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PARTE SECONDA CAPITOLO IV
§.3.Tormenti e delizie eterne

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Iddio diede la legge a Mosè, tra tuoni e fulmini, mentre mugghiava e balenava il cielo. Per significarci che non dobbiamo mai stare così attenti alla legge di Dio se non quando cascano sopra di noi i fulmini delle calamità, e quando siamo battuti dalla grandine di diverse miserie e tribolazioni. Poichè allora stiamo molto attenti, con le orecchie tese, e promettiamo liberalissimamante di far ogni cosa. Fà adunque adesso, che sei sano, quello che promettevi di fare quando eri infermo. Perchè se Dio si mostra così teribile quando dà la legge che si deve osservare, quanto sarà più formidabile quando ne domanderà conto se l’havremo osservata? Hor qui io voglio fare una domanda. Quante volte di grazia meditiamo noi attentamente le celesti delizie e quegli eterni piaceri; quante volte ci mettiamo da dovero a pensare a quelle ardenti e ultrici fiamme dell’inferno? Ahimè molto di rado e di passaggio. Poichè dunque noi non ci mettiamo quasi mai a pensare da dovero a queste cose che ci sono così utili e salutari, Iddio benedetto, havendo compassione di questo nostro poco pensiero, dandoci da pensare queste cose nella Scuola della Pazienza: attendi quà, ci dice, o huomo e pensa un poco che se una infermità, che alla fine non è tanto grave, ti dà tanto tormento, che ti faranno quei dolori eterni dei dannati? Se talvolta dolendoti solamente un dente, t’affligge tanto giorno e notte che ti fa divenire quasi pazzo; che sarà il verme della coscienza, e come incrudelirà contro quei disperatissimi cattivi? Se la podagra, se il mal di pietra, se un dolore colico danno tanto tormento a un huomo, che pur si riposa in un letto delicato e molle, come tormenterà quel fuoco eterno e quella sempre inestinguibile fiamma? Ah pensa, pensa un poco, che tutto ciò che al presente patisci è una punturella d’ago ben piccolo, è una merissima baia ciò che hora ti tormenta. Ma chi sarà di noi che possa per sempre habitare in quel crudelissimo fuoco e in quegli ardori sempiterni? Noi altri ci diamo qualche volta ad intendere, e ci persuadiamo alcune cose, che non stanno a martello, con dire: non posso più sopportare costui, non lo posso più patire, non posso più durare a queste botte. Dimmi di grazia huomo da bene: e come potrai soffrire la compagnia di tutti i dannati e di tutti i Demoni dell’’inferno? Come sopporterai quei continui e crudelissimi tormenti? Se Dio castiga a questo modo qui, dove c’è speranza di perdono? Come castigherà dove non vi è speranza alcuna di misericordia? Ogni volta dunque, che ti occorre qualche cosa contro tua voglia , che ti dispiace e ti fa male, pensa un poco e dì a te stesso: eccoti una mostra e un saggio dell’inferno, ma dipinto; eccoti un esempio di quelle fiamme, ma molto miti e infinitamente men crudeli. Altra cosa sono i fuochi che di là seppelliscono e tormentano i cattivi: tutto ciò che tu patisci è molto dolce e soave rispetto a quegli eterni supplizi. Adunque mentre hai tempo impara a mettere cervello e ad intendere. Desiderando questo stesso l’Ecclesiastico disse: (Chi aggiungerà i flagelli sopra il mio pensiero?). Poichè il sentire solamente queste cose è poco (e chi è quello che non le senta?) se non pensiamo ancora che questi nostri dolori comparati con quelli eterni sono brevissimi, e se non confessassimo ancora che alla fine tutti i nostri tormenti e le pene che patiamo, rispetto a quelli, non sono altro che ombra e sogni. Ma siccome Dio nella Scuola della Pazienza ci dà ad assaggiare le lacrime dell’Inferno, così ci dà ancora a gustare le delizie della felicità eterna. Perchè un huomo di buona mente dopo haver provato tante molestie e miserie, tante mestizie e tanti dolori dirà gemendo con S. Paolo: (Siamo stati assai gravati e tribolati e tanto che ci rincresce ancor di vivere). Che ne segue appresso? A voi, Dio mio, con tutto il mio cor sospiro; la vostra casa è assai sicura e molto grande, dalla quale stanno molto lontani i tedi, le miserie, i dolori e le rovine; ivi non vi è nè infermità, nè morte, ivi sono sincerissimi ed eterni gli spassi e i piaceri. Per il contrario qui appresso di noi non vi sono altro che meri tedii e merissime mestizie, ogni cosa è piena di pianto e di dolore. Laonde Signor mio rovinate hormai, se pur così vi piace, e gettate a terra questo picciolo tugurio del mio corpo, non me ne curo niente: vada pur questo a terra, purchè io me ne venga a voi. Già mi sono lamentato abbastanza lungo i fiumi di questa amara Babilonia, già la mia cetera se stà da un pezzo sospesa ai salici, ne più si fa sentire, penso solamente alla celeste Sione a voi Dio mio, con un infaticabile desiderio mi sento rapire. Hor questo è sapere e questo è intendere. Et a questo modo la Scuola della Pazienza c’insegna la prudenza.