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PARTE TERZA CAPITOLO III
§.4. Questa è la volontà di Dio

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L’Imperatrice Irene, come racconta Paolo diacono, essendo scacciata dall’Imperio da un suo servo diceva: (Io attribuisco solamente a Dio e ne lo ringrazio, che egli innalzasse me povera orfana e indegna, a questo Imperio, ma che egli permetta che hora io ne sia scacciata e priva, ciò l’attribuisco ai miei peccati; ma in tutte le cose che mi avvengono di bene o di male sia pur sempre benedetto il suo Santo nome). Parole degne del Cielo. E questo è conservare il medesimo sembiante tanto nelle cose prospere quanto nelle avverse e a guisa di Helitropio rivolgere sempre l’occhio al sole. E questo fu ancora quello che portò in Paradiso prima degli Apostoli quello scelleratissimo ladrone che dalla Croce, come da una cattedra, egli stesso banditore dei suoi propri misfatti gridò: ma noi patiamo queste cose con ogni giustizia. E l’altro ladrone si nega quasi di essere reo mentre scelleratamente cerca di essere liberato. Quando già se ne stava sulle porte di Betulia l’inimico, e per tutta quanta la città non si sentiva altro che pianto e gran lamento, la castissima vedova Giuditta uscita in pubblico per consolare quei poveri afflitti e dar loro buona spranza, disse: (Noi dunque non ci vendichiamo per queste cose che patiamo, ma stimando che questi stessi supplizi siano assai minori dei nostri peccati, crediamo che i flagelli del Signore, coi quali come tanti servi siamo castigati, ci sono venuti per nostra emendazione e non per nostra rovina). Pertanto quando siamo afflitti o castigati non diamo mai la colpa ad altri, ma a noi stessi, e confessiamo d’esser castigati da Dio assai meno di quello che meritiamo; poichè Dio secondo il suo costume dà la pena sempre minore della colpa e anche nell’Inferno come dicono i Teologi, castiga sempre meno di quello che i peccati meritano. Quindi è che Giob con grandissima sapienza desiderava e diceva: (O piacesse a Dio di parlare teco, acciocchè tu ti intendessi ch’egli ti domanda molto meno di quello che havrebbe meritato il tuo peccato). Tu ti sei scordato di molti tuoi peccati, ma non se n’è già scordato Iddio, il quale aspetta con grande pazienza a castigartene ed esige molto meno di quello che tu gli devi. Chi dunque si ritrova spesso in qualche travaglio, dica spesso: io ho peccato e meritatamente ne sono punito. Meritatamente patisco queste cose e mi è domandato meno assai di quello che io merito per i miei peccati, sono castigati assai leggermente, merito assai più gravi castighi. E questa è quella prima cosa che dicemmo aiutare la Costanza l’Accusazione di sè stesso. L’altra cosa è la considerazione della divina volontà e provvidenza. Tutte le cose che noi patiamo, le patiamo perchè così vuole Iddio, il quale non solo previde ab aeterno , ma volle ancora che ciascuno cadesse in quelle miserie e in quelle pene ma non in quelle colpe nelle quali egli di fatto cascò. Per tanto separiamo la colpa dalla pena, leviamo via il delitto dall’afflizzione e s’havrà da dire che siccome il giustissimo Iddio non è l’autore d’alcun peccato, così egli è, come dicono i Teologi, la causa principale positiva ed effettiva di tutte le afflizzioni e di tutte le pene. Non vuole Iddio, ma permette, che commetta la colpa, la quale spesse volte è causa di molte miserie e pene; ma commessa che è la colpa vuole ancora, perchè egli è giusto, che le si dia la pena. Tutte le miserie adunque e tutte le calamità che ci vengono, ci vengono da Dio, e dalla sua volontà e dalla sua provvidenza. Iddio è quello che vuole (e intendiamo bene questo punto) che siamo afflitti da tutti questi mali che ci travagliano, e perciò qualunque tu sia, devi contentarti di patire volenteri queste cose, sapendo che questa è la volontà di Dio. Questo amantissimo padre alleva i suoi figliuoli severamente. Occorre talvolta che molti fanciulli (massime quando si pensano star sicuri dalla serla) se ne stanno per le piazze giuocando quando inaspettatamente viene una persona honorata e pigliandone uno per le orecchie lo tira fuori della compagnia degli altri. Ognuno che vede questo, subito pensa che senz’alcun dubbio quel tale sia il padre di quel fanciullo, si mena via il suo figliuolo senza curarsi degli altri. Così interviene spesse volte a noi altri, i quali mentre stiamo giuocando, ciarlando e burlando, siamo dal nostro ottimo padre tirati per le orecchie fuori del giuoco, il quale turba i nostri giuochi con le afflizzioni. E quello che ci tira per l’orecchie non è persona incognita, nè aliena, ma è padre. Imperocchè il Signore (come si è detto mille volte) castiga quello ch’egli ama e flagella ognuno che si piglia per figlio. Che se non state sotto la disciplina adunque siete figli bastardi e non legittimi.