopportavano ogni cosa prontissimamente. E’ assai nota la voce di quello che si contava fra i giumenti mentre diceva: (Signore io sono diventato come un giumento e sempre sono stato con voi). Ruffino Aquileiense racconta di uno di quei santi Padri antichi, che disse una volta ad un suo discepolo queste parole: (Non ti attristare figlio per l’infermità del corpo; perchè è atto di somma religione che uno ringrazi Dio nell’infermità: Se tu sei ferro il fuoco ti leverà la ruggine; se tu sei oro devi anche essere provato nel fuoco). Non ti perdere dunque d’animo. Se Dio vuole che il tuo corpo stia male, chi sei tu che a lui possa resistere, o che tu l’habbia da havere a male? Habbi dunque pazienza e prega Dio che ti dia ciò che egli vuole. Nè si deve tralasciare quel bel ricordo che ci dà Gio. D’Avila, anzi si deve inculcare spessissime volte, che val più un Deo gratias nelle avversità che seimila nelle prosperità. Vuol dire ch’è un atto di somma religione nelle cose avverse ringraziare Dio. Le carni che si mettono nello stipo per arrostire sono fra di loro molto differenti. Perchè se si ha da arrostire un cappone o qualche altro pollo magro, secco e senza succo, egli è necessario che il cuoco il vada continuamente ungendo con strutto o altra cosa simile, e con tutto ciò vi sarà da fare assai che la vivanda non riesca secca come un osso o pure come paglia o legno; ma se si havrà da arrosire un [oca] paparo o una gallina grassa, o un buon cappone, o una vitella mongana, o qualche buon porcello, o gallo d’India, non bisognerà ungerli troppo con grassi liquori, perchè a ciascuno basta il proprio e ve avanza ancora. E queste sono vivande signorili e degne della tavola di qualsivoglia galant’huomo. Così a punto quegli huomini che non sono mai stati nel grasso dello spirito che non hanno ne animo ne senso e sono senza alcuna devozione e senz’alcun fervore; se sono posti al fuoco dell’afflizzione e dei travagli, ahi che arido e secco arrosto fanno! Questi tali sono bene unti di fuori col grasso della consolazione, ma è loro di pochissimo giovamento perchè piangono e si lamentano inconsolabilmente. Manca loro il grasso del buono spirito, e ungili pure di fuori quanto tu vuoi che non li farai più grassi. Cerca pure con ogni possibile modo di consolarli che non potrai mai fare tanto che habbiano un poco di pazienza. Ma quelli che hanno appreso altamente i precetti della pazienza e che si sono dati tutti in potere della divina volontà, quando sentono il fuoco della calamità allora più che mai mostrano il grasso della lor divozione, stanno sempre saldi e senza alcun timore consolano se stessi e gli altri e si sottomettono a fare ed esercitarsi nelle cose più vili e basse; rendono grazie per le afflizzioni che hanno e ne domandano di più, e a questo modo si vanno ungendo come col proprio grasso. Questi sì che si apparecchiano per quel grande e reale banchetto al quale si fà quel bell’invito: (Ecco che io ho apparecchiato il mio convito già i miei vitelli e i miei pollami sono uccisi e ogni cosa è all’ordine venite pure tutti alle nozze). E si come è migliore l’odore della carne arrostita che della bollita, così quel rendimento di grazie che viene da coloro che sono come arrostiti da qualche lungo dolore e affanno è molto più prezioso che non è quello di coloro che patiscono poco e che navigano come in un mare placido e tranquillo. Noè dopo il Diluvio in cui restò sommerso tutto il mondo, fece insieme con i suoi un bellissimo sacrificio per ringraziarne Iddio; poichè pigliati diversi animali e uccelli d’ogni sorte li offerse al Signore in holocausto: (E gli fu molto accetto questo sacrificio). Ma pensa un poco di grazia, per quanto tempo e quanti travagli patisse Noè. Poichè una buona parte dell’età sua (mentre il mondo tutto se ne stava sicuro dandosi buon tempo) spese con gran stento e travaglio in fabbricar l’Arca. Ch’egli poi fuggisse la morte, questo fu peggio per lui, che se fosse morto cento volte. Perciocchè oltre che l’Arca gli servì come di sepoltura per lo spazio di dieci mesi, non si poteva trovare cosa più noiosa quanto l’esser trattenuto per tanto tempo nel mezzo delle lordure di tanti animali. E dopo d’haver passato tante difficoltà hebbe nuova cagione di dolore, intendendo di essere stato così bruttamente beffato e schernito dal suo proprio figliuolo. E quello che per gran beneficio di Dio haveva salvato dal Diluvio fu poi forzato con la propria bocca a maledirlo. A questo modo accettò Iddio come un gratissimo e soavissimo odore la costante pazienza di Noè e il rendimento di grazie che nel tempo delle sue avversità gli fece, e ne lo remunerò con maggiori favori e più avvantaggiati benefici.