Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo III/P5

PARTE TERZA CAPITOLO III
§.5. L’incominciare è di molti

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO III
§.5. L’incominciare è di molti
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§. 5.

I
N Spagna si trova una certa sorte de vini, che in quel paese dove nascono non si possono bevere, ma navigati, e portati in altri paesi diventano buonissimi, e di gratissimo sapore, e odore. Così Dio naviga noi altri per il mare della tribolatione, accioche deposta ogn’asprezza acquistiamo un’ottimo odore di patienza. Tutte queste cose si fanno per volontà di Dio. Già hò detto di sopra come il vino acerbo si faccia [p. 671 modifica]cia buono; hora aggiungo questo.

Girolamo Cardano, huomo di varia eruditione dice costare per esperienza, che la dolcezza del mosto si può mantenere a questo modo. Si dolium (dic esso) intus, et extra pice Oppilatum dulci vino, licet faeculento impleatur, et mersum flumine morgatur, anno integro nil decedet dulcetudini, quam picis calor, et aquae frigus defendunt'.1 Se una botte bene impeciata dentro, e fuori s’empie di vino benche feccioso, o vero di mosto, e si metta in un fiume sott’acqua per un’anno intiero non perderà niente di dolcezza, essendo difeso dal caldo della pece, e dal freddo dell’acqua.

Non altrimente fa Iddio con noi, poiche ci mette nell’acque delle calamità, accioche non ci guastiamo, ne diventiamo aceto. E’ certo, che in questa acqua si trovava posto quel Rè, che gridava: [p. 672 modifica]Libera me ab ijs, qui oderunt me, et de profundis aquarum.2 Liberatemi Signore da quei, che mi vogliono male, e dal profondo dell’acque. Ma quando egli fù cavato fuori da queste acque, se ne congratulò seco stesso dicendo: Misit de summo, et accepit me, et assumpsit me de aquis multis.3 Mandò dal Cielo a liberarmi, e mi cavò fuori dal profondo dell’acque.

Lodovico Blosio Abbate Lerinense disse a questo proposito una cosa, che a me pare si dovesse scriver à lettere d’oro. Le parole di questo divotissimo scrittore son queste. Quidam amicorum Dei ait: Quem Deus donis potioribus exornare, sublimiterque transformare decrevit, eum non blande, et molliter levare, sed totum in mare amaritudinis immergere consuevit.4 Dice un’amico di Dio, che quegli, che Dio ha determinato [p. 673 modifica]d’arricchire de’ suoi doni, e inalzarlo a grado d’eminente Santità, non è solito lavarlo molle, e delicatamente, ma immergerlo tutto in un mare d’amaritudini, e d’afflittioni. Nota questo, Christiano mio, e notalo bene: Tù hai da esser lavato, non già con vino odorifero, ò con acqua rosa, mà si bene immerso tutto in un salsissimo, e amarissimo mare. E questo bagno t’ha apparecchiato fin dall’eternità il tuo amatissimo Padre.

Laonde ogni cosa, allegra sia, ò malinconica, buona ò trista si deve accettare dalla mano di Dio. Et a questo modo s’ha da procedere costantissimamente fino al fine. Quanti salmi scrisse David con questa inscrittione, ò con questo titolo: Psalmus usque in finem; che si doveva cantare tutto dal principio alla fine. Nella Scuola della Patienza non habbiamo in[p. 674 modifica]cominciato a cantare ne comedie ne canzonelle allegre; mà si bene pianti, e meste lamentationi, le quali noi cantiamo pessimamente se non le cantiamo fino al fine. Non ci mancarà mai da patire.

E’ verissimo quel detto: Una tentatione, seu tribulatione recedente alia superavit: et semper aliquid ad patiendum habebimus: Sed, et priore adhuc durante conflictu, alii plures supervenient, et insperate. 5 Partendosi una tentatione ò una tribulatione ne sopraviene un’altra: e sempre haveremo qualche cosa da patire, anzi mentre ancora dura la prima battaglia, ne sopraverranno molte altre, e all’improvviso. E così le lamentationi s’hanno a cantare talmente, che se n’ha da vedere il fine. La canzona della Patienza s’ha da cantare tutta fino al fine.

Il premio si promette a quei [p. 675 modifica]che cominciano; mà si da à quei che perseverano. Giuda Iscariote cominciò benissimo; mà finì pessimamente; si loda il suo incominciamento, mà si biasima il suo fine. L’incominciare è di molti; il finire, di pochi. E per parere di S. Gregorio, la virtù dell’opera buona è la perseveranza, la quale sola si corona, in darno si fa bene, se si lascia prima di morire.

S. Bernardo eccitandoci à questo dice: Prorsus absque perseverantia, nec qui pugnat, victoriam, nec palmam victor consequitur. Senza la perseveranza, ne chi combatte può havere la vittoria; nè il vincitore la palma. Il vigore delle forze consiste nella perfettione delle virtù. La perseveranza è sorella della Patienza. Leva la perseveranza, nè la servitù haverà la sua mercede, nè il beneficio la sua gratitudine, nè la fortezza la sua lode. Il Demonio và sempre [p. 676 modifica]insidiando la perseveranza, la quale egli sà, che sola fra le virtù è coronata, poiche il fine, e non la pugna è quello che corona. Loda la felicità del navigante, mà quando sarà giunto al porto. E’ poco l’haver pigliato la croce in spalla, se non la porti fino al fine. Vae his, quae perdiderunt sustinentiam.6 Guai a quei, che hanno perduto la patienza. Sù dunque, Christiani, forte, e costantemente, accioche non ci si habbia poi à cantar quel verso: Coepisti melius quam definis: Ultima primis dedecori sunt. Cominciaste meglio di quel che voi finite: il fine fa vergogna al principio. S. Paolo partendosi da quei di Mileto, che lo piangevano, dice liberamente: Vincula, et tribulationes Hierosolymis me manent: sed nihil horum vereor, nec facio animam meam praetiosiorem, quam me, dummodo consummem [p. 677 modifica]cursum meum.7 In Gerusalemme mi sono già apparecchiate prigioni, e tribolationi diverse: mà io non mi curo niente di questo, purche io finisca la mia carriera. Seguitiamo la voce di chi ci guida, e cantiamo insieme. Ogn’uno dica per se. Habbisi pure à comprar il Cielo per qualsivoglia prezzo, e con qualsivoglia spesa, e con ogni possibil travaglio: M’odij pure, mi perseguiti, mi travagli, e stratij chiunque vuole: carichino pure sopra di me tutti i mali, che piacerà a Dio mandarmi: Ch’io sono pronto, e apparecchiato a fare, e patire ogni cosa, purchè io finisca la mia carriera, purchè io possa dire al fine: Consummatum est. Perche sò benissimo, che à questo mio travaglio corrisponderà un’abbondantissimo, e sempiterno frutto.

Note

  1. [p. 703 modifica]Cardan. l. 13. de subtilit.
  2. [p. 703 modifica]Ps. 68. 15.
  3. [p. 703 modifica]Ps. 17. 17.
  4. [p. 704 modifica]Blos. Inst. spir. c. 8.
  5. [p. 704 modifica]Thom. de Kemp. l. 3. c. 13. n. 3. et l. 3. c. 20. num. 3.
  6. [p. 704 modifica]Eccl. c. 2. 16.
  7. [p. 704 modifica]Act. c. 20. 23. et 24.