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PARTE SECONDA CAPITOLO IV
§.5. I casi della Fortuna

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Vengaci dunque qualsivoglia cosa da patire, sottomettiamoci in tutte le cose alla divina mano. Ne vi sia alcuno che dica: io non ho meritato cose così gravi, non ho colpa alcuna e patisco a torto, perchè queste parole sono empie e pessime. Migliori assai di queste altre: io patisco giustamente quel che patisco, perchè sono castigato conforme ai meriti, e se ben mi paresse che in questo tempo e per questa colpa non dovessi essere così rigidamente castigato, nientedimeno la verità è che mille volte ho meritato questo male. E così non sono mai castigato ingiustamente ne a torto ma si bene sempre per il bene e l’utile mio, perchè a questo modo faccio prova di me stesso e imparo a conoscermi. E sentenzia l’Ecclesiastico: (Un huomo di molta esperienza penserà sempre a molte cose). Quel terrore dei Romani, Annibale, come dice Suida, se ne stette diciassette anni in campagna, allo scoperto, praticissimo Capitano per tante guerre che fece, e non senza ragione si gloriava con dire: già l’età m’ha condotto alla vecchiezza e le cose che mi sono successe, hor prospere hor contrarie, mi hanno talmente ammaestrato che io voglio seguire piuttosto la ragione che la fortuna. Ne temerariamente considera l’incertezza dei casi chi non è dalla fortuna mai stato ingannato. Io, ricordevole dell’humana fragilità, considero la forza della fortuna e sò che tutte le cose che noi facciamo son soggette a mille casi. Che se Dio desse alle prosperità ancora una mente buona, non considereremmo solamente le cose che fossero avvenute, ma quelle ancora che potevano avvenire: ed io servo per un sufficiente esempio in tutti i casi. Siami dunque lecito esclamare con Secondo: (O quanto giova l’esser arrivato a godere le prosperità per mezzo delle avversità?). Ma, oh quanto è cosa da Cristiano e conveniente alla modestia l’haver conosciuto di non esser castigato a torto nelle avversità. I fratelli del Vicerè d’Egitto, erano accusati di furto (come dicemmo di sopra) poichè era lor detto in faccia: (La coppa che voi havete rubato è quella dove beve il mio Signore). Havrebbero potuto dire essi, non siamo ladri altrimente, ne ci conviene questa calunnia che voi ci date ma ne siamo totalmente innocenti. Ma piano, o galantuomini, ricordatevi un poco bene di quello che havete fatto, ch’è più assai che se ne haveste rubate mille di coppe: voi siete Plagiarii e havete rubato lo stesso Giuseppe e lo rubaste già sono ventitre anni non ve ne ricordate? Questo è un grande e vergognoso delitto degno d’ogni gran castigo. A questo passo i fratelli di Giuseppe, con tutto che fossero huomini rozzi e grossi, confessarono ingenuamente ch’era il vero dicendo: (Iddio è stato quello che ti ha scoperto il nostro peccato, però eccoci tutti per schiavi del nostro Signore). Ma bellissimo ancora è quel che dissero a nostro proposito: (Meritatamente patiamo queste cose perchè peccammo contro il nostro fratello). Così parli e senta ciascuno di noi ancora in tutte le avversità; meritatamente patisco queste cose, non mi si fa torto alcuno perchè l’ho meritato molto bene. Nella Scuola della Pazienza, il principio, il mezzo e il fine è l’humiltà. Senza humiltà non si impara niente, non si tiene a mente niente, ne si fa profitto alcuno. Per impararla, prima di tutte l’altre cose, pensiamo spesso a quei beatissimi giorni nei quali tra gloriosi trionfi canteremo quel verso: (Ci siamo rallegrati per quei giorni che voi Signore ci humiliaste e per quegli anni nei quali patimmo tante tribulazioni). Quelli che Dio non affligge in questa vita, o li odia, o come pigri e infingardi e poco atti a imparare, li passa senza farne conto alcuno.