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Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo III/P5

PARTE TERZA CAPITOLO III
§.5. L’incominciare è di molti

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In Spagna si trova una certa sorte di vini, che in quel paese dove nascono non si possono bere, ma navigati e portati in altri paesi diventano buonissimi e di gratissimo sapore e odore. Così Dio naviga noi altri per il mare della tribolazione acciocchè deposta ogni asprezza acquistiamo un ottimo odore di pazienza. Tutte queste cose si fanno per volontà di Dio. Già ho detto di sopra come il vino acerbo si faccia buono, hora aggiungo questo. Girolamo Cardano, huomo di varia erudizione, dice costare per esperienza che la dolcezza del mosto si può mantenere a questo modo. (Se una botte bene impeciata dentro e fuori s’empie di vino benchè feccioso o vero di mosto, e si metta in un fiume sott’acqua per un anno intero non perderà niente di dolcezza, essendo difeso dal caldo della pece e dal freddo dell’acqua). Non altrimenti fa Iddio con noi, poichè ci mette nell’acque delle calamità acciocchè non ci guastiamo ne diventiamo aceto. E’ certo che in questa acqua si trovava [messo] posto quel Re che gridava: (Liberatemi Signore da quelli che mi vogliono malee dal profondo dell’acque). Ma quando egli fu cavato fuori da queste acque se ne congratulò seco stesso dicendo: (Mandò dal Cielo a liberarmi e mi cavò fuori dal profondo dell’acque). Lodovico Blosio Abate Lerinense disse a questo proposito una cosa che a me pare si dovesse scrivere a lettere d’oro. Le parole di questo devotissimo scrittore sono queste: (Dice un amico di Dio, che quegli che Dio ha determinato d’arricchire dei suoi doni e innalzarlo a grado d’eminente Santità, non è solito lavarlo molle e delicatamente, ma immergerlo tutto in un mare d’amaritudini e d’afflizzioni). Nota questo Cristiano mio, e notalo bene: tu hai da essere lavato non già con vino odorifero o con acqua di rosa, ma si bene immerso tutto in un salsissimo e amarissimo mare. E questo bagno t’ha apparecchiato fin dall’eternità il tuo amatissimo Padre. Laonde ogni cosa, allegra sia o malinconica, buona o trista si deve accettare dalla mano di Dio. Et a questo modo s’ha da procedere costantissimamente fino al fine. Quanti salmi scrisse David con questa inscrizione o con questo titolo: psalmus usque in finem che si doveva [prendere] catare tutto dal principio alla fine. Nella Scuola della Pazienza non habbiamo incominciato a cantare ne commedie ne canzoncele allegre; ma si bene pianti e meste lamentazioni, le quali noi cantiamo pessimamente se non le cantiamo fino alla fine. Non ci mancherà mai da patire. E’ verissimo quel detto: (Partendosi una tentazione o una tribolazione ne sopravviene un’altra; e sempre havremo qualche cosa da patire, anzi mentre ancora dura la prima battaglia, ne sopravveranno molte altre e all’improvviso). E così le lamentazioni s’hanno a cantare talmente che se n’ha da vedere la fine. La canzone della Pazienza s’ha da cantare tutta fino alla fine. Il premio si promette a quelli che cominciano, ma si dà a quelli che perseverano. Giuda Iscariota cominciò benissimo, ma finì pessimamente; si loda il suo incominciamento ma si biasima la sua fine. L’incominciare è di molti, il finire di pochi. E per parere di S.Gregorio, la virtù dell’opera buona è la perseveranza, la quale sola si corona, in darno si fa bene, se si lascia prima di morire. S.Bernardo eccitandoci a questo dice: (Senza la perseveranza, ne chi combatte può havere la vittoria, ne il vincitore la palma). Il vigore delle forze consiste nella perfezione delle virtù. La perseveranza è sorella della Pazienza. Leva la perseveranza, nè la servitù havrà la sua mercede, nè il beneficio la sua gratitudine, nè la fortezza la sua lode. Il Demonio va sempre insidiando la perseveranza, la quale egli sà che sola fra le virtù è coronata, poichè il fine e non la pugna è quello che corona. Loda la felicità del navigante, ma quando sarà giunto al porto. E’ poco l’haver pigliato la croce in spalla se non la porti fino alla fine. Guai a quelli che hanno perduto la pazienza. Sù dunque, cristiani, forte e costantemente acciocchè non ci si habbia poi a cantare quel verso: cominciaste meglio di quel che voi finiste, il fine fa vergogna al principio. S.Paolo partendosi da quelli di Mileto che lo piangevano, dice liberamente: (In Gerusalemme mi sono apparecchiate prigioni e tribolazioni diverse, ma io non mi curo niente di questo, purchè io finisca la mia carriera). Seguiamo la voce di chi ci guida e cantiamo insieme. Ognuno dica per sè. Habbisi pure a comprare il cielo per qualsivoglia prezzo e con qualsivoglia spesa e con ogni possibile travaglio. Mi odii pure, mi travagli, travagli e strazii chiunque vuole, carichino pure sopra di me tutti i mali che piacerà a Dio mandarmi, ch’io sono pronto e apparecchiato a fare e patire ogni cosa, purchè io finisca la mia carriera, purchè io possa dire alla fine: Consummatum est. Perchè so benissimo che a questo mio travaglio corrisponderà un abbondantissimo e sempiterno frutto.