Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo II/P5

PARTE TERZA CAPITOLO II
§.5. Iddio ama chi dà allegramente

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO II
§.5. Iddio ama chi dà allegramente
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§. 5.

I
L P. F. Luigi di Granata racconta alcune cose d’un huomo religiosissimo, che veramente sono degne d’imitatione, e dice; Che vedendosi una volta un santo huomo d’ogn’intorno circondato da tribolationi, soleva dire. È sì grande il ben, che aspetto, che ogni pena m’è diletto. Questa sì ch’è vera, e christiana allegrezza, il poter mancar d’ogni allegrezza.

Stefano Vescovo Eduense così và esplicando quello del Deuteronomio: Inundationem maris, quasi lac sugent: Succhiaranno come latte l’innondatione del mare. Inundatio maris (dice questo Autore) Abundantia tribulationis, quae tunc fugitur, cum dulcis a iustis reputatur. Lac nutrimentum parvulorum, tribulatio [p. 637 modifica]fit electorum.1 L’inondazione del mare non è altro, che l’abondanza, e copia delle tribolationi, le quali all’hora si succhiano come latte quando da i giusti sono tenute per dolci. Il latte è il nutrimento dei fanciulli, la tribolatione è il nutrimento de gl’eletti. Succhiossi questa inondatione del mare colui, che disse: Sed et gloriamur in tribulationibus.2 Ma ci gloriamo ancora nelle tribolationi.

Questo è proprio de gl’huomini santi, che quanto più sono afflitti quà giù in terra, tanto più s’inalzano con l’animo verso il Cielo. A pena si trova un Rè, che sia stato miglior d’Ezechia; ma nè anche se ne trova alcuno, che sia stato più afllitto, e tribolato. Egli però soprastando sempre a tutte le sue disgratie, se ne stette sempre con un’animo forte, e con grand’animo s’inalzava a Dio. [p. 638 modifica]

Si racconta, che Venceslao Rè di Bohemia, quando dopo haver perduto, e sbaragliato tutto l’essercito, e rimastone senza forze, era tenuto prigione; fù interrogato com’egli stasse, al che egli rispose: meglio hora che mai. Perche quando era cinto d’ogni intorno d’aiuti humani, rare volte haveva pensato a Dio, ma hora che ne era affatto spogliato, e privo; riponeva tutta la sua speranza in Dio; e che non pensava quasi mai ad altri, che a Dio, il quale non abandona mai chi spera in lui. Et eccoti a punto quel, ch’io dissi, che i buoni quando sono più travagliati, più allegramente s’inalzano a pensare le cose divine.

Seneca và molte volte cercando: Quid praecipuum in rebus humanis est? Che cosa sia quella, che sia di più importanza fra le cose humane. Et egli stesso risponde così: Posse laeto animo adversa [p. 639 modifica]tolerare: quicquid acciderit sic ferre, quasi tibi volueris accidere. Debuisses enim ferre: si scisses omnia ex decreto Dei fieri. Flere, queri, ingemere, desciscere est; Quid, est praecipuum? Animus contra calamitates fortis, et contumax, luxuriae non aduersus tantum, fed & infestus. Quid est praecipuum? Altos fupra fortuita spiritus attolere, hominis meminisse, vt sive felix eris, scias hoc non futurum diu; sive infelix scias hoc te non esse, si non putes. Sai (dice questo Savio) quello, che più importa nelle cose humane? Il poter sopportare l’avversità con allegrezza. Sopportare tutto quello, che ti occorrerà come se tù l’havessi cercato, perche l’haveressi dovuto sopportare se tù havessi saputo, che ogni cosa avviene per decreto di Dio. Il piangere, il lamentarsi, il sospirare è una sciocchezza. Che cosa è quel[p. 640 modifica]la, che più importa? Un’animo, che sia forte, e ostinato contra le calamità, e le tribolationi; che non solamente sia contrario alla lussuria; ma che le sia ancor molesto. Che cosa è quella, che più importa? Havere un’animo grande contra i casi avversi, ricordarsi d’esser huomo, perche se tù sarai felice, sappi, che ciò non durerà troppo: e se sarai infelice, sappi di non esser tale, se da te stesso non ti ci tieni.

Di maniera che, Christiani, si deve sopportare forte, e allegramente tutto ciò, che di contrario ci vien dal Cielo. Non ex tristitia aut necessitate; hilarem enim datorem diligit Deus: Non con malinconia, ò come per forza; poiche Dio vuole bene a chi dà volontieri, e allegramente quel, che da. S’hà d’andar innanzi, e non star sempre all’ultima scuola: Ne ci paia mai d’haver fatto [p. 641 modifica]tanto profitto. Quin paulo maiora canamus, che non n’habbiamo a far più. Nella scuola della Patienza non è de’ primi chi sopporta con patienza le cose avverse, mà chi le sopporta ancora volentieri, e allegramente. A costui si deve il primo premio, ò almeno uno d’i primi. Hilarem datorem diligit Deus. Iddio ama chi dà allegramente.

Note

  1. [p. 667 modifica]Vixit hic Auct. Ann. 950. scripta sunt eius extant to. 6. Bibl. SS. Patrum edit. 2. Ro. c. 5.3. Sen. l. 6. nat quaest. exord.
  2. [p. 667 modifica]2. Cor. c. 9.7.