Scola della Patienza/Parte terza/Capitolo I/P1

PARTE TERZA CAPITOLO I
§.1. L’anima si possiede con la pazienza

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE TERZA CAPITOLO I
§.1. L’anima si possiede con la pazienza
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§. 1.

F
U benissimo detto da gl’antichi: Vir bonus non quaerit, quidnam patiatur, sed quam bene. Multa vis trophaea erexit, plura sed patientia. a L’huomo da bene non guarda a quello, che patisce mà quanto bene lo patisca. La forza hà drizzato molti [p. 577 modifica]trofei, mà n’hà drizzato più la patienza.

Christo discorrendo della più felice libertà, disse: In patientia vestra possidebitis animas vestras.1 Con la vostra patienza sarete padroni delle anime vostre. E’ tanto lontano, che un’impaziente possieda sè, e le cose sue, che più tosto, essendo egli un pazzo, e schiavo de’ suoi vitij, rovina se, e le cose sue. Di quì è che Giob con molta ragione fà questa dimanda, dicendo: Quid perdis animam tuam in furore tuo?2 Perche mandi a male l’anima tua con la tua impatienza? L’impatiente dà libertà alla colera, la quale vedendosi così libera butta quasi per le fenestre la ragione. Onde poi ne nascono molti danni. Ma un’huomo patiente, essendo più forte di qualsivoglia fortissimo huomo, conserva se, e le sue cose. E confermando ciò Salo[p. 578 modifica]mone dice: Melior est patiens viro forti, et qui dominatur animo suo expugnatore urbium.3 E’ meglio un’huomo paziente di un’huomo forte; e meglio è chi è padrone di sè stesso di uno, ch’espugna, e prende le Città. Poiche un’huomo paziente non solamente tiene a sesto la bocca, e la mano, ma i pensieri ancora. Con la patienza si raffrena l’ira, si restringono gl’animi, si reprime la mano, e si ritiene il veleno della lingua.

Quello, che si suol dire di un ciarlone: Costui non può tenere la lingua, l’istesso potrai dire di un impaziente: costui non può tenere lo sdegno, la vendetta, e l’ira lo possiedono, e ne fanno quel, che vogliono. E chi è impatiente, nutrisce sempre intieri eserciti d’acerbissimi pensieri. Questo dominio adunque dell’animo, non si può havere da alcun’altro, se [p. 579 modifica]non dalla patienza. Possederete l’anime vostre con la vostra patienza, non co’ i vostri consigli, con la vostra prudenza, ne con la fortezza, ò con le vostre ricchezze; mà si bene con la vostra patienza.

Ma forse non sappiamo ancora qual sia la definitione della patienza, sentite, che è questa: Patientia est rerum, quaecumque homini aliunde accidunt, aut incidunt, voluntaria, et sine querela perpessio.4 La patienza non è altro, che un soffrimento volontario, e senza lamenti di tutte quelle cose, che d’altronde fuor di se, accadono, ò sopravengono all’huomo. Ma noi altri huomini da bene andiamo sempre velando, e ricoprendo con un bel mantelletto la nostra impatienza, e i nostri lamenti. Senti, e riconosci un poco quel, che dicono questi delicatuzzi. Ohimè, che son [p. 580 modifica]troppo difficili le cose, che noi patiamo, e son troppo gravi a sopportarle.

O Christiani, avvertite, che l’impatienza non nasce dal troppo peso della Croce, ma dalla troppo fiacchezza di chi la porta. Chi edifica una casa non le fà il tetto, perche non sia toccata dalle pioggie, dalle grandini, e dalle nevi, mà perche senza suo danno possa sostenere le pioggie, le grandini, e le nevi. Chi fabrica una nave, non hà l’occhio a fare, ch’ella non sia percossa dall’impeto dell’onde; ma che non si rompa, non s’apra, e che non vi entri dentro l’acqua. Chi hà paura dell’aria per star sano, non procura, che non lo colga il vento, ma si bene di tener ben coperto il capo, e i piedi asciutti, e caldi. L’istesso accade ne i costumi; ma noi facciamo ogn’altra cosa. Poiche procuriamo solamente con ogni [p. 581 modifica]sollecitudine di non ammalarci, di non essere poveri, ne vilipesi, ne sprezzati, dovendo però più tosto procurare ad ogni modo d’essere patienti nell’infermità, nella povertà, e nel disprezzo. Certo, che non sà di virtù Christiana il non voler esser se non sano, ricco, e honorato; E che gran cosa è questa? Ma il poter soffrire la malatia, la povertà, e il dispreggio; questa sì ch’è opera virtuosa, questo hà non sò che di grande, anzi di grandissimo.

Ne potremo mai con arte alcuna cautelarci, e guardarci dalla miseria, ma potremo bene guardarci di non sopportar con impatienza le miserie. Questo sì che si può far con arte. Nel che io son del parere di Bione. Bione filosofo, come riferisce Laertio, soleva dire, ch’era un grande, anzi grandissimo male il non poter sopportare il male. Nel qual senso apunto [p. 582 modifica]una poesia antica così diceva: Non malum est, malum pati: at nescire malum pati, hoc malum est. Non è male patir il male: ma il non saper patir il male, questo sì ch’è male: E’ certo, che chi non sà questo, ne anche sà vivere. A niuno sarà mai soave la vita, se non haverà imparato a sopportar le miserie della vita. Servanci di essempio le cose, che seguono. Dicono costoro, che il mal di pietra, e le podagre apportano grandissimi dolori, e che questi sono incredibili, e da impazzire. Si sono ritrovati però alcuni, etiandio de’ grandi, che gl’hanno sopportati, e siano come si voglino.

Andò una volta Carneade a visitar Agesilao, che all’hora stava in grandissimi dolori per la podagra. Et avvedendosi che col parlare se gli poteano accrescere quei dolori, restringendo a poche parole quello, che gl’haveva da dire, [p. 583 modifica]pigliava già licenza per andarsene; A cui rivolto Agesilao, fermati, disse, Carneade, e additandogli tutt’a un tempo i piedi, e ’l petto; assicurati, gli disse; che di la fin quà non è arrivato ancor niente. Col quale detto gli volse dar ad intendere, ch’egli haveva il cuor sano, e allegro al pari del dolore, anchorche havesse i piedi tutti infermi, e guasti.

Mentre Carlo Quinto Imperatore di augusta memoria era una volta travagliatissimo da i dolori della podagra, l’andò a visitare un Principe dell’Impero, e con le migliori, e più accommodate parole, ch’ei seppe, cercò di consolarlo; dicendogli poi fra l’altre: Perche causa Vostra Maestà non vi adopera qualche medicamento havendo al suo servitio tanti eccellentissimi Medici? A cui l’Imperatore così rispose: In questa sorte di infermità, il migliore [p. 584 modifica]medicamento, che si potrà trovare è la patienza. Questa raffrena la lingua, lega le mani, aggiusta i pensieri, e modera tutto l’animo.

Note

  1. [p. 610 modifica]Luc. c. 21. 19.
  2. [p. 610 modifica]Iob. 8. 4.
  3. [p. 610 modifica]Prov. c. 16. 32.
  4. [p. 610 modifica]Patientia, quid.