Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo III/P4

PARTE TERZA CAPITOLO III
§.4. Questa è la volontà di Dio

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO III
§.4. Questa è la volontà di Dio
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§. 4.

L’
Imperatrice Irene, come racconta Paolo diacono, essendo scacciata dall’Imperio da un suo servo diceva: Ego Deo acceptum fero, quod me orphanam, et indignam ad imperium evexerit; Quod vero iam deijci me pefrmittat, meis id peccatis adscribo: In cunctis autem malis, et bonis [p. 664 modifica]sit nomen domini benedictum.1 Io attribuisco solamente a Dio, e ne lo ringratio, ch’ei inalzasse me povera orfana, e indegna, à questo Imperio; ma ch’egli permetta, che hora io ne sia scacciata, e priva, ciò l’attribuisco a i miei peccati; mà in tutte le cose, che m’avvengono ò di bene, ò di male sia pur sempre benedetto il suo Santo nome. Parole degne del Cielo. E questo è conservare il medesimo sembiante tanto nelle cose prospere, quanto nelle avverse, e à guisa di Helitropio rivolger sempre l’occhio al sole. E questo ancora fù quello, che portò in Paradiso prima de gl’Apostoli quel sceleratissimo ladrone, e che dalla Croce, come da una catedra, egli stesso banditore dei suoi proprij misfatti gridò: Et nos quidem iuste, mà noi patiamo queste cose con ogni giustitia. E l’altro Ladrone si nega quasi d’esser reo mentre [p. 665 modifica]sceleratamente cerca di essere liberato.

Quando già se ne stava su le porte di Betulia l’inimico, e per tutta quanta la città non si sentiva altro che pianto, e gran lamento; La castissima vedova Giuditta uscita in publico per consolar quei poveri afflitti, e dar loro buona speranza, disse: Nos ergo non ulciscamur nos pro his, quae patimur: sed reputantes peccatis nostris haec ipsa supplicia minora esse, flagella Domini, quibus quasi servi corripimur, ad emendationem, et non ad perditionem nostram evenisse credamus.2 Noi dunque non ci vendichiamo per queste cose, che patiamo: mà stimando, che questi istessi supplicij siano assai minori de i nostri peccati, crediamo, che li flagelli del Signore, co i quali come tanti servi siamo castigati, ci sono venuti per nostra emendatione, e non per nostra rovina. [p. 666 modifica]

Per tanto, quando siamo afflitti ò castigati non diamo mai la colpa ad altri, mà à noi stessi, e confessiamo d’esser castigati da Dio assai meno di quello, che meritiamo; poiche Dio secondo il suo costume dà la pena sempre minor della colpa, e anche nell’Inferno, come dicono i Teologi citra condignum punit; castiga sempre meno di quello, che i peccati meritano. Quindi è che Giob con grandissima sapienza desiderava, e diceva. Utinam Deus loqueretur tecum, ut intelligeres, quod multo minora exigaris ab eo, quam mereretur iniquitas tua3 O piacesse à Dio di parlare teco, accioche tù intendessi, ch’ei ti dimanda molto meno di quello, che haveria meritato il tuo peccato. Tù ti sei scordato di molti tuoi peccati, mà non se n’è già scordato Iddio, qui patiens est redditor.4 il quale aspetta con grande patien[p. 667 modifica]za a castigartene; ed essige molto meno di quello, che tù gli devi. Chi dunque si ritrova spesso in qualche travaglio, dica spesso: Io hò peccato, e meritamente ne son punito: Meritamente patisco queste cose; e mi è dimandato meno assai di quello, ch’io merito per i miei peccati: sono castigati assai leggiermente, merito assai più gravi castighi. E questa è quella prima cosa, che dicemmo aiutar la Costanza l’Accusatione di se stesso.

L’altra cosa è la consideratione della divina volontà, e providenza. Tutte le cose, che noi patiamo, le patiamo perche così vuole Iddio, il quale non solo previdde ab aeterno, mà volse ancora, che ciascuno cadesse in quelle miserie, e in quelle pene, mà non in quelle colpe, nelle quali egli de fatto cascò. Per tanto separiamo la colpa dalla pena, leviamo via [p. 668 modifica]il delitto dall’afflittione, e s’haverà da dire; che sicome il giustissimo Iddio non è l’autore d’alcun peccato; così egli è, come dicono i Teologi, la causa principale positiva, ed effettiva di tutte l’afflittioni, e di tutte le pene. Non vuole Iddio, mà permette, che commetta la colpa, la quale spesse volte è causa di molte miserie, e pene; mà commessa ch’è la colpa vuole ancora, perche egli è giusto, che le si dia la pena.

Tutte le miserie adunque, e tutte le calamità, che ci vengono, ci vengono, da Dio, dalla sua volontà, e dalla sua providenza. Iddio è quello, che vuole (e intendiamo bene questo punto) che siamo afflitti da tutti questi mali, che ci travagliano e Ideo quisquis es debes velle haec pati , cum scias ex decreto Dei fieri.5 Perciò qualunque tù ti sij, devi contentarti di patir volentieri queste cose, sa[p. 669 modifica]pendo che questa è la volontà di Dio. Questo amantissimo padre allieva i suoi figliuoli severamente.

Occorre talvolta, che molti fanciulli (massime quando si pensano star sicuri dalla serla) se ne stanno per le piazze giuocando; quando inaspettatamente viene una persona honorata, e pigliandone uno per l’orecchie lo tira fuori della compagnia delli altri. Ogn’uno, che vede questo, subbito pensa, che senz’alcun dubio quel tale sia il padre di quel fanciullo: si mena via il suo figliuolo senza curarsi de gl’altri. Così interviene spesse volte à noi altri, i quali mentre stiamo giuocando, ciarlando, e burlando, siamo dal nostro ottimo padre tirati per l’orecchie fuori del giuoco, il quale turba i nostri giuochi con l’afflittioni; E quello, che ci tira per l’orecchie non è persona incognita, nè aliena, mà è padre. [p. 670 modifica]Imperoche il Signore (come si è detto mille volte) castiga quello, ch’egli ama, e flagella ogn’uno, che si piglia per figlio. Che se non state sotto la disciplina, adunque siete figli bastardi, e non legitimi.

Note

  1. [p. 696 modifica]Paul. diac. l. 28.
  2. [p. 696 modifica]Iudith. c. 8. 26. 27.
  3. [p. 696 modifica]Iob c. 11.6.
  4. [p. 696 modifica]Eccli. c. 5. 4.
  5. [p. 696 modifica]Vid. Heliotropium meum, et hic p. e. c. 6. sup.