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Scola della Patienza/Parte seconda/Capitolo IV/P2

PARTE SECONDA CAPITOLO IV
§.2. Elogio di Seneca

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A Tobia il fiele di un pesce guarì la cecità degli occhi. La grande amarezza della calamità, simile appunto a quella del fiele, è un nobilissimo e sicurissimo rimedio per restituire la vista a coloro, che non vedono quanto questa nostra vita sia misera, breve, piena d’errori e di miserie, sempre vicinissima alla morte, cha da un momento all’altro sta per finirsi, e quanto sia meglio a cercar con ogni sollecitudine e travaglio quell’eterna che mai finisce. Per levar dico questa nuvola dagli occhi, non vi è che il più potente e il più salutevole rimedio dell’Afflizzione. Poichè l’huomo afflitto e travagliato si ritira tutto in se stesso e spesso va dicendo: ecco come il mondo è fallace. Questo è il premio che ti dà, questi presenti suol fare il mondo a chi lo segue: questo desideravi, già l’hai trovato, tientelo pure, tu te lo sei impastato e tu te lo mangi. Hor non t’avvedi, poverello, che puzza e che amarezza lascia dopo di sè il brutto piacere? Il quale presto ti sazia e ti annoia e subito dopo quel primo impeto marcisce e spesse volte ancora, quando più diletta, all’hor s’estingue. Hor non credi ancor all’esperienza, che così evidentemente te lo dichiara? Sin’hora ti pensavi d’esser un Achille, o qualche altro invincibile campione, che ardivi poco meno di sfidar a campo aperto tutte le avversità del mondo. Ma a quel che io vedo, tu sei tale, che toccato appena, caschi in terra o volti le spalle. Tu dunque sei quell’huomo magnanimo e paziente, quell’huomo così forte e così costante, che giuravi insieme con Pietro di voler star saldo anche alle prigioni e alla morte e hora da un leggerissimo soffio sei gettato a terra e veduto appena il nemico te gli arrendi? Queste parole e simili dice a se stesso l’huomo quando è afflitto. Vedete di grazia come questo fiele dell’afflizzione risana il mal d’occhi, come gli restituisce il lume e fa loro buona vista? Geremia Profeta conferma questo istesso chiarissimamente con queste parole: (Mi mandò dal cielo il fuoco nell’ossa e ammaestrommi molto bene). Quindi è ch’è verissimo quel detto di S.Gregorio: (Gli occhi che son chiusi dalla colpa, sono aperti dalla pena). Di qui è ancora che Geremia disse che le miserie erano poca cosa. Io sono un uomo che riconosco molto bene la mia povertà quando il Signore mi castiga. Signore voi mi castigaste e ho imparato a spese mie, come un vitello indomito. Poichè voi siete il mio Signore Iddio. Spesse volte noi siamo miseri e miserabili, e quello ch’è più misero di ogni miseria, non sappiamo di essere miseri e teniamo per nemico capitale chi ci dice che siamo miseri. Et in questo siamo simili a coloro che dicono ostinatamente che non s’è altrimenti attaccatto il fuoco alla casa loro, finchè stanno in questa credenza di poterlo estinguere di dentro segretamente. Ma come la fiamma comincia a viva forza a uscire per le finestre e arriva al tetto, allora finalmente si chiama in aiuto il vicinato. La cosa non si può dissimulare e lo stesso incendio parla. Così facciamo noi altri, che allora mettiamo cervello nelle avversità, quando da dovero si fanno sentire ne si possono più nascondere. E così la sola afflizzione fa che l’udito intenda. Poichè come dice l’Ecclesiastico: (Chi punge un occhio, ne cava le lacrime, e chi punge il cuore ne cava quel che sente). Se alcuno è villanneggiato o ingiuriato all’improvviso, o se quando manco l’aspettava gli sopravviene qualche gran calamità. Questo è il tempo di far esperienza di se stesso, qui si vede quanto sia mansueto colui che da sì repentina miseria è stato percosso; quanto sia paziente, quanto modesto e umile. E benchè talvolta impunti un poco e paia che vada titubando, nondimeno se ha cervello, subito si ravvede e punto riacquista il senso, mostra la sua sapienza, esercita la masuetudine e dà esempio di modestia. Poichè come dice l’Ecclesiastico: (I castighi, le riprensioni si devono sempre ricevere con sapienza). Tutti i libri di Seneca spirano non so che del Divino e si dovrebbero scrivere in tavole di cedro e a lettera d’oro. Nondimeno pare che fra tutti tengano il primo luogo quei che scrisse dall’esilio ad Heluia sua madre. Tanto più fu il cervello che hebbe questo savio Romano e tanto più seppe quanto meno hebbe alle mani ciò, che’l potea in quel tempo consolare. E così i discepoli nella Scuola della Pazienza vanno sempre facendo profitto; e coi castighi diventano più prudenti e savi poichè le sferzate mettono più cervello. Così ancora il pescatore dopo ch’è stato punto dallo scorpione impara a sue spese e più scaltro ne diviene. Raccontano d’un pescatore, che troppo avido della preda mise troppo presto le mani nella rete, e fu punto da uno scorpione, onde disse: per l’avvenire non ficcherò così presto le mani nella rete, e saprò benissimo che cosa sia l’esser punto. Non altrimenti habbiamo da discorrere noi altri. Poichè quando ci accorgeremo di haver peccato d’impazienza dopo che sarà passata la calamità, rivolti subito a noi stessi diciamo: (o bufalo selvaggio e impaziente, come ti sei portato in questa afflizzione? Come sei stato delicato e impaziente? Eri tanto infuriato che pareva che tu volessi tirar giù la luna dal cielo). E’ forse questa la pazienza cristiana? Così aspiriamo al cielo e ci spaventiamo anche di una leggera puntura d’ago, e non vogliamo patir cosa alcuna benchè leggerissima? Onde per l’avvenire ti porterai meglio, e havrai più a cuore e a memoria la Pazienza.