Scola della Patienza/Parte prima/Capitolo IV/P1

PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.1. 1.Delle Verghe

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Geremia Dressellio - Scola della Patienza (1634)
Traduzione dal latino di Lodovico Flori (1643)
PARTE PRIMA CAPITOLO IV
§.1. 1.Delle Verghe
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§. 1 Delle Verghe.


I
L Primo instrumento cruciabile, e afflittivo, che sia nella Scuola della Patienza, col quale si castigano i scolari, sono le Verghe. L’infermità è un’afflittione da tutti conosciuta. E chi è quello, che sia di così buona sanità, che non si senta percuotere qualche volta da queste Verghe? A pena si trovarà un’huomo, che si possa scordare d’essere soggetto alle malatie. Qualunque per forte, e robusto che sia, sente talvolta qualche cosarella. Perche ò dogliono gl’occhi, ò i denti, ò le braccia, ò lo stomaco, ò le gambe. E ci maravigliamo di questo! siamo un seminario di infermità, e ci par cosa nuova l’amalarsi? L’infermità hà il suo luogo in qualsivoglia [p. 108 modifica]sorte di vita. Anzi, subito, che nasciamo, cominciamo ad ammalarci, il che facilmente crederemo à S. Agostino, mentre dice: Quis enim non aegrotat in hac vita, quis non longum languorem trahit= Nasci hic in corpore mortali incipere, aegrotare est. 1 Chi è quello, e che in questa vita non si ammali, e che per molto tempo non languisca? Il nascere in questo corpo mortale, non è altro, che un cominciare ad amalarsi. Adunque che paura habbiamo, quando ci vengono l’infermità?

Questa vita è una perpetua infermità. Haec vita morbus est perpetuus. 2 disse il medesimo Santo. E Seneca dice: Sed est etiam, mihi crede, in morbo vituti locus. 3 mà credimi pure, che ancor nell’infermità hà luogo la virtù. Quindi è, che S.Ambrogio diceva con verità: infirmitas corporis, sobrietas mentis est, infirmitas [p. 109 modifica]virtutm officina est. 4 L’infermità del corpo è sanità dell’anima: ed è un’officina delle virtù. E come dice S. Girolamo: Satius est stomachum dolere, quam mentem. 5 È meglio, che ci doglia lo stomaco, che l’anima.

Vi sono stati alcuni, mà pochi, che con intiera sanità sono arrivati sino alli ottanta anni; alla fine la casa cominciò à cadere, si sfece, e rovinossi affatto. Mà sappiamo almeno questo, che niuno quasi meglio si ammala di colui, ch’essendo sano, ciò spesso impara appresso gl’ammalati. Quì potrà ciascuno dimandare à se stesso: se tu fossi infermo, come questo altro, che faresti? Come ti porteressi, come saressi quieto, e piacevole nel parlare, e come saressi patiente in sopportar questi dolori?

Mà quella sì, ch’è cosa da huomo desperatissimo, e da uno, che malamente ama la vita sua, il cer[p. 110 modifica]car rimedio per la sua infermità, da i maghi, e fattucchiari. Num quid non est Deus in Israel, ut eatis ad consulendum Beelzebu Deum Accaron? 6 Non vi è forse Dio in Israele, che habbiate d’andar à consigliarvi col Demonio? Le infermità ci hanno da tirare à Dio, e non ai nemici di Dio, nè al Demonio.

Li Hebrei quando eran sani, si scordavano di Dio. At ubi multiplicatae sunt infirmitates eorum, postea acceleraverunt. 7 Ma come Dio mandò loro delle infermità s’affrettarono à far la volontà di lui. Si fà talvolta un cauterio al collo, al braccio, ò a una gamba, perche il capo stia meglio: così Dio fa il cauterio al corpo, perche stia bene lo spirito. Infirmitas gravis sobriam facit animam, disse l’Ecclesiastico. Una grave infermità risana l’anima. E’ certo, ch’è molto meglio arder nel fuoco del[p. 111 modifica]le febri, che nelle fiamme de’ Vitij.

Molti, quando sono infermi, all’hora s’infastidiscono di qualche vietato piacere. E però disse bene S.Gregorio: Divina dispensatione agitur, ut prolixiora vitia, aegritudo prolixior exurat. 8 E’ providenza di Dio, che i peccati, che sono più invecchiati, e hanno durato più tempo, siano da una più lunga infermità purgati, e arsi. Spesse volte i nostri mali costumi, che mai habbiamo voluto corregere, hanno bisogno di qualche longo, e continuo flagello; Che se Dio percuote così aspramente, quando perdona, che farà quando incrudelirà per il suo giusto sdegno? E con quanta severità castigarà di là i cattivi ch’Egli odia, se di quà affligge tanto i buoni, ch’egli ama?

Vi fù una volta un Religioso, come riferisce Ruffino, che pregò S. Giovanni Anacoreta, che lo liberasse da una terzana ch’ei pati[p. 112 modifica]va; mà quello così gli rispose: Rem tibi necessariam cupis abjicere: Ut enim sapone panni lavantur, sic mentem morbi eluunt. 9 Tù desideri di privarti d’una cosa, che ti è sommamente necessaria; Perche si come col sapone si lavano le macchie de i panni; così l’infermità lavano le macchie dell’anima. L’infermità del corpo è salute dell’anima, e la Virtù nell’infermità si perfeziona.

Per questa medesima causa un Religiosissimo vecchio (come molti raccontano) disse à un suo Discepolo infermo queste parole: Ne tristeris, fili, ob morbum corporis: Si ferrum es, per hunc ignem rubiginem exues; si aurum es, novum nitorem indues. Non igitur angaris animo: si Deus torquere te velit, et in morbo esse: tu quis es qui divinae resistas voluntati, aut eam moleste feras? Itaque sustine, et roga Deum, ut quod ipse vult [p. 113 modifica]et tu quoque velis.10 Non ti attristare figliuolo per l’infermità del corpo: se tu sei ferro, con questo fuoco ti leverai la ruggine; se sei oro, diventarai più bello. Non ti pigliare dunque fastidio, se Dio ti vuol affliggere, e vuole, che tu stij ammalato; chi sei tu, che possi resistere alla divina volontà, ò haver à male ciò, ch’ella fà? Perciò habbi patienza, e prega Dio, che ti conceda, che ancora tu voglia ciò, che Egli vuole.

E veramente, se vogliamo considerar bene tutto questo trovaremo, che l’infermità è un dono di Dio tanto importante, e sì pretioso, che non si potria pagare con servizij di cent’anni. Percioche nell’Infermità siamo invitati à far la pace con Dio, il quale havevamo forse con empia guerra provocato. S. Gregorio dice: Admonendi sunt aegri, ut considerent, quanti sit muneris molestia [p. 114 modifica]corporalis, quae et admissa peccata diluit, et quae admitti poterant, compescit. 11 Si deve avvisare à gl’infermi, che considerino bene quanto gran dono sia l’infermità del corpo, la quale cancella i peccati commessi, e non lascia fare quei, che si potevano commettere. E così disse sapientissimamente Salomone: Livor vulneris absterget mala. 12 Il sangue, ch’esce dalla ferita, laaerà i peccati. Perche come interpreta S. Gregorio: Flagellorum dolor vel cogitatas, vel perpetratas nequitias diluit. 13 Il dolor, che si sente ne i flagelli, e nelle afflittioni, che Dio ci manda, ci cancella tutti i peccati, ò siano pensati ò fatti.Quapropter admonendisunt aegri, ut eo se filios Dei sentiant, quo illos disciplinae flagella castigant: Nisi enim correctis haereditatem dare disponeret, erudire eos per molestias non curaret. E perciò dice il medesimo Santo si de[p. 115 modifica]ve avvisare gl’infermi, che in tanto si tenghino per figliuoli di Dio, in quanto vengono corretti con diversi flagelli. Perche se Dio non volesse dar loro l’heredità, non si curaria d’ammaestrarli con l’infermità. E però chi è afflitto, e ammalato si consoli pure, e dica: Mi basta d’essere amato; mi basta che sia sicura la speranza: Perisca pur il corpo, che necessariamente hà da perire, purche non perisca l’anima.

E chi sarà quello, che si lamenti, che se gli getti à terra una casuccia vecchia per fargli una bella casa nuova? Così ne anche si deve lamentare qualsivoglia infermo, eziandio che sia vicino à morte. Perche sappiamo, Quoniam si terrestris domus nostra dissolvantur, quòd aedificationem ex Deo habemus; domum non manufactam, aeternam in caelis. 14 Che se questa nostra casa terrena se ne và à ter[p. 116 modifica]ra, habbiamo nel Cielo una stanza preparataci da Dio, una casa non fatta con le mani d’huomo, che non sia duratura, mà una casa eterna fatta apposta per noi dall’istesso Dio.

Ma mi dirai. Ch’è facil cosa à un sano consolar un’infermo; altrimente parliamo, quando altro sentiamo. Chi sarà quell’infermo che creda, che l’infermità s’habbia d’anteporre alla sanità? Hora fratel mio, tu ti mostri in questa cosa (e sia detto con tua pace) troppo appassionato, e per huomo affatto ignorante, e imperito nella Christiana disciplina. Non sai tù forse quello, che dice S. Paolo: cum infirmor, tunc potens sum. Quando io mi ammalo all’hora sto bene. In questo medesimo senso disse S. Gregorio. Adversitas vitae, dum asperitate sua sanctas comprimit, valentiores reddit. 15 L’avversità di questa vita all’hora rende, e fà più [p. 117 modifica]forti i santi con l’asprezza sua, quando li tocca, e stringe. La Carne si nutrisce di cose delicate e molli; l’anima d’aspre, e dure. Quella si pasce di diletti; questa di d’amarezze; Et indi lo spirito perpetuamente muore, onde la carne per poco tempo delicatamente vive.

Ma lasciami, di grazia, quì rispondere alle tue obiettioncelle. Tù dici, che ’l dolore è una dura cosa; mà io con ragione ti rispondo, che anzi tu sei troppo delicato, e molle. Pochi sono quei, che hanno potuto sopportare i dolori. ℞. E noi siamo di quei pochi. Mà la nostra natura è debole, e fiacca. ℞. Non infamare la natura, perche ella ci fece forti. E chi è colui, che non fugga il dolore? ℞. Anzi egli segue chi fugge. Se ’l dolore è poco, sopportiamolo; la patienza ancora è poca; se è grave, sopportiamolo ancora; perche non è po[p. 118 modifica]ca, ne leggiera la grazia. Mà se io fussi sano, più m’affaticarei, e non attenderei più alla Virtù. ℞. Anzi meno, e pensa, che per te sia verissimo quel detto di S. Agostino: Quam multi scelerate sani sunt, qui innocenter aegrotarent? 16 O quanti vi sono, che sono sani, e scelerati, che se fussero ammalati sariano buoni, e innocenti? O com’è ricco, chi è sano! ℞. Hor cominci ad esser grato à Dio. Questo ancora deve contarsi frà i beni dell’infermità, poichè all’hora cominciamo à stimare la sanità, quando la perdiamo. O come hò perduto tutte le mie forze! Hor qui ti risponda S. Bernardo: Melius est frangi laboribus (aggiugni tù, et doloribus) ad salutem,quam remanere incolumis ad damnationem. 17 E’ meglio d’esser afflitto con fatiche, e con dolori per salvarsi; che il rimanersi sani per dannarsi. O come son tutto dato in preda dei dolori! Rivol[p. 119 modifica]gi un poco gl’occhi tuoi da te stesso in Christo crocifisso: e vederai veramente un’huomo di dolori, e che s’intende delle infermità: poiche Egli fù quello, che da dovero portò sopra di sè le nostre infermità, e provò nella sua persona tutti i nostri dolori. Vere languores nostros ipse tulit, et dolori nostros ipse portavit.18 Ahi quando haverà fine questa mia ostinata infermità. ℞ E’ segno d’un’amor freddo, l’haver cominciato à patir qualche cosa per Christo, e subito desiderare, che finisca. Mà s’io fussi sano, già frequentarei più spesso nella Chiesa i Santissimi Sacramenti, e mi purgarei da i miei peccati. E ottima purga de’ peccati, credimi pure, l’haver un poco ancorche di mediocre patienza nell’infermità.

Adunque s’hà da dir à gl’infermi ciò, che ci avverte S. Gregorio; che se credono, che la lor [p. 120 modifica]patria sia il Cielo, necessariamente han da patire quì travagli, e afflittioni, come in terra d’altri. Chiunque si trova d’esser ammalato, raccomandandosi alla bontà divina dica: Virga tua, et baculus tuus ipsa me consolata sunt. 19 Signore la vostra verga, e ’l vostro bastone sono stati quelli, che mi hanno consolato. Sia pure io punto, travagliato, e arso di quà in questa vita purchè non mi danni eternamente di là nell’altra.

Non ti rincresca, di grazia, Lettore, di veder i discorsi, che fà il nostro foriere dell’Eternità, per comporre i costumi de gl’infermi. Poiche noi non potiamo quì esser più longhi.

Note

  1. [p. 142 modifica]Aug. in Psal 102 ante med.
  2. [p. 142 modifica]Id. ser. 74.
  3. [p. 142 modifica]Senec. ep. 76.
  4. [p. 142 modifica]S. Ambros.
  5. [p. 142 modifica]S. Hieron.
  6. [p. 142 modifica]4. Reg' hom. 9 in evang. prop. fin.
  7. [p. 142 modifica]in evang. prop. fin.
  8. [p. 142 modifica]S. Greg. hom. 9 in evang. prop. fin.
  9. [p. 142 modifica]Ruffin. Aquil. c. 1 in vit. Ioan.
  10. [p. 143 modifica]Ruffin. l. 3. 157 Pelag. libell. t. n. 16 Paschas c. 20.
  11. [p. 143 modifica]S. Greg. ubi infr.
  12. [p. 143 modifica]Prov. c. 20 . 30.
  13. [p. 143 modifica]S. Greg. par. 3 past. admonit. 3. med.
  14. [p. 143 modifica]2. Cor. cap. 5. 1.
  15. [p. 143 modifica]S. Greg. lib. 29 mor. c. 15 prope fin.
  16. [p. 143 modifica]S. August. tr. 7. in Ioan.00
  17. [p. 143 modifica]Ber. de Inter. do. cap. 46.
  18. [p. 143 modifica]Isa. cap. 53 3. et 4.
  19. [p. 143 modifica]Psal. 44. 5.