Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo IV/P4

PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.4. Deo gratias

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.4. Deo gratias
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§. 4.

E
Ra usanza de’ Persiani, come racconta Stobeo, che se il Rè facea citare, e battere qualche Cittadino ancorche per altro ei fusse innocentissimo, quest’huomo, che di commissione del Rè era stato così battuto, glie ne rendeva grandissime gratie, per essersi il Rè così benignamente ricordato di lui. E che, importa tanto a non uscir di memoria a un Rè? A questo modo adoriamo le bastonate, e baciamo il bastone quando un Rè così comanda? E [p. 709 modifica]perche non ci sottomettiamo altretanto a Dio ottimo massimo, e non veneriamo i castighi, ch’ei ci manda, essendo che con quelli si compra il Cielo? E perche non ne lo ringratiamo con le ginocchia a terra? Questo sicuramente è quello, che hanno fatto tutti gl’huomini più Santi. S. Lorenzo disteso sopra un letto infuocato era arrostito come un porco salvatico a fuoco lento; e con tutto ciò diceva: Assatus gratias ago. Essendo così ariostito, ne ringraziò Dio, e disse benissimo, perche questo cibo si preparava per la tavola del gran Re. S. Teodoro al tempo di Massimiano Imperatore, havendo già tutti stracciati, e lacerati i fianchi potendo a pena respirare, sonava però così bene l’organo suo, quando diceva: Benedicam Dominum in omni tempore. Benedirò il Signore in ogni tempo. [p. 710 modifica]Molti altri Santi non furono trattati meglio, che se fussero stati tanti cani; e nondimeno essi a guisa di fedelissimi cani, quanto più crudelmente erano battuti con tanto maggiori carezze s’accostavano al loro padrone, e per conciliarsi la gratia sua, sopportavano ogni cosa prontissimamente. E’ assai nota la voce di quello, che si contava fra i giumenti mentre diceva: Ut iumentum factus sum apud te, et ego semper tecum.1 Signore io sono diventato come un giumento, e sempre sono stato con voi. Ruffino Aquileiense racconta d’un di quei santi Padri antichi, che disse una volta ad un suo discepolo queste parole: Ne tristeris, fili, ob corporis morbum summa enim religio est, ut quiss in infirmitate Deo gratias agat. Si ferrum es, ignis tibi aeruginem absterget; Si aurum es, experimentum tui ab igne [p. 711 modifica]quoque sumendum est. Ne igitur cadas animo. Si corpus tuum torqueri vult Deus, tu qui s es, qui ei resistas, aut moleste faras? Ergo sustine, et Deum precare, ut quae ipse vult, illa concedat. 2 Non ti attristare figlio per l’infermità del corpo; Perche è atto di somma religione, che uno ringratij Dio nell’infermità. Se tù sei ferro il fuoco ti leverà la ruggine; Se tù sei oro, devi anche esser provato nel fuoco. Non ti perdere dunque d’animo. Se Dio vuole, che il tuo corpo stia male, chi sei tù, che a lui possa resistere, ò, che tù l’habbi d’havere a male? Habbi dunque patienza, e prega Dio, che ti dia ciò, che egli vuole. Ne si deve tralasciare quel bel ricordo, che ci dà Gio. D’Avila, anzi si deve inculcare spessissime volte, che val più un Deo gratias nell’Avversità, che sei milia nelle prosperità. Vuol dire ch’è un at[p. 712 modifica]to di somma religione nelle cose avverse ringratiare Dio.

Le carni, che si mettono nello stipo per arrostire, sono fra di loro molto differenti. Perche se si hà d’arrostire un cappone, ò qualche altro pollo magro, secco, e senza succo, egli è necessario, che il cuoco il vada continuamente ungendo con strutto, ò altra cosa simile, e con tutto ciò vi sarà da fare assai, che la vivanda non riesca secca come un’osso, ò pure come paglia, ò legno; ma se si haverà da arrostire un paparo, ò una gallina grassa, ò un buon cappone, ò una vitella mongana, ò qualche buon porcello, ò gallo d’India, non bisognerà ungerli troppo con altri grassi liquori, perche a ciascuno basta il proprio, e ve n’avanza ancora. E queste sono vivande signorili, e degne della tavola di qualsivoglia galant’huomo. Così a punto quegl’huo[p. 713 modifica]mini, che non sono mai stati nel grasso dello spirito, che non hanno ne animo, ne senso, e sono senza alcuna divotione, e senz’alcun fervore; se sono posti al fuoco dell’afflittione, e dei travagli: Ahi, che arido, e secco arrosto fanno! Questi tali sono bene unti di fuori col grasso della consolatione, ma è loro di pochissimo giovamento perche piangono, e si lamentano inconsolabilmente. Manca loro il grasso del buono spirito, e ungili pure di fuori quanto tù vuoi, che non li farai più grassi: Cerca pure con ogni possibil modo di consolarli, che non potrai mai fare tanto, che habbiano un poco di patienza. Mà quei, che hanno appreso altamente i precetti della patienza, e che si sono dati tutti in potere della divina volontà; quando sentono il fuoco della calamità, all’hora più che mai mostrano il grasso della [p. 714 modifica]lor divotione, stanno sempre saldi, e senza alcun timore consolano se stessi, e gl’altri; e si sottomettono a fare, ed esercitarsi nelle cose più vili, e basse; rendono gratie per l’afflittioni, che hanno, e ne dimandano più; E a questo modo si vanno ungendo come col proprio grasso. Questi sì che si apparecchiano per quel grande, e real banchetto, al quale si fà quel bell’invito: Ecce prandium meum paravi, tauri mei et altilia occisa sunt, et omnia parata; venite ad nuptias. Ecco, che io v’hò apparecchiato il mio convito già i miei vitelli, e i miei pollami sono uccisi, e ogni cosa è all’ordine venite pur tutti alle nozze.

E si come è migliore l’odore della carne arrostita, che della bollita, così quel rendimento di grazie, che viene da coloro, che sono come arrostiti da qualche longo dolore, e affanno, è molto più [p. 715 modifica]pretioso, che non è quello di coloro, che patiscono poco, e, che navigano come in un mare placido, e tranquillo.

Noè dopo il Diluvio, in cui restò sommerso tutto il mondo, fece insieme co’i suoi un bellissimo sacrificio per ringratiarne Iddio; poiche pigliati diversi animali, e uccelli d’ogni sorte li offerse al Signore in holocausto: Odoratusque est Dominus odorem suavitatis:3 E gli fù molto accetto questo sacrificio.

Ma pensa un poco di gratia, per quanto tempo, e quanti travagli patisse Noè. Poiche una buona parte dell’età sua (mentre il mondo tutto se ne stava securo dandosi buon tempo) spese con gran stento, e travaglio in fabricar l’Arca. Ch’egli poi fuggisse la morte, questo fù peggio per lui, che se fusse morto cento volte. Percioche, oltre che l’Arca gli [p. 716 modifica]servì come di sepoltura per lo spatio di dieci mesi, non si poteva trovare cosa più noiosa, quanto l’esser trattenuto per tanto tempo nel mezo delle lordure di tanti animali. E dopo d’haver passato tante difficoltà hebbe nuova cagione di dolore, intendendo d’essere stato così bruttamente beffato, e schernito dal suo proprio figliuolo: E quello, che per gran beneficio di Dio haveva salvato dal Diluvio, fù poi forzato con la propria bocca a maledirlo. A questo modo accettò Iddio come un gratissimo, e soavissimo odore la costante patienza di Noè, e il rendimento di grazie, che nel tempo delle sue avversità gli fece; e ne lo remunerò con maggiori favori, e più avvantaggiati beneficij.

Note

  1. [p. 742 modifica]Ps. 72. 23.
  2. [p. 742 modifica]Ruffin. l. 3. n. 157. & pelag. libell. 7. nu. 16.
  3. [p. 742 modifica]Gen. c. 8. 21.