Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo I/P3

PARTE TERZA CAPITOLO I
§.3. Gli uccelli presi al vischio

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO I
§.3. Gli uccelli presi al vischio
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§. 3.

R
Acconta Theodoreto, che una volta il Demonio minacciò a S. Giacomo anacoreta di [p. 598 modifica]volerlo molto bene bastonare, a cui il buon servo di Dio apparecchiato a patir patientemente ogni cosa, con la fronte serena, e col volto tranquillo, come suol’essere quel della patienza; così rispose. Se ti è permesso da Dio, dammene pur quante tu puoi, ch’io riceverò queste bastonate molto volentieri, come mandatemi dal Signore, e non datemi da te. Ma se ciò non t’è permesso, non solo non mi darai delle bastonate, ma ne anche mi toccherai anchorche tu t’arrabbi, e t’impazzisca. Lo stesso potrebbe dire ciascuno di noi con ogni libertà a tutti quei, che tiene per nemici: se vi è stata data questa potestà da Dio, su fate ciò, che volete, battetemi, laceratemi, e stracciatemi con denti, caricatemi d’ingiurie poiche in darno vi farò resistenza. Mà se voi non havete questa licenza, anchorche m’apriate tanto di bocca e [p. 599 modifica]v’affiliate bene i denti, non mi morderete, lo sò certo, e stommene sicuro.

Il Beatissimo Papa S. Gregorio Magno, non solamente scrisse bellissimi documenti della Patienza, mà li confirmò ancora con l’essempio, e cominciò a fare, e insegnare. Poiche riferendosi all’Imperatore Mauritio, dal quale egli fù diversamente, e grandemente travagliato dice così: Quia Omnipotenti Deo incessanter quotidie delinquo, apud tremendum examen illius aliquod mihi remedium esse suspicor si incessantibus quotidie plagis ferior. Et credo, Auguste, eundem Dominum tanto nobis amplius placatis, quanto me ei male servientem districtoius affligitis.1 Perche offendo ogni giorno l’onnipotente Iddio con continui peccati, vò pensando, che in quel suo tremendo esame havrò qualche [p. 600 modifica]rimedio se ogni giorno vengo con continui travagli percosso. Et io credo, ò Imperatore, che voi ci andiate tanto più placando il medesimo Signore, quanto più crudelmente affligete me, che così mal lo servo.

O Dio: con che patienza, e con che humiltà! L’istesso disse benissimo che la patienza è un rimedio a ogni dolore. Qual Santo è stato mai coronato senza la patienza?

Dicono i Grammatici, che ogni regola hà la sua eccettione. Mà questa regola della Patienza non hà eccettione alcuna. E però San Paolo ordina a tutti così strettamente, che con tutti siano patienti, con ogni humiltà, e patienza. Patientes estote ad omnes cum omni humilitate, et patientia.

La patienza s’ha d’havere in ogni luogo, in ogni tempo, con tutti gl’huomini, in tutte le cose, [p. 601 modifica]senza veruna eccettione, poiche non vi è alcuna virtù, che sia perfetta senza la patienza. Al contrario l’impatienza è la mamma di tutti i vitij, e l’origine, e la fontana di tutti i delitti, che da per tutto và diffondendo le vene di diversi peccati. L’impatiente non obedisce mai, dove il patiente mai resiste, l’impatienza hà la origine dal Demonio, ed è madre di quella bruttissima figliuola della stoltitia, e della pazzia, poiche che cosa si può trovar più stolta, e più pazza al mondo, che radoppiarsi volontariamente il proprio male, e rifiutare il premio promesso a chi hà patienza.

L’impaziente, se per sorte perde un dinaro, subito getta via tutta la borsa; se gl’è tolto una spiga di grano subito dà fuoco à tutto il resto. Così fra i Signori Cortigiani di Rodolfo secondo Imperatore, vi fù una volta un di quei [p. 602 modifica]Signori della camera imperiale che portando una mattina un poco d’acqua fresca all’Imperatore, per lavarsi la faccia, in un bellissimo vaso di cristallo, e cadendogli per disgratia in terra il coperchio di quel vaso, venne in tanta collera, che gettò tutto il vaso in terra, dicendo con grandissima impatienza. Già che ’l Diavolo s’hà pigliato la sella, piglisi il cavallo ancora. Et a questo modo gettò via quattrocento scudi in un colpo, che tanto valeva quel vaso.

Così a un leggerissimo male, ve se n’aggiunge spesso un grande, e ad inconvenienti non tanto grandi ve se n’aggiungono poi bene spesso di grandissimi.

Ricordati di quel, che dice Salomone: Qui impatiens est sustinebit damnum,2 Chi è impaziente patirà gran danno. Perche quanto più ostinatamente uno patisce, [p. 603 modifica]tanto maggiore è il dolor, che sente. Così la fiera mentre tira il laccio, più lo stringe; così gl’uccelli presi al vischio, mentre più si sbattono, più s’invischiano. Non vi è giogo così grave, che non faccia minor danno a chi lo porta, che a chi cerca di levarselo. Perciò chi hà cervello procura d’haver patienza in ogni cosa. Un pazzo non sà fare ne patire niente: chiarissimamente dice Salomone: Qui patiens est, multa gubernatur prudentia, impatiens operabitur stultitiam.3 Chi è paziente si governa con molta prudenza, l’impaziente restarà un pazzo.

Però disse S. Gregorio: Tanto quisque minus ostenditur doctus, quanto convincitur minus patiens4 Tanto meno ciascuno si mostra dotto, quanto meno si convince per paziente. E così è à punto, tanto uno è più pazzo, quanto è più impaziente. Il che [p. 604 modifica]disse ancora risolutissimamente Salomone: Doctrina viri per patientiam noscitur.5 La Dottrina d’un’huomo si conosce dalla patienza; mà i pazzi, cioè gl’impazienti, se la pigliano ancora con se stessi; gettano la tavola per terra, rompono i vasi, si strappano i capelli, si danno de’ pugni nel petto, e bene spesso danno ancora della testa per le colonne, come fece Cesare Augusto, il quale dando della testa in un muro gridava: Redde legiones, Vare: redde legiones Rendimi i soldati. Questo vuol dire ch’ogni sregolato sdegno sempre nuoce à se stesso.

Note

  1. [p. 630 modifica]S. Greg. l. 4.
  2. [p. 630 modifica]Prov.
  3. [p. 630 modifica]c. 14. 29.
  4. [p. 630 modifica]S. Greg. hom. 35 in Evang.
  5. Prov. 19. 1.1.