Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo III/P1

PARTE TERZA CAPITOLO III
§.1. Sia fatta la vostra volontà

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO III
§.1. Sia fatta la vostra volontà
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§. 1.

L
’Aver sempre un volto, dicevano gl’antichi, è cosa da Socrate; Noi altri diressimo altramente: L’haver sempre una mente, è cosa da Christiano. E questo è quasi il maggior lamento nella scuola della Patienza, che molte cose si cominciano bene, e si finiscono male. Et il finirle male è il finirle avanti il fine. Che direste di gratia d’uno, che il Venerdì Santo si pigliasse con grand’animo a portar una Croce di legno in spalla, ma come cominciasse a sentirne il peso, appoggiandola subito alla prima casa, che trovasse, dicesse: Io non posso più, [p. 644 modifica]vedi tù di cercarti un’altro, che ti pigli, e ti riporti a casa. Costui veramente cominciò a portar la Croce, come facevano altri ancora, ma non vi durò. In questo mondo tal volta alcuni poverelli deboli, e fiacchi se ne vanno al bosco a far un fascio di legne, per brugiarle; ma perche il peso, che col caminare suol crescere dà lor fastidio, alla fine lo gettano in terra, e il lasciano per la strada: Così noi perduta finalmente tutta la patienza, cominciamo a lamentarci, e dire: Chi non si stancarebbe al fine per così dure, e travagliose fatiche? Chi hà tanto dura la pelle, che possa resistere a tante botte? Chi hà tanto di bronzo il petto, che possa star saldo à tanti travagli, e miserie? Durano troppo queste mie afflittioni, ne se ne vede il fine. E così finalmente cen’andiamo languendo, caschiamo, e ce ne stia[p. 645 modifica]mo belli, e stesi per terra.

Quello, ò Christiani miei, che perseverarà fino al fine, questo sarà salvo. Qui perseveraverit usque ad finem, hic salvus erit.1 In quanti modi, e come gagliardamente fù tentata nella croce la costanza di Christo? Poiche gli dicevano: Si rex Israel, si filius Dei est descendat nunc de Cruce, et credimus ei. S’egli è il Rè d’Israele, s’egli è figlio di Dio, scenda adesso dalla croce, e gli crederemo. Mà come molto elegantemente dice S. Gio. Chrisostomo: Ideo de Cruce non descenderat, quia filius Dei erat: Cui non difficile descendere de patibulo, qui potuit resurgere de Sepulchro. Anzi perciò non ne volle scendere, perche era figliuolo di Dio, à cui non sarebbe stato difficile il scendere della Croce, già che potè risorgere dal sepolcro Sed quia patientiam docebat (di S. Agosti[p. 646 modifica]no) Ideo potentiam differebat.2 Mà perche insegnava la patienza differiva la potenza. Li figliuoli di Dio sono costanti, nè finiscono prima di dire: il Consummatum est.

E’ stato permesso di pregare Iddio giusto in questa forma: Pater transeat a me calix iste: Signore di gratia fate ch’io non beva questo calice; Mà vi bisogna sempre aggiungere Verumtamen, non mea, sed tua voluntas fiat. Ma quando pure vi piacesse altrimente, sia fatta la volontà vostra non la mia. Se così volete Signor mio, io mi beverò tutto questo amarissimo calice fino al fondo.

Tocca all’orefice il sapere quando hà da stare l’oro nel fuoco, ne si cava di là, se non è prima ben purgato. Così apunto: Non est nostrum nosse tempora vel momenta, quae pater posuit in sua potestate. Non tocca à noi sapere i tempi, e i momenti, che [p. 647 modifica]Dio s’hà riservato per se. Noi siamo l’oro, Dio è l’orefice; l’oro all’hora si cavarà dal fuoco, quando parrà all’orefice.

E vedete vn poco di gratia l’ostinatissima costanza di molti in cose vili, e transitorie. Quante volte si sente dire: Non cesso, non mi fermo, voglio finire quello, che hò incominciato, ne voglio ad ogni modo vedere il fine: O Cesare, ò niente, ò vincere, ò morire: Non mi quietarò mai, finche non faccia quello; E questi sono essempi dì Costanza?

Da che dunque nasce, che nella scuola della Patienza manchi sì presto, e così facilmente la nostra Costanza? Uno dice, non posso più sopportare questo: Di pure; Non voglio più sopportarlo: Potressi, se vorressi. Ma si come i cavalli si stancano in vn viaggio longo, così ne i mali, che durano assai si stanca ancora la nostra [p. 648 modifica]patienza. Anzi quello, ch’è peggio, alle volte à pena ci toccano i mali, che ci arrendiamo, lasciamo l’impresa, e non facciamo più niente. Variamo ogni giorno il giuditio, e lo voltiamo, e andiamo spartendo la vita con diversissimi propositi.

Perciò prudentemente avvertisce Seneca, mentre dice: Ante omnia haec cura, ut constes tibi. Maius est, ut proposita custodias quam ut honesta proponas. Sed plerisque vita per lusum agitur: iudicia nostra non tantum prava, sed et laevia sunt. Fluctuamus aliudque ex alio comprehendimus: petita reliquimus, relicta repetimus: alterna inter cupiditatem nostram, et poenitentiam vices sunt. Non proponit sibi quod velit, nec si proposuit, perseverat in eo, sed transilit: nec tantum mutat, sed redit, et in ea, quae deseruit, ac damnavit revolvitur.3 [p. 649 modifica]Prima d’ogn’altra cosa procura d’esser costante nelle cose tue. E più a mantenere le cose, che si sono proposte, che proporne altre di nuove, benche siano honorate. Ma molti passano la vita come per giuoco: li nostri giuditij non solamente sono mali, ma leggieri ancora. Andiamo sempre ondeggiando, e hor vogliamo una cosa, hora un’altra: lasciamo le cose incominciate, ripigliamo le lassate, e vanno sempre alternando tra di loro il desiderio nostro, e ’l pentimento. Niuno si propone prima quello, ch’egli vuole, ò se pur lo propone, non dura in quel proposito, mà se ne passa subito a un’altro. Ne muta solamente, mà torna, e si riduce di nuouo a quelle cose, che prima haveva lasciate, e riprovate. Sta dunque saldo in quello, che hai incominciato, e persevera nella Patienza. Tu sai pure ciò, che dice l’ [p. 650 modifica]Ecclesiastico: Stultus ut Luna mutatur.4 Il pazzo si muta sempre come la Luna. Hà una grande infermità chi è così Lunatico.

Note

  1. [p. 676 modifica]Matth. c. 10.22.
  2. [p. 676 modifica]S. Aug. tract. 37, in Io. fin.
  3. [p. 676 modifica]Sen. de otio sap. c. 1. et epi. 20.
  4. Eccli. 1. c. 27. 12.