Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo IV/P3

PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.3. Sia benedetto Dio

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO IV
§.3. Sia benedetto Dio
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§. 3.

Q
Uell’ottimo, e patientissimo vecchio di Tobia, non si lamentò di Dio, perche gli fusse venuto il male della cecità; ma se ne stette immobile nel timor di Dio, ringratiandonelo per tutto il tempo della vita sua. Questo noi habbiamo da imitare con [p. 700 modifica]ogni nostro sforzo. Quando avviene, che siamo disprezzati, burlati, e odiati; e quando ci vediamo precipitare nel mezzo di molti mali ringratiamone Iddio. Dal che mosso l’istesso Iddio, ò muterà il mal’animo, che hanno contra di noi i nostri nemici, come spesso ci mostra l’esperienza, ò d’altra parte compensarà tutto questo male abbondantissimamente.

Questa è la mente di S. Paolo il quale ci essortava così: Gratias agantes semper pro omnibus. Ringratiando sempre Dio per ogni cosa. Il che considerando S. Girolamo dice: Pro beneficijs gratias agere, vel Idolatra, ac Iudaei norunt; pro calamitatibus, ac supplicijs soli Christiani. Il ringratiare Iddio per i beneficij è cosa, che la sanno fare anche gl’idolatri, e i Giudei; ma il ringratiarlo per le calamità, e per i ca[p. 701 modifica]stighi lo sanno fare solamente i Christiani. Per tanto conforme all’Apostolo in tutti i nostri pericoli, e miserie diciamo sempre: Sia benedetto Dio. Questo è un’animo di Christiano.

Della qual cosa tratta benssimo il libretto dell’imitatione di Christo nel c. 50 del terzo lib. di maniera, ch’io son di parere, che il detto capitolo, ò parte di esso si debba leggere ogni giorno da quei, che sono in qualsivoglia modo afflitti, mesti, e tribolati. Donde noi ancora a proposito nostro pigliamo queste quattro parole, che seguono: Gratias tibi ago, Domine Deus, quia non pepercisti malis meis, sed attrivisti me verberibus amaris, infligens dolores, et immittens angustias, foris et intus. Disciplina tua super me, et virga tua ipsa me docebit.1 Io vi ringratio Signor Iddio mio, che non mi havete perdo[p. 702 modifica]nato, quando hò fatto male, ma mi havete castigato severamente, facendomi sentire dolori grandi, e mettendomi in grand’angustie, dentro, e fuori, la vostra disciplina sia sopra di me, e la vostra verga sarà quella, che mi insegnarà.

Racconta un famoso Predicatore Dominicano,2 che un’huomo molto dotto, ed erudito dimandò ad una Vergine molto Santa, un breve modo di viver santamente. Et havendo ella ristretto ogni cosa in dieci documenti. Et assegnandoli per quinto il seguente, così diceva: Tantis doloribus, et angoribus nemo afficiatur, quin gratias pro ijs agat, seque indignum his iudicet, et poenas maiores, ac duplicatas petat. Non vi sia alcuno così travagliato, e afflitto, che delle sue tribulationi, e affanni non ne renda molte gratie a Dio, e, che [p. 703 modifica]non se ne stimi indegno; e sempre ne dimandi a Dio de’ maggiori, e raddoppiati ancora. Il che essa osservò in fatti. Hor perche noi ancora non imitiamo una cosa così degna d’esser imitata?

Mostriamo questo con un essempio. Vi sarà uno, che tutta una notte s’haverà sentito romper miseramente il petto da una crudele tosse; contando tutt l’hore, e tutti i quarti senza poter già mai chiuder gl’occhi, ne dormir niente. Costui farebbe una gran cosa, se ardisse dire à Dio: Signor Iddio datemi vi prego, una tosse più gagliarda, che mi travagli più, che non fà questa; poiche io hò meritato cose molto maggiori, e più crudeli. Vi sarà un’altro, che patira dolor di testa, e sarà travagliato dello stomaco, ò patirà di dolori artetici, dolor di pietra, ò di podagra; e che con tutto ciò non [p. 704 modifica]faccia altro, che dire: Signore radddoppiatemi il dolore insieme, e la Patienza. Quis est hic, et laudabimus eum? Ditemi un poco chi è quello, che faccia questa cosa? Vi sarà poi un’altro, che sarà stato molto bene burlato, e disprezzato da tre, ò quattro. Ma che costui dica: O Signor mio Giesù Christo, che tante volte foste per me burlato, e disprezzato, mandatemi pur contra de gl’altri, che mi burlino, mi disprezzino, e mi carichino d’ingiurie, perche di queste cose io son degno. Vi è forsi alcuno, che preghi Iddio a questo modo? Io per me non dubito niente, che ve ne sia qualcuno, ma che se ne stia nascosto, e secretamente si consoli con la patienza. Ne vi mancheranno di quei, che orino in questo modo: O mio amantissimo Iddio io non patisco solamente una Croce, ma molte, e diverse: mà io vi prego, [p. 705 modifica]Signore, che mi facciate patire cose più grandi, e m’accresciate i travagli; perche sò molto bene, che m’accrescerete insieme la patienza. Per hora vi ringratio di questi, che mi date, e me ne tengo indegno di patire alcuna cosa per voi Dio mio.

Habbiamo noi forse pregato fin’hora in questo modo, e habbiamo da pregar così per l’avvenire? O Christiani miei, ci pensiamo talvolta d’haver qualche poco di santità dopo d’haver recitato queste, ò quelle orationcelle; mà ò quanto siamo ancor lontani dalla vera patienza? Quì dobbiamo mostrarci d’essere huomini, quì giganti. Esercitiamoci in queste cose, poiche nessuno vi pensa, nessuno le loda se non solamente Iddio, che vede i cuori; a cui fra tutti gl’istrumenti due sono quei, che più gli piacciono, cioè il tamburo, e l’organo: il tamburo d’un [p. 706 modifica]spirito contribolato, e l’organo di lode, e di ringratiamento. Il suono del tamburo è questo, ch’io sento, quanto mi scotta questa tribolatione! Mà non m’abbandonate Dio mio, datemi patienza, ò patientissimo Giesù. E questo tamburo suona molto bene, e supera qualsivoglia delicatissima musica. L’organo di lode rende soavissimi concenti. S. Giacomo, che dal supplicio, che patì fù chiamato l’Interciso, fù un perfettissimo organista, e sopportò una crudelissima morte con esser tagliato a membro a membro, e ogni volta, che gli era tagliato ò un dito ò la giuntura di qualsivoglia altro membro, fù sempre sentito a dire: Deo gratias, Sia sempre ringratiato Dio.

Hebbe in questo modo per maestro Giob, il quale ogni volta, che gl’era portata qualche mala nuova, di nuovo ancora egli ne ringra[p. 707 modifica]tiava Dio. Venne uno, che gli diede nuova, che gli erano stati menati via da i Sabei tutti i bovi, con tutti gl’altri suoi giumenti, alla quale nuova Giob non disse altro, se non. Sit nomen Domini benedictum. Sia benedetto il nome del Signore: Venne un altro, e dissegli: È venuto fuoco dal cielo, e hà consumato tutte le mandre delle pecore: A cui Giob di nuovo: Sit nomen Domini benedictum. sia benedetto il nome del Signore. Venne il terzo con dirli: son venuti i Caldei, e s’han pigliato tutti i cammelli. E Giob con grandissima costanza: Sit nomen Domini benedictum. Venne un’altro, e gli disse, che era rovinata la casa, e haveva colto sotto tutti i suoi figliuoli; e Giob come prima: Sit nomen Domini benedictum: sicut Domino placuit, ita factum est. Et eccovi un’organo di lode, e un’eccellentissimo organista, che lodandolo l’istesso [p. 708 modifica]Iddio, dice di lui: Numquid considerasti servum meum Iob, quod non sit ei similis in terra?3 Hai tù considerato bene il mio servo Giob, e come non vi è al mondo un’altro par suo?

Note

  1. [p. 734 modifica]Thom. de Kemp. l. 3. c. 50. n. 5. Aerumnosis hoc praesertim cap. legendum.
  2. [p. 734 modifica]Io. Tauler. Instit. cap. 24. vixit ann. 1350.
  3. Iob. c. 2. 3.