Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo IV/P4

PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.4. 4.Della Corona di strame

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.4. 4.Della Corona di strame
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§. 3. Della Corona di strame.


Q
Uesta Corona di strame, ò di paglia, che sia, significa ogni sorte di beffe, di ludribij, e di dispreggi. Et è questo castigo tanto più grave a i scolari quanto più leggiero egli pare ad altri. Accade talvolta nelle scuole, che ’l maestro fa stare nel mezo uno scolare con le verghe, ò col flagello in mano. E questo supplicio è più [p. 152 modifica]grave a quel poverello, che se havesse dieci cavalli. In Spagna s’usa a metter una mitria di carta per disprezzo in testa di quei, che menano ad abbruggiare. Così intervenne ad Andronico Imperator dell’Oriente, che incoronato con una treccia d’aglio, e posto a cavallo sopra un rognoso camello, a modo d’un miserabile trionfo, fù per tutta la città condotto.

L’esser dispreggiato, beffato, schernito è dall’humana superbia contato per una delle più gravi pene, che dar si possano. Questa Corona di strame, ò di paglia ad alcuni pare, che sia un gravissimo, e pesantissimo pezzo di piombo, d’acutissimi chiodi d’ogn’intorno circondato, ò pure un pungentissimo Riccio, ò Porcospino. Poiche non vi è cosa, che più ci dispiaccia, che l’esser svergognati, tenuti per ignominiosi, e sforzati à vergognarci in presenza d’altri. E [p. 153 modifica]questo alle volte par più grave della morte. Onde moltissimi rei condannati à morte vergognosa, s’uccidono nelle prigioni solo per non essere fatti spettacolo, e ludibrio publico del popolo.

Nell’ultimo giorno del giuditio quando che resuscitaranno tutti quanti i morti, darà più gran tormento a i dannati d’esser forzati à comparire alla presenza di tutto il mondo; et ivi esser da tutti attentissimamente guardati, e rimirati, notati, e mostrati a dito dal Giudice adirato, che non saranno l’istesse fiamme dell’inferno. Quindi nasceranno quelle lor disperatissime grida, che faranno d’ogni intorno tremar i colli, e rimbombare le caverne de’ monti, e all’hora diranno: Cadete sopra di noi; e ai colli, ricopriteci. Tunc incipint dicere montibus, Cadite super nos, et collibus, Operite nos. E parrà loro cosa più to[p. 154 modifica]lerabile l’essere seppelliti vivi dall’horribile mole delle montagne, che essere forzati a comparire, e assistere inanzi a quel tremendo Tribunale, a sentire fulminarsi contra quella sentenza fatale, e l’esser publicamente gridati per nemici di Dio da tutti i Beati.

Il Rè Saul, che fù un nobil ritratto d’un’huomo sceleratissimo, quando egli intese da Samuele, che havea perduto ogni cosa, il Regno, la gratia di Dio, e che già dall’istesso Iddio n’era stato privato, vedendo, che non vi era più alcun rimedio desiderando pure, che almeno una sol cosa gli fusse lasciata, gli disse queste parole: Sed nunc honora me coram senioribus Populi mei, et coram Israel. Almeno fammi questa grazia, ò Samuele, non lasciare d’honorarmi alla presenza del Popolo, e dei Principali di esso. Tanto hebbe in horrore questo Rè doppo la perdita di ogni [p. 155 modifica]cosa il non essere più riverito, e rispettato.

Et eccoti Saul, che à guisa di Struzzo si potè digerire come ferro calamità, e miserie così grandi; e hora pare, che si perda in una cosa così picciola, e tien più grave della morte l’esser coronato di questa corona di strame, e di dispreggio. Ma tutto questo da, che nacque? Certo non d’altro, che dalla superbia. Per rintuzzare adunque la Superbia non vi è cosa nella Scuola della Patienza, che sia più a proposito, che questa corona di strame. Questo è un nobilissimo instrumento per abbassare ogni arroganza. Un che porti questa corona senza lamento, e senza sdegno, non può fare di meno di non deporre ogni alterezza, e ogni fasto.

Ma vedete, di grazia, che bella cosa è questa. Noi altri vogliamo essere tenuti, e chiamati humili; e [p. 156 modifica]odiamo più l’humiltà, e il dispreggio di noi stessi, che un cane rabbioso ò un velenoso serpente. Ogni cosa ci par tollerabile purchè non vi sia vergogna, e ignominia, la quale solamente basta per opprimere gl’animi, quei però che son superbi, e non ancor domati, purchè non vi sia questa corona di paglia, ci promettiamo, come vanamente ci pare, di poter sopportare ogn’altra cosa. Pazzissima persuasione, la quale volendo Cassiano rifiutare così dice: Volumus absque castigatione carnis castimoniam corporis obtinere: sine vigiliarum labore, cordis acquirere puritatem: cum requie carnis, spiritualibus virtutibus exuberare: absque ullius exasperatione convicij patientiae gratiam possidere; humilitatem Christi sine honoris mundani exercere iactura, Christo cum hominum laude, ac favore servire. 1 Noi altri, dice Cassiano, [p. 157 modifica]vogliamo fare acquisto della castità del corpo senza castigar la carne; vogliamo acquistare la purità del cuore, senza la fatica delle vigilie; vogliamo abondare di virtù spirituali mà con pace della carne: vogliamo haver la gratia della Patienza, senza che niuno ci faccia ingiuria; vogliamo professare l’humiltà di Christo, senza danno dell’honor mondano: e servire a Christo con essere lodati, e favoriti dagl’huomini. Diciamolo in una parola: Vogliamo essere humili senza humiltà. Purche non habbiamo a portare in capo questa corona di strame.

Hor qui non bisogna perdonare alla superbia. Ne questa corona di strame stà meglio in capo ad altri, che di chi la ricusa. E a questi tali si deve onninamente un tal diadema. Elegante ed eruditamente disse Seneca: Unde possum scire, quantum adversis ignominiam, [p. 158 modifica]et infamiam, odiumque populare constantiae habeas, si inter plausus senescis? Si te inexpugnabilis, et in elimination quadam mentium pronus favor sequitur? 2 Donde posso io sapere quanto sia la tua constanza contra l’ignominia, e l’infamia, e contro l’odio popolare se tù t’invecchi fra gl’applausi? e se con una certa inclinatione d’animo sei da tutti a spada tratta accarezzato, e favorito?

Nelle Case dei Religiosi, dà talvolta più fastidio a quel, che legge in tavola questa sol parolina, Repete, che non fà tutto il resto del rigore della religiosa disciplina. Mà questo è un buonissimo testimonio di qualche superbia occulta, la quale niente meno non vorrebbe parer d’haver errato, e d’esser forzata à vergognarsi. Quindi è che molti huomini per dottrina, e humiltà segnalati, mentre leggevano alla mensa del Refet[p. 159 modifica]torio, pronuntiarono à bella posta malamente alcune parole, solamente per haver causa di vergognarsi in essere avvisati col Repete dell’ignoranza loro.

Il P. Martino del Rio nato da nobilissimi parenti (e che huomo fusse questo il dicono tanti libri, ch’ei ci hà lasciato) dopo d’haver letto Theologia per alcuni anni in Liegi, fù mandato à Tornai, per ivi ritirarsi dallo strepito degli studij, e far gl’essercitij spirituali conforme alle sue regole. Quivi il buon Padre, spogliandosi della persona di quel Filosofo, e di quel Theologo, che egl’era, stando tra i Novitij, dimandò con gran desiderio ed esercitò i più vili ministerij, e officij della Casa. Se n’andò talvolta con una veste tutta logora, e stracciata ad accompagnare lo spenditore, e portando à casa sulle spalle quel nobile facchino le cose, che quello havea com[p. 160 modifica]prato nella piazza, se ne passava per le più frequentate strade della Città alla vista di tutti, alcuni dei quali se ne stupivano, e altri se ne burlavano. Mà egli non ricusò di portare questa Corona di strame, nè la buttò via, anzi se la tenne à grand’honore. E dopo molti anni, che era stato nella Compagnia di Giesù, dopo d’haver letto Filosofia, e Theologia, e predicato con molta sua lode; Tutti quei di casa questa sol cosa ammiravano in lui, che un sì grand’huomo, che a mala pena poteva più star in piedi, e a pena più ci vedea, da dovero, e sì volontieri mentre gl’altri stavano a Tavola, stando talvolta in piedi, ò pure à sedere con molto incommodo nel luogo solito del Lettore, leggeva qualche divoto libro, come s’usa, e variava gl’accenti, e i suoni à modo d’altri. Et havendo già il P. Martino pigliatasi così volontieri questa corona [p. 161 modifica]di strame, di questo solo si sarebbe vergognato, di non haversi voluto vergognare, ancorchè vecchio.

L’istesso fece il B. Lanfranco, che fù huomo letteratissimo del suo tempo. Questi mentre una volta leggeva in Tavola essendogli dato un Repete contra ragione, e contra le leggi, e precetti della Grammatica dal suo Superiore, che non era così letterato; Ripigliò subito, e pronuntiò ogni cosa come gli era stato commandato. Poiche si teneva per honore, ne si vergognava questo huomo santissimo di portar questa corona di strame, nè d’haver qualche occasione di vergognarsi per amore di Christo. L’istesso fece il B. Luigi Gonzaga come si racconta nella sua vita.

Quando la Virtù hà una volta ben indurato l’animo, lo rende da ogni parte affatto impenetrabile, che non può essere tocco [p. 162 modifica]ne dal dolore ne dalla vergogna. Pensi tu forse, che un huomo, che veramente si è dato alla divina volontà, possa essere mosso dall’ignominia, havendo egli già riposto in Christo ogni sua riputatione? Peggio ancor d’ogni ignominia è una ignominiosa morte. E nondimeno tanti migliaia di Santissimi Martiri la riceverono con quell’allegrezza, e prontezza d’animo, con la quale altri ricevono la porpora, e le corone. L’istesso Christo Rè de’ Martiri per questa ragione ancora sopportò una morte così vergognosa, per insegnare a’ i suoi, non di fuggire dal patire cose vergognose mà si bene dal farle. Niuno vi è, che con più gusto sia da altri disprezzato se non colui, che con più gusto sia da altri dispreggiato, se non colui, che ha imparato a dispreggiar se stesso.

Un vero dispreggiatore di se stesso si reca à grand’honore tutte queste contumelie, e all’hora più seco stesso si compiace quando più [p. 163 modifica]da gl’altri vien burlato. Poiche quella finalmente è vera gloria, che uno dispreggiato per Christo sopporti ugualmente tutte le cose per grandi, ò picciole, che siano. Et i Discepoli di Christo son prima coronati di paglie, e di spine, che di gemme, e d’oro.

Il Rè David havendo dato la caccia alli Amaleciti, trovò nella campagna un servo Egittio, che per l’infermità, e per la fame era quasi morto. Et havendolo diligentemente interrogato della patria, della casa, e della gente sua; quello così gli rispose: Puer Aegyptius ego sum, servus viri Amaecitae: dereliquit autem me Dominus meus, quia aegrotare coepi nudius tertius. 3 Io sono un povero egitiano, servo d’un’huomo Amalecita: e il mio padrone mi ha lassato qui, come vedete, perche l’altro ieri fui assalito da questa infermità. Questi il Rè David, con far[p. 164 modifica]li anche un giuramento, pigliossi per compagno. E ponderando seco stesso queste cose S. Gregorio dice così: Hos eligit Deus, quos despicit mundus; quia plerumque ipsa despectio hominem revocat ad se ipsu. 4 Iddio si elegge quelli, che disprezza il mondo; perche molte volte l’istesso esser disprezzato, fa ritirar in se stesso l’huomo. La Corona di strame non fa danno a nessuno con la sua ignominia se non à chi è superbo, e impatiente.

Exeamus igitur (come ci essorta S. Paolo) exeamus ad Christum Iesum extra castra, improperium ipsius portantes. 5 Usciamo dunque fuori del campo, e andiamo à trovar Giesù Christo, portando ancor noi l’improperio suo. Habbiamo per guida d’andar al sanguinoso trono di Christo nella Croce, S. Paolo, che ci essorta à seguitarlo: Per gloriam et [p. 165 modifica]ignobilitatem, per infamiam, et bonam famam, ut seductores, et veraces. 6 Per la gloria, e per l’ignominia, per l’infamia, e per la buona fama, à guisa di seduttori: e di veraci. Poiche nella stessa strada haveremo per compagni tanti nobilissimi, e fortissimi Heroi, Qui ludibria et verbera experti, insuper et vincula, et carceres, i quali hanno patito vergogne, e bastonate, e più carceri, e catene. E per guadagnarsi una corona d’oro, ne portarono volontieri una di strame. Non è ancor felice, ne beato, chi non sa essere schernito, e dispreggiato.

Note

  1. [p. 187 modifica]Cass. coll. 3 cap. 12 init.
  2. [p. 187 modifica]Sen. lib. de prov. cap. 4. post init.
  3. [p. 187 modifica]1. Reg. cap. 30. 13.
  4. [p. 187 modifica]S. Gregor. in Evang.
  5. [p. 187 modifica]Hebr. c. 13.33.
  6. Heb. cap. 11 36.