Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo IV/P3

PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.3. 3 Delle Facelle

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.3. 3 Delle Facelle
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§. 3.


L
E facelle accese sono simbolo della povertà. La povertà [p. 136 modifica]è un’efficace strumento della virtù, purche trovi un’huomo, che se ne possa servire. Variamente si serve Iddio di questo instrumento nella Scuola della Patienza. Vi sono alcuni tanto poveri, che nè anche col pane si possono cavare la fame, mà ne anche trovano da guadagnarsi il vitto con le lor fatiche; degni veramente di compassione. Di questi si deve intendere quel detto di Diogene: Paupertas non parva aegritudo est. Non è picciola infermità la Povertà. Altri sono poveri vergognosi, ne’ quali potendo più la vergogna, che la fame, stentano grandemente nelle proprie case, ne son manco degni di compassione di quello, che siano gli altri. Alcuni altri poi sono talmente poveri, che ancor son sì dapochi, e infingardi, che non saria loro cosa molto difficile il levarsi dalla povertà, se prima volessero sbrigarsi [p. 137 modifica]dalla dapocaggine loro. Fuggono le fatiche, e per questo cadono ne i lacci della mendicità, vogliono più tosto starsene otiosi con le mani alla cintola, che non haver fame. Altri si affaticano bene senza mai riposarsi mà, impediti dalle domestiche sciagure, non possono fuggire la povertà. Vi sono alcuni, che paiono ricchi ma sono tanto indebitati, che à pena hanno l’anima, che sia sua. E di questi tali si può dir benissimo; Che quegli è ricco, che non hà debiti. Sonovi altri, che pare à loro d’esser poveri, non essendo tanto poveri, quanto avari: non manca loro il vitto, ma gli vorrebbono aggiugnere ancor la pompa; ne vorrebbono solamente mangiare, e vestire, mà farlo splendida, e honoratamente; Et a questi tali senti sempre dire: O quante cose mi mancano! Questi non solamente sono poverissimi, mà meschinis[p. 138 modifica]simi ancora, che per non star contenti della sorte loro, non vi è cosa, che lor basti. Vicinissimi à questi sono quei, de quali disse S. Giovanni Chrisostomo: Paupertatis nomen Reges non effugiunt. 1 Ne anche i Regi fuggono il nome della povertà. Nasca finalmente donde si voglia la povertà, ella è un’efficace strumento della virtù, purche di quello non ci serviamo male.

E’ verissimo ciò, che disse Seneca: Paupertas nulli malum est, nisi repugnanti. 2 La Povertà non è cosa mala, se non à chi non la vorrebbe. S. Chrisostomo dice, che la Povertà è madre della Sanità. E S. Agostino, che tanto la loda, osò dire: Omnis Philosophiae magistra nobis inopia est. 3 La Povertà c’è maestra, e ci insegna tutta la filosofia. Detto più, che vero, dichino pure ciò, che lor pare, i nemici della povertà. La Povertà fù in[p. 139 modifica]ventrice delle arti, et nulli hominum probro est, nisi probroso, e non è di vergogna, se non fusse a qualche svergognato, come disse benissimo S. Basilio; Pauprem compellari, non est probrosum. 4 L’esser chiamato povero non è vergogna.

Con questo fuoco della Povertà, e con queste facelle ci abbrugia Iddio, ò per svegliarci, quando siamo addormentati ò per castigarci, e purgarci quando pecchiamo, ò per premiarci quando con patienza, e perseveranza la sopportiamo. Onde avvertendoci di ciò molto prima disse: Et convertam manum meam, et excoquam ad purum scoriam tuam, et auferam omne stamnum tuum; 5 Io stenderò sopra di te la mia mano, e ti purgarò benissimo da ogni bruttura, e levarotti da dosso tutto lo stagno.

Havea molte volte Absalone [p. 140 modifica]mandato a pregar per i suoi servitori Gioab Capitan Generale dell’essercito del Padre, che andasse un poco da lui, che gli volea parlare. Non vi fù mai verso, ch’ei vi andasse. Hor che haverebbe fatto un figlio del Rè? Cumque secundo misisset, et ille noluisset venire ad eum, dixit servis suis; scitis agrum Ioab iuxta agrum meum habentem messem hordei? Ite igitur, et succendite eum igni. 6 Et havendoglielo mandato a dir di nuovo, nè vi essendo voluto andare, disse Absalone a i suoi servitori: Sapete voi la possessione di Gioab, che sta vicina alla mia, e hà già le biade mature? Andate dunque, e abbruggiategli ogni cosa. Non altrimente Iddio sforza moltissimi a far bene, e insegna loro à deporre il fasto con le facelle della povertà, i quali o gli sono disubbedienti, ò prevede, che se non li previene, gli sariano tali. [p. 141 modifica]

Onde questo sopra tutto s’ha da imparare nella Scuola della Patienza; Che la Povertà, che in se non è cosa mala, non sia mala per noi servendocene malamente. L’Ecclesiastico per avvertirci, e farci stare cautelati dice: Propeter inopiam multi deliquerunt. 7 Per la Povertà molti hanno peccato. Per mangiare dicono menzogne, ingannano, rubbano, vendono la pudicitia, e sbarattano la conscienza. Questi tali si servono invero pessimamente della Poverta, che in se è un’ottima cosa.

D’altro modo devono nella Scuola della Patienza portarsi quegli scolari, che sono arsi dalle facelle della Poverta, che ciascuno possa dire: Igne me examinasti, et non est inventa in me iniquitas 8 Signore, m’havete provato col fuoco della Poverta, e non havete trovato, che per ciò io habbia fatto alcun peccato. S’ha più tosto da sop[p. 142 modifica]portar qualsivoglia gran cosa, che offendere Dio; Melius est mendicare quam rapere; 9 Et è meglio andar mendicando, che rubbare.

S.Bernardo, con quel suo caldo affetto, che portava alla povertà, dice così: Bonum mihi Domine, tribulari, dummodo ipse sis mecum, quam regnare sine te, epulari sine te, sine te gloriari. Bonum in tribulatione magis amplecti te, in camino (aggiungi tù paupertatis) habere te mecum quam esse sine te, vel in caelo. 10 E’ meglio per me, Signore, l’essere tribulato, purche voi stiate meco, che regnare, banchettare, e stare allegramente senza voi. E mi torna meglio abbracciarmi con voi nella tribulatione, e havervi per compagno nella fornace della Povertà, che lo stare etiandio nel cielo senza voi. Che paura habbiamo? Perche ci tratteniamo? Perche fuggiamo da questa fornace? E crudel’è il fuoco, no’l [p. 143 modifica]nego, mà Iddio ci fà compagnia in questa tribulatione, e se il Signore è con noi, chi ci sarà contra? Acciò dunque che la povertà non faccia male a veruno, ci dobbiamo sopra tutto persuadere, che ogni povertà ci vien mandata da Dio per nostro bene, perche ci purghiamo, e nettiamo molto bene le macchie de i nostri peccati, Ut excoquatur ad purum scoria nostra. 11

E come quando una madre vede talvolta un suo figliuolino, ch’ella havea vestito di una vestarella rossa, starsene nel cortile della casa giocando, e scherzando, e levarsi contra di lui tutti iracondi, e infuriati una mano di Galli d’India; subito se ne corre a basso, e lo spoglia di quella veste rossa, per la quale quei Galli si mettono in tanta collera, ancorche il suo tenero bambino ne pianga, e mandi le grida fino al cielo, e tutto ciò fà per [p. 144 modifica]suo bene, nè si lascia muovere in modo veruno da quelle sue stolte lagrime; pianga pur’egli, quanto si vuole, purche scampi da quel pericolo. Così Dio molte volte ci spoglia, ci leva le facoltà e la robba, e ci riduce in povertà, mà per nostro bene, poiche con questo modo solo siamo liberati da moltissimi mali, dal Demonio, che ci soprasta, e da infiniti vitij, che ci insidiano. Mà noi à guisa di tanti fanciulli ci mettiamo à gridare, piangemo, e ci lamentiamo, che ci son levate le cose necessarie, e che siamo ridotti ad un’estrema povertà. O bambocci veramente stolidi, e che havete? Che piangete, e di che vi lamentate? Tutte queste cose si fanno per vostro bene. E Dio non vi levarebbe la robba, se non prevedesse, che vi havesse da far qualche gran danno; ne vi farebbe diventar poveri se fin dalla sua eternità non havesse conosciu[p. 145 modifica]to, che voi non fareste altrimente per goder il cielo. Lassate dunque questi pensieri al vostro amantissimo Padre, anzi alla vostra providissima Madre. Mà qualunque tù ti sia, che sì malvolontieri sopporti la Povertà, dammi, di gratia, licenza, ch’io risponda alle tue obbietioni.

E primieramente tu dici, che la Povertà ti pare intolerabile. Rispondo. Che tu sei più intolerabile ad essa, di quello ch’ella sia incomportabile a te. Sono abbandonato, e dispreggiato da tutti. ℞. Patienza, purche tu non sia abbandonato da Dio: poiche oculi eius in pauperem respiciunt; gl’occhi suoi sono sopra il povero. O beati quei, che sono ricchi, e abbondanti! ℞. O misera beatitudine! Poiche, come dice S.Bernardo, Opum collectio plena laboris; possessio plena timoris; amissio plena doloris est: Divitiae, cum amantur, 12 [p. 146 modifica]inquinant; cum agitantur onerant; cum minuuntur, cruciant. 13 la robba si fà con fatica, si possiede con timore, e si perde con dolore: Le ricchezze, quando si amano, imbrattano; Gravano quando si maneggiano; e quando si perdono affliggono. Che cosa è più misera della mendicità? ℞. Non sai forse tù ciò che à tutti è noto? Lazaro mendico nella sua morte vien posto nel seno di Abramo; e quel ricco Epulone nel mezo dell’Inferno. Quello è sepolto dagli Angeli nel Limbo, e questo da i Demonij nel profondo dell’Abisso. Chi hà denari, hà ogni cosa. ℞. Anzi non hà niente se non hà la virtù. Tutto ciò, che ti può fare buono, tù l’hai teco. Dives cum dormuerit nihil secum auferet; aperiet oculos suos, et nihil inveniet. 14 il ricco alla sua morte non porterà niente seco, aprirà gli occhi, e non troverà niente. Potiamo ancor nelle ric[p. 147 modifica]chezze essere poveri. ℞. Ch’è un grand’huomo colui, ch’è povero nelle ricchezze, mà è di gran lunga più sicuro, chi non l’hà. Ohime, come hò la Cassa vuota. ℞. che stai tù à guardar la Cassa? Guarda la tua conscienza; Assai ricco è colui, che hà quieta la conscienza. Mà mi mancano le cose necessarie. ℞. Ti manca forse l’industria per procacciartele? La natura si contenta d’ogni minima cosa; mà l’animo, e gl’occhi sono insatiabili. Poiche alla cupidigia non basta niente, e la natura si contenta ancor di poco. Il Povero da per tutto è dispreggiato: ℞. che un’allegra povertà è cosa honoratissima. E chi stà bene con lei, è ricco. Non è povero colui, che hà poco mà si bene chi più ne desidera. La Povertà così a me, come ad altri fà gran danno. ℞. Che nè a te, nè ad altri faria danno alcuno, se la vostra Povertà nascesse in voi [p. 148 modifica]dall’inopia, e non dal vitio. La Povertà in tutte le cose mi impedisce ℞. anzi, dì pure, che t’aiuta, e ti promove. Se vuoi attendere quietamente allo studio; ò bisogna, che tù sia povero, ò simil à un povero. Non si può con giovamento atendere allo studio senza haver cura della frugalità, e della parsimonia; e la frugalità non è altro, che una povertà volontaria. Hor dì pur quel, che tu vuoi, che la Poverta è un gran male. ℞. Perdonami di grazia, se Seneca ti dà una mentita, il quale asseverantemente dice; Nihil mali esse in paupertate, modo quis non dum pervenerit in insaniam omnia subvertentis avaritiae. 15 Che non si trova nessun male nella povertà, purchè alcuno non sia arrivato alla pazzia dell’Avaritia, che ogni cosa butta sottosopra.

Hor che ve ne pare, o poverelli (siatevi pure chi voi volete) di un Padre tale? Vede questi un pezzo [p. 149 modifica]di pane in mano di un suo figliuolino, e insieme s’accorge, che un mastino stà per torglierglielo, e morsicargli la mano; E perciò gli leva subito quel pane di mano, e ciò fa egli con molta prudenza, non per vietargli il cibo, mà sì bene per scansare il danno. Così Dio ci leva talvolta le cose necessarie al mantenimento della vita, non per farci morire di fame, mà per guardarci da i vitij. E forse che la Virtù non stà bandita da quel luogo dove non si fà altro, che mangiar bene, e bever meglio; dormir assai, e spender otiosamente il tempo? Quivi per certo i vitij regnano.

Beati dunque i poveri, che non facendo resistenza alla Povertà, la sanno amicissima alla Virtù. Quà batte quel generoso detto di S.Paolo: Quae mihi fuerunt lucra, haec arbitratus sum detrimenta. 16 Per Christo, io [p. 150 modifica]tenni tutti li miei guadagni per danni.

Niuno è degno d’haver Iddio quanto colui, che sà dispreggiare le ricchezze. Poiche assai ricco è colui, che stà bene con la Povertà. Onde benissimo disse Diogene: Paupertas virtus est, quae per se discitur. 17 La povertà è una virtù, che s’impara da se stessa. La cosa è chiara: se le ricchezze non si perdessero fariano perder molti; e chi è quello così ben cautelato, che maneggi queste spine, e non si punga la conscienza? La Povertà solamente è quella, che da queste spine non è punta. Ma non teme la Povertà, chi aspira alla immortalità. Perche come ben dice S.Gregorio: Quisquis in solo desiderio aeternitatis figitur, nec paupertate conteritur, nec adversitate quassatur. 18 Chiunque stà fisso nel solo desiderio dell’eternità, ne è travagliato dalla [p. 151 modifica]povertà, ne per l’Avversità si muove.

Note

  1. [p. 173 modifica]Chrisost. hom. 12. in epist. ad Thim.
  2. [p. 173 modifica]Sen. ep. 223 in fin.
  3. [p. 173 modifica]S. August. in psal. 76
  4. [p. 173 modifica]Basil. in Hexam.
  5. [p. 173 modifica]Isa. cap. 1. 25.
  6. [p. 173 modifica]2. Reg. cap. 14.28.
  7. [p. 173 modifica]Eccles. c. 27.1.
  8. [p. 173 modifica]Psal. 16. 3.
  9. [p. 173 modifica]Chris. hom. 75. in Nath.
  10. [p. 173 modifica]S. Bern.
  11. [p. 173 modifica]Isa. c. 1. 25
  12. [p. 173 modifica]Psal. 10. 4.
  13. [p. 173 modifica]S. Bern. de convers. ad Clericos cap. 13. de quinque negotiationibus
  14. [p. 173 modifica]Iob. c. 27, 17.
  15. [p. 173 modifica]Senec. consol. ad Helviam c. 8. post. med.
  16. [p. 173 modifica]1. Cor. cap. 3. 11.
  17. [p. 173 modifica]Diog.
  18. [p. 173 modifica]S. Greg.