Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo III/P2

PARTE TERZA CAPITOLO III
§.2. Consummatum est

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO III
§.2. Consummatum est
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§. 2.

I
Ddio vuole, e richiede la costanza in ogni cosa buona. E di gratia pensiamo un poco, dove siamo; e chi siamo. Mentre siamo in questa vita facciamo il novitiato, siamo tanti. Novitij habitiamo nella casa del Novitiato ch’è trà il Cielo è tra l’inferno; fecondo, che noi ci diportaremo bene, e costantemente, così andaremo à star per sempre, ò nel Cielo, ò nell’Inferno. Iddio adesso fà la prova della nostra costanza, e differisce il premio per darcelo poi maggiore, e più [p. 651 modifica]

S. Agostino non senza ragione si maraviglia, ch’essendo Iddio tanto amico del Patriarcha Giacob, gli celasse per tanto tempo, che Gioseppe suo figlio era vivo. Se ne stava il buon Vecchio molto mesto per causa del figlio, ch’ei si pensava,che fusse stato lacerato dalle fiere. Nè Dio si degnò mai di mitigar questo suo dolore ne pur con una minima parolina, Che volse dir questo? Volse Dio tentare, e far prova della costanza di Giacob; e però gli raddoppiò anche il dolore quando gli fece levare il suo dilettissimo Beniamino. E con quante altre, prove tentò Dio la costanza dell’istesso Gioseppe? Haveva questi già compito li dicisette anni, quando fu venduto da li fratelli; servì poi dieci anni; fù spesso dalla sua Padrona con mille carezze tentato a peccare; ma egli con tanta costanza ricusò l’invito, che [p. 652 modifica]nè con minaccie, nè con lagrime; nè con preghiere potè esser vinto;, e se ne stette fermo, e immobile nel proposito della pudicitia. Indi fù messo nella prigione de’ malfattori, dove se ne stette un’anno col coppiero, e col fornaro del Rè. Dopo d’esserne stati cavati quei due; egli se ne stette per due altri anni in quella prigione con maravigliofa costanza di bontà, e di patienza; percioche commettendo tutta a Dio la sua innocenza, nè si curò di difendersi, nè di scoprir la cosa, come era passata: ma sopportò costantemente quella prigionia, consolandosi solamente in pensare, che Dio era più potente di quei, che ’l tenevano in prigione; la cui vigilantissima providenza egli provò poi molto bene . Imperoche dopo d’esser stato tre anni in prigione, come si è detto, fù menato innanzi a Faraone, e da quello fatto [p. 653 modifica]Vicerè di tutto l’Egitto. Et essendo egli all’hora di trent’anni dell’età fua, durò per altri anni ottanta in governar l’Egitto in sommo grado di dignità, e come la prima persona dopò quella del Rè; poiche questo è il costume di Dio, dar sempre maggiore la marcede di quello, che siano i meriti, e il premio: assai maggior della fatica.

Et eccoti com’è grande l’eccellenza d’una patiente costanza. Laonde, qualunque tù ti sij stà pur saldo, e sij fedele fino alla morte, e ti sarà data la corona della vita Esto fidelis usque ad mortem; et dabitur tibi corona vitae.1

Confideriamo un poco la natura di tutte le cose: Che giova imparare un’arte senza poter mai far mostra di quello, che s’hà imparato? Perche ti metti a correre, se ti fermi prima di giugnere alla meta? Perche vai alla scuola della Pa[p. 654 modifica]tienza se non pensi di perseverare? Non sa niente colui, che dopò haver speso alcuni pochi giorni, ò settimane, ò mesi nella scuola della Patienza; dando alla fine nell’impatienza, dica: Io sono andato assai alla scuola, non posso più sentire queste canzone; da hora innanzi sarò a mio modo, nè sarò più così attaccato. Tiemmi pur lontani questi discepoli da questa scuola: perche vi spendono il dinaro in darno; e benche imparino molte cose non sanno però niente. Indarno cominciano, perche poi non durano Manca loro costanza. Che ti giova incominciare, se tù non vuoi finire? Dei perfecta sunt opera. 2 Le opere di Dio sono perfette. Il Ré Salomone percio fù tanto lodato, non perche cominciò a fabricare il Tempio, mà perche lo finì . Aedificavit Salomon Domum, et consummavit eam.3 Fa[p. 655 modifica]bricò Salomone il Tempio, e lo finì di tutto punto.

Christo patientissimo Maestro in questa Scuola, non si cura d’haverci per discepoli coloro, che cominciano con un grande sforzo, osservano per qualche tempo le regole, danno qualche speranza di profitto, e sono commodamente industriosi; ma poi a poco a poco si vanno infiacchendo, lasciano la scuola, si danno alla poltronaria, e alla fine ritornano all’impatienza antica. Andatevene pur via poltroni, ne voi altri inconstanti vi ci accostate. Qui non si spedisce il privilegio d’eruditione a nessuno, se non si porta così bene, che di lui meritatamente si possa dire: Cursum consummavit. Egli hà finito il corso.

La lettione del consummatum est è l’ultima, che si legge in questa scuola, e chi non ha imparato [p. 656 modifica]questa, hà perduto il tempo in venir à questa Scuola. Quell’Angelo dell’Apocalisse così ci avvisa: Tene quod habes, ut nemo accipiat Coronam tuam.4 Tieni stretto, conservati bene quello, che tù hai, accioche niun’altro ti levi la Corona. Dichiara questo elegantemente S. Basilio in quell’Oratione nella quale loda tanto la costanza di quei Quaranta Martiri, che al tempo di Licinio Imperatore, vicino alla città di Sebaste in Armenia furono esposti nudi di notte al sereno in tempo d’inverno all’aria fredda, accioche vi lasciassero la vita. Gridavano tutti unitamente: combattiamo pure allegramente, e finiamo la nostra carriera, che dopo il corso n’haveremo le corone. Fù questa voce confermata da celeste visione; poiche vegliando uno della guardia vede venir dal Cielo alcuni Angeli con trentanove [p. 657 modifica]Corone per ripartirle frà quei Santi Martiri. Quivi egli cominciò in questo modo a dire fra se stesso. Questi Christiani son quaranta, e dov’è la quadragesima Corona? Mentre egli và così discorrendo dentro di se stesso; uno di quel beato numero, troppo amico della vita non potendo sopportar quel tormento, se ne passò in un bagno caldo quì vicino. Ah delicato martire, che fai? Fuggi la morte? Anzi in questo medesimo luogo, dove tù pensi fuggirla, quì la troverai. Imperoche non potendo sopportare quella repentina mutatione da quel freddo al caldo, di là a poco quel meschino spirò l’anima. O misero disgratiato, e infelice, diede nello scoglio di Scilla mentre cerca di fuggir Cariddi; hebbe paura di dolori brevissimi, e cascò negli eterni, e perche non hebbe la costanza, e perdè la patienza sen’andò all’ [p. 658 modifica]Inferno a quegli eterni tormenti. Ma tutti quegl’altri perseverarono costantemente fino all’ultimo spirito, e furono degni della corona perche furono pieni di perseveranza.

Note

  1. [p. 684 modifica]Apoc. c. 2. 10.
  2. [p. 684 modifica]Deut. 32. 4.
  3. [p. 684 modifica]3. Reg. c. 6. 14.
  4. [p. 684 modifica]Apoc. c. 3. 11.