Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo IV/P5

PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.5. 5.Delle Bacchette

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.5. 5.Delle Bacchette
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§. 5. Delle Bacchette.


D
Alle Bacchette ci vengono rappresentate quelle miserie humane, che ogni giorno ci [p. 166 modifica]tormentano la vita. E’ cosa certa, che mai ci manca che patire, mentre stiamo in piedi, mentre sediamo, mentre mangiamo, beviamo, e riposiamo, ci occorrono innumerevoli molestie, e ogni giorno co’ nostri affanni contrastiamo. E si può dire, che in questa Scuola il maestro non lascia mai le bacchette. Appena si troverà uno fra tutti gli huomini, che non habbia da patire ogni giorno qualche cosa. Mà tutte queste cose per le quali ci sdegnamo ci apportano più molestia, che danno.

Quelle parole, che disse quel Santo huomo di Tomaso de Kempis, à tutti appartengono: Miser es ubicunque, et quocunque te verteris, nisi ad Deum te convertas. Dispone et ordina omnia secundum tuum velle, et videre: et non invenies nisi semper aliquid pati, aut sponte aut invite. Converte te supra, converte te [p. 167 modifica]infra, converte te extra, converte te intra: et in his omnibus invenies crucem; et necesse est te ubique tenere patientem, si internam vis habere pacem, et perpetuam promereri coronam. 1 Tu sei un miserabile dovunque ti trovarai, e dovunque ti voltarai se non ti volti à Dio. Disponi pure, e ordina ogni cosa secondo il tuo volere, e parere: e non trovarai se non da patire sempre qualche cosa, o di buona voglia, ò per forza. Voltati pure di sopra, e di sotto, di fuori, e di dentro, che da per tutto troverai la croce: e ti bisogna da per tutto haver patienza se vuoi havere la pace interiore, e meritare l’eterna corona.

Queste miserie se ben sono facili à sopportare, tutta via perche sono come tanti censi quotidiani, accrescono mirabilmente il merito, purche si patischino per amor di Dio. Lodovico Blosio insegna [p. 168 modifica]benissimo: Non esse minimum quid, molestiam vel minimam pro Deo toleratam. 2 Che non è cosa di poco momento qualunque benche minima molestia sopportata per Dio.

Di tutte quante queste molestie, e miserie si può con ogni verità dire: Onerosum sed meritorium: Questo fastidio, ch’io patisco, mi è molesto, mà è meritorio purche io lo patisca per Dio, e volentieri; Perche, come dice S. Agostino: Discutit Deus, quid quisque voluerit, non quid potuerit. 3 Iddio essamina quello, che ciascuno haverà voluto, e non quello, che havrà potuto.

Quella prudentissima donna di Abigail, quando per placare David gli portava mille rinfreschi accompagnando quel suo presente con queste belle parole, così gli disse: Erit anima Domini mei custodia quasi in fasciculo viventium [p. 169 modifica]Apud Dominum Deum tuum. Porro anima inimicorum tuorum habitabitur, quasi in impetu, et circulo fundae. 4 Sarà l’anima del mio Signore, disse questa saggissima femmina, custodita come in un mazzetto di fiori, che si mantengono freschi dinanzi al tuo Signore. Ma l’anima dei tuoi nemici sarà buttata lontano, come un impetuoso girar di fionda.

Differentiò qui, questa saggia Donna con una bellissima comparatione il modo di vivere; che tengono tanto i tristi quanto i buoni, particolarmente in sopportar le miserie di questa vita. Gl’huomini di buon cuore sono come tanti fiori freschi, che il Giardiniero colse poco inanzi, e perche non si perdessero ne fece un mazzetto legandolo con un filo. Hor questi fiori vengono stretti con quel filo, e se potessero gridare mostrerebbero il loro dolore. Mà legati, [p. 170 modifica]e uniti a questo modo si conservano meglio, e posti in fresco nell’acqua durano molto più, che se si lasciassero così disuniti, e sciolti.

Per il filo, che lega questi fiori io intendo le quotidiane miserie, le quali c’insegnano à vivere, se non con più gusto, almeno con più purità. Mi dichiaro con un’essempio. Io mi sento fame, per soccorrere dunque à questa mia necessità desidero la benevolenza del cuoco. Hò sete, non volendo haver cura della cantina, mi servo perciò di un mio creato. Hò bisogno d’una veste, ma non potendo io stesso cucirmela, vò cercando un sarto, che me la cuscia. L’haver bisogno di queste cose, non è dubbio, ch’è una miseria: mà però facendo à questo modo, divento un poco più cortese, e havendo anch’io bisogno dell’opera altrui son costretto ad amarli. E se [p. 171 modifica]vi fussero alcuni, che non havessero niente bisogno d’altri; non si degnariano, ne anche di dire una buona parolina a nessuno. Et a questo modo si dice, che l’anima de i giusti è custodita, come in un mazzetto de fiori belli, e freschi.

Molto dissimile a questo è il modo di vivere de’ cattivi. Poiche se bene sentono ancor essi le quotidiane miserie non dimeno tù diresti, che siano come tanti sassi, che si girano con la fionda per tirarli più lontano. Non voglion’i tristi essere legati da’ leggi; desiderano una larghissima libertà, e vanno con ogni sollecitudine appresso i lor proprij voleri, ne si lasciano scacciare dalle delitie loro. E perciò se ne stanno nella fionda, non già legati, mà si girano quà, e là trascorrendo per ogni sorte di sceleraggini. Alla fine però dopò tante giravolte di lascivia, [p. 172 modifica]sono lasciati andare. Repulsi sunt de manu Dei. 5 vengono gettati via dalla mano di Dio. La onde, come dice un’antico interprete: Fascisulus astringitur, ut conserveturt: lapis in funda ponitur, ut aijciatur. 6 Il mazzetto de’ fiori si lega stretto per conservarlo; e la pietra si mette nella fionda per gettarla via. Ogn’uno pensi fra se stesso, in che modo sopporti le quotidiane miserie, se come fiori insieme legati, ò pure come sassi girati nelle fionde.

Il nostro Rè Giesù Christo crocifisso invitandoci à portar la croce, non c’invitava a portarla una volta l’anno, ò una volta il mese, ò una volta la settimana, mà si bene à portarla ogni giorno, e come testifica S. Luca, diceva à tutti. Si quis vult post me venire, abneget, semetipsum, et tollat crucem suam quotidie, et sequatur me. 7 Se alcuno mi vuol venire appresso, an[p. 173 modifica]nieghi prima la sua propria volontà, e ogni giorni pigli la sua croce, e mi segua.

Mi piace assai ciò, che disse S. Gio. Chrisostomo, il quale assimigliò la nostra vita ad una nave, ch’è tirata con le funi contra la corrente di un fiume. Imaginati i rumori, i tumulti, e le miserie continue, che sono in questa nave. Quì tù sei forzato à sentire notte e giorno perpetue grida. Quì il sonno è poco, e interrotto. Qui il mangiare è alla marinesca, e talmente apparecchiato, come ti puoi pensare, che possa cucinarsi commodamente in un naviglio. Quì il caminar della nave è tardo, e lento: Quì vi sono continue molestie, e una nasce dall’altra: hora si rompe una fune, hor la carina urta in qualche sasso; hor cade un cavallo di quelli, che la tirano, e hor chi lo cavalca: hor quel, che fà la guardia, gridando avvisa qualche imminente pe[p. 174 modifica]ricolo: hor la nave s’incaglia nell’arena, o nel vado si ferma: E perche in simili vascelli molte volte si porta gran copia di vino, quel, che hà cura delle botti, sempre si rompe la testa mentre le racconcia, che non facciano danno, ò che per il mosto, che bolle non crepino. E quando nella nave ci saria qualche poco di riposo; sopragiungono altri fastidij dal cielo: perche hor sopragiunge in un tratto la notte, e hor un’impetuoso vento, che ti fa fermare: hor le pioggie, e hor le tempeste ti trattengono, e non ti lasciano andare se non molto lentamente. E così non manca quì cosa alcuna, che non sia molesta, e fastidiosa. Tale à punto è la nostra vita, è piena di continue miserie, e sempre ci porge materia di patire. Adverso flumine (disse S. Gio. Chrisostomo) in caelum navigamus, et tu quaeris, ne qua tibi difficultas occurrat. 8 Noi [p. 175 modifica]navighiamo verso il cielo, e andiamo contra la corrente del fiume, e tù vai cercando, che non t’occorra difficultà nessuna.

Le molestie dunque quotidiane, non vi sarà altro, che le vinca, se non una quotidiana Patienza. E però pigli ciascuno ogni giorno la sua croce.

Qui si può meritar molto, non tanto per la difficoltà delle cose, che s’hanno da sopportare, quanto per l’assiduità loro. L’Abate Marchoi solea dire con un sentimento molto divoto: Malo aliquod leve opus et continuum, quam grave, quod cito finiatur. 9 Io voglio più tosto qualche opera leggera, e continua, che una grave, che fornisca presto. Non si deve tenere per manco patiente uno, che ogni giorno essercita la sua patienza come al pari di quello, che si tenga un’altro, che porta pesi grandi, mà rare volte. Anzi accade qualche volta, [p. 176 modifica]che superiamo le cose grandi, e poi siamo vinti dalle minime: sopportiamo un’ingiuria grave, e poi ci sdegnamo con grandissima impatienza con un pulce, e una mosca. O graviora passi. 10 disse quel poeta. O come voi, che havete sopportato cose tanto grandi come hora vi perdete in cose così picciole?

Racconta Dionisio Cartusiano, che un novitio di quella sua Religione, che al principio stava allegro, e ad ogni cosa si mostrava pronto si cominciò à poco à poco à stancare, e à contar frà gravezze quelle cose, che dal principio gli erano parse leggierissime. E quel, che più d’ogni altra cosa l’affliggeva, era, che come novitio doveva portare il capuccio nero; e questo gli venne tanto in odio, che lo stimava una pesantissima croce, cosa, che non diede mai fastidio ad altri, che à lui. Occorse, che [p. 177 modifica]un giorno dopo pranzo, stando egli in quel grandissimo silenzio, gli venne un gran sonno, e mentre se ne stava dormendo si sognò, che Giesù Christo nostro Signore se ne andava per un corritorio di quel monasterio con una grandissima croce in spalla, e s’affaticava di salire alcune scale, ne poteva farlo per lo smoderato peso di quella croce. Parve dunque à questo novitio, che egli vi corresse per volerlo aiutare, mà che Christo guardandolo con occhi torti, gli dicea; che fai huomo impatientissimo? Pensi tù forse di potermi aiutare à portare la mia croce? Non puoi portare la tua, e presumi dar aiuto à gli altri? Svegliossi il novitio à queste parole, e si riconobbe dell’errore, con ferma speranza di dover dar migliori esempi di patienza.

L’istesso spesse volte accade à noi: sopportiamo qualche volta cose difficilissime, e gravissime, e poi [p. 178 modifica]siamo vinti in cose minutissime. Noi haveressimo detto à quel novitio: Che fastidio ti dà questa sorte di vestimento? E vero, che il cappuccio, che tu hai tanto in odio, è nero, mà però è leggiero; e secondo l’usanza della Religione, che hai pigliata, l’hanno à portare tutti i novitij. Diciamo dunque di gratia anche à noi stessi simili parole: La fame, la sete, il freddo, l’aria cattiva, l’habitatione molesta, il caminar dispiacevole, la fatica tutta pieno di tedio, gl’amici importuni, i figliuoli discoli, e inquieti, i servitori dapochi, la moglie sdegnosa, sono tutte miserie disgustose, mà facili a sopportare, e purche le sopportiamo senza repugnanza; con l’assiduità del sopportarle si rendono più piacevoli, e facilmente si vincono. Sono bacchette, non travi, e per il più fanno tanto minor danno quanto più spesso percuotono. E quì avvisandoci [p. 179 modifica]molto eruditamente Tertulliano dice: absit à servo Christi tale inquinamentum, ut patientia maioribus tentationibus praeparata, in frivolis excidat. 11 Dio guardi il servo di Christo da un mancamento tale, che in cosa di niente gli scappi la patienza, che si hà guadagnato in maggiori, e più gravi tentationi.

Havendo Iddio fatto Amorevolissime promesse al Rè David, gli disse: Ego ero ei in Patrem, qui eum in vitga virorum, et in plagis filiorum hominum. 12 Io gli sarò Padre, che se farà qualche cosa malamente, lo castigarò con la bacchetta de gl’huomini, e con i castighi, che si sogliono dare à i figliuoli de gl’huomini, cioè come suol fare un Padre, d'un maestro, quando con la sberla dà una palmata à un suo figliuolo, ò à uno scolare: ch’è una leggier per[p. 180 modifica]cossa è un breve dolore.

Così Dio con la bacchetta de gl’huomini, e con i castighi, che si sogliono dare a loro, che sono le miserie loro quotidiane, ci castiga accioche mancando il rigore della paterna disciplina non facciamo contra i suoi comandamenti ne pigliamo animo à commettere ogni sorte di sceleraggini. Perche all’hora cresce l’ardire di peccare, quando manca il timore di pagarne la pena. Percio disse David: Virga tua, et baculus tuus ipsa me consolata sunt. 13 Signore la vostra verga, e la vostra bacchetta sono stati quelli, che m’hanno consolato, e ricondotto sù la buona strada, ed essendosi conosciuto per un figliuolo, che havea peccato, riconobbe ancora il Padre, che sì dolcemente l’havea castigato.

E Seneca disse eruditamente queste parole: Non sentire mala [p. 181 modifica]sua non est hominis; non ferre mala sua non est viri. 14 Il non sentire i proprij mali non è cosa da huomo: Et il non sopportarli non è cosa da huomo forte. Il sentir fame, sete, freddo, con tutte l’altre molestie di questa vita è cosa grave, no ’l nego, mà con tutto ciò è meritoria. Seguitiamo pure à sopportare queste cose: perche ancor quì da questa breve lotta si hà da sperare un premio immortale.

Note

  1. [p. 203 modifica]Thom. de Kemp. de imitat. Chr. lib. 1 cap. 22. et lib. cap. 12 num. 3. et 4.
  2. [p. 203 modifica]Blos. inst. sp. cap. 2 prop. fin.
  3. [p. 203 modifica]S. Aug. in Psal. 61. prop. fin.
  4. [p. 203 modifica]1. Reg. cap 25. 29.
  5. [p. 203 modifica]Psal. 87. 6.
  6. [p. 203 modifica]Glos. ord.
  7. [p. 203 modifica]Luc cap. 9. 23.
  8. [p. 203 modifica]S. Chrisost.
  9. [p. 203 modifica]Pelag. libell. 7. num. 11.
  10. [p. 203 modifica]Virg. lib. 1. Aeneid.
  11. [p. 203 modifica]Tertull. lib. de pat. cap. 8.
  12. [p. 203 modifica]1. Reg. cap. 7.14.
  13. [p. 203 modifica]Psal. 12. 4.
  14. Senec. de consol. ad Polib. cap. 36.