Apri il menu principale
PARTE TERZA CAPITOLO I
§.1. L’anima si possiede con la pazienza

../../../Parte seconda/Capitolo VI ../P2 IncludiIntestazione 3 aprile 2009 50% Da definire

Parte seconda - Capitolo VI Parte terza - P2

Fu benissimo detto dagli antichi: (L’huomo da bene non guarda a quello che patisce ma quanto bene lo patisca. La forza ha drizzato molti trofei, ma ne ha drizzato più la pazienza). Christo discorrendo della più felice libertà, disse: (Con la vostra pazienza sarete padroni delle anime vostre). E’ tanto lontano che un impaziente possieda sè e le cose sue, che più tosto, essendo egli un pazzo e schiavo dei suoi vizi, rovina sè e le cose sue. Di qui è che Giob con molta ragione fa questa domanda, dicendo: (Perchè mandi a male l’anima tua con la tua impazienza?). L’impaziente dà libertà alla collera. La quale vedendosi così libera butta quasi per le finestre la ragione. Onde poi ne nascono molti danni. Ma un huomo paziente, essendo più forte di qualsivoglia fortissimo huomo, conserva sè e le sue cose. E confermando ciò Salomone dice: (E’ meglio un huomo paziente di un huomo forte, e meglio è chi è padrone di sè stesso di uno ch’espugna e prende le città). Poichè un huomo paziente non solamente tiene a sesto la bocca e la mano, ma i pensieri ancora. Con la pazienza si raffrena l’ira, si restringono gli animi, si reprime la mano e si ritiene il veleno della lingua. Quello che si suol dire di un ciarlone: costui non può tenere la lingua, lo stesso potrai dire di un impaziente: costui non può tenere lo sdegno, la vendetta e l’ira lo possiedono e ne fanno quel che vogliono. E chi è impaziente nutre sempre intieri eserciti d’acerbissimi pensieri. Questo dominio adunque dell’animo non si può havere da alcun’altro se non dalla pazienza. Possederete le anime vostre con la vostra pazienza, non con i vostri consigli, non con la vostra prudenza, ne con la fortezza o con le vostre ricchezze, ma si bene con la vostra pazienza. Ma forse non sappiamo ancora quale sia la definizione della pazienza, sentite, che è questa: (La pazienza non è altro che un soffrimento volontario e senza lamenti di tutte quelle cose, che d’altronde fuor di sè, accadono o sopravvengono all’huomo). Ma noialtri huomini da bene andiamo sempre velando e ricoprendo con un bel mantelletto la nostra impazienza e i nostri lamenti. Senti, e riconosci un poco quel che dicono questi delicatuzzi. Ohimè, che son troppo difficili le cose che noi patiamo e son troppo gravi a sopportarle. O cristiani, avvertite che l’impazienza non nasce dal troppo peso della Croce, ma dalla troppo fiacchezza di chi la porta. Chi edifica una casa non le fà il tetto perchè non sia toccata dalle pioggie, dalle grandini, e dalle nevi, ma perchè senza suo danno possa sostenere le pioggie, le grandini e le nevi. Chi fabbrica una nave non ha l’occhio a fare ch’ella non sia percossa dall’impeto delle onde, ma che non si rompa, non s’apra e che non vi entri dentro l’acqua. Chi ha paura dell’aria, per star sano non procura che non lo colga il vento, ma si bene di tenere coperto il capo e i piedi asciutti e caldi. Lo stesso accade nei costumi, ma noi facciamo ogni altra cosa. Poichè procuriamo solamente con ogni sollecitudine di non ammalarci, di non essere poveri, ne vilipesi, ne disprezzati, dovendo però più tosto procurare ad ogni modo d’essere pazienti nell’infermità, nella povertà, nel disprezzo. Certo che non sa di virtù cristiana il non voler essere se non sano, ricco e honorato. E che gran cosa è questa? Ma il poter soffrire la malattia, la povertà e il disprezzo, questa sì ch’è opera virtuosa, questo ha non so che di grande, anzi di grandissimo. Ne potremo mai con arte alcuna cautelarci e guardarci dalla miseria, ma potremo bene guardarci di non sopportare con impazienza le miserie. Questo si che si può fare con arte. Nel che io sono del parere di Bione. Bione filosofo, come riferisce Laerzio, soleva dire che era un grande, anzi grandissimo male il non poter sopportare il male. Nel qual senso appunto una poesia antica così diceva: (Non è male patir il male, ma il non saper patire il male, questo sì che è male). E’ certo che chi non sa questo, neanche sa vivere. A nessuno sarà mai soave la vita se [non] havrà imparato a sopportare le miserie della vita. Servanci di esempio le cose che seguono. Dicono costoro che il mal di pietra e le podagre apportano grandissimi dolori e che questi sono incredibili e da impazzire. Si sono ritrovati però alcuni, eziandio dei grandi, che li hanno sopportati e siano come si vogliono. Andò una volta Carneade a visitare Agesilao che allora stava in grandissimi dolori per la podagra. E avvedendosi che col parlare gli si potevano accrescere quei dolori, restringendo a poche parole quello che egli haveva da dire, pigliava già licenza per andarsene, a cui rivolto Agesilao, fermati, disse, Carneade, e additandogli tutt’a un tempo i piedi e il petto, assicurati, gli disse, che di là fin quà non è arrivato ancor niente. Col quale detto gli volse dare ad intendere ch’egli haveva il cuore sano e allegro al pari del dolore, ancorchè havesse i piedi tutti infermi e guasti. Mentre Carlo Quinto Imperatore di augusta memoria era una volta travagliatissimo dai dolori della podagra, l’andò a visitare un Principe dell’Impero e con le migliori e più accomodate parole, ch’ei seppe, cercò di consolarlo, dicendogli poi fra le altre: perchè causa Vostra Maestà non vi adopera qualche medicamento havendo al suo servizio tanti eccellentissimi Medici? A cui l’Imperatore così rispose: in questa sorte di infermità, il migliore medicamento che si possa trovare è la pazienza. Questa raffrena la lingua, lega le mani, aggiusta i pensieri e modera tutto l’animo.