Platone in Italia/XXXVII. Di Platone a Critone - Paragone della filosofia italiana e greca

XXXVII. Di Platone a Critone - Paragone della filosofia italiana e greca

../ ../XXXVIII. Di Cleobolo a Speusippo - Fisica di Timeo IncludiIntestazione 19 luglio 2020 25% Da definire

XXXVII. Di Platone a Critone - Paragone della filosofia italiana e greca
Platone in Italia XXXVIII. Di Cleobolo a Speusippo - Fisica di Timeo

[p. 1 modifica]

XXXVII

Di Platone a Critone
Paragone della filosofia italiana e greca

[Decadenza della filosofia cosi in Grecia come in Italia — La filosofia oscilla sempre tra l’estremo scetticismo e la fiducia insensata — C’è in questo circolo un punto giusto, ove si son fermati i grandi filosofi — In qual guisa questi determinino il corso delle sètte filosofiche — La dialettica — La filosofia greca ha avuto inizio con le sensazioni piú grossolane — Gl* italiani pei primi fecero dei numeri lo strumento principale della loro filosofia — Grandiositá della «matematica» dei pitagorici e puerilitá della primitiva «geometria» dei greci — Scoperte degl’italiani nelle cognizioni relative alla quantitá e loro sublimi speculazioni in quelle relative alla qualitá — L’«uno» di Parmenide — Posteriori teorie di Melisso e di Alcmeone — Anche gl’italiani dalrastrattismo numerico cascarono alquanto nel sensismo — Importazione delie teorie italiche in Grecia — Polemiche tra la scuola greca c quella italiana — La filosofia socratica considerata quasi composizione della lotta fra i due partiti — Risorgere delle sètte filosofiche dopo la morte di Socrate — Aristippo, Euclide di Megara, Fedone — La dottrina del dubbio nascerá dalla setta che pare abbia avuta maggior cura del vero — Male gravissimo cosi l’abuso dei sensi come quello della ragione — Non importa che i filosofi disputino: occorre che la filosofia non s’estingua — Lo smodato amore dei sistemi corrompe la filosofia; ma la distrugge il dispregiarli stoltamente — La morte della speculazione filosofica importa quella della morale degli uomini e delle cittá — Perniciosa cosi la «politica» degli scettici come quella dei caparbi dommatici — Antistene e Diogene, anatomizzando l’uotno, distruggono il cittadino — Uomini come Aristippo e Ipparco da Reggio possono essere i migliori in una cittá corrotta che non voglia salvarsi : sono i pessimi in una cittá sana che non voglia corrompersi — Ingiustizia dell’accusa mossa a Platone d’aver corrotta la popolare filosofia di Socrate con le astruserie di Timeo e Parmenide.]

Oh, quanto di te, e con quanto desiderio, ha chiesto Timeo! Fra i discepoli di Socrate non di altri rammenta con maggior tenerezza l’amicizia. E di Socrate quante volte al V. Cuoco, Platone in Italia - il i [p. 2 modifica]giorno non si ragiona? Il venerabil vecchio vuole udirmene parlar sempre. Gli ho narrato le accuse di Anito, il giudizio degli ateniesi, gli ultimi momenti, le parole colle quali il piú giusto de’ greci die’ fine alla sua vita... Queste parole furon dirette a te, ottimo Critone... Egli rammenta il viso, gli atti, la favella degli anni tuoi giovanili, quando egli venne in Atene; ama ripetere i ragionamenti tenuti, nominar le persone colle quali ha parlato, i luoghi e le cose; ricorda Aristippo, Euclide, Fedone, Antistene, Cleombroto... Son tre giorni che mi trovo con lui, e pare che invece di esser in Locri io sia in Atene; tanto i nomi, le cose, i luoghi, de’ quali ragioniamo, tutti sono ateniesi!

Egli piange continuamente la decadenza della buona filosofia in Italia, ed ha ragione. Ma crede che in Grecia il male sia minore, e s’inganna. Noi abbiamo piú filosofi, ma non migliori. Quelli che voglion son molti; ma quanti sono quelli che sanno filosofare?

Lo studio della sapienza oscilla sempre, come un pendolo, tra i due estremi dello stolido dubbio e della fiducia insensata. Narrasi di Eraclito che incominciò la sua filosofica carriera confessando di non saper nulla, e fini asserendo di saper tutto1; aggiungi che, dopo aver creduto di saper tutto, s’incomincia a dubitare di nuovo, e si finisce confessando di nuovo di non saper nulla; ed avrai così la storia di tutta la filosofia, quel circolo segnatole dalla necessitá, la quale, chiudendo una mente divina tra i vincoli della materia, condanna l’uomo all’eterno bisogno di ricercare il vero ed all’eterna impossibilitá di ritrovarlo.

Non vi è in questo circolo che un punto solo, dal quale noi possiamo veder quel poco di vero che ci è concesso sapere. Socrate, Archita, Timeo vi si son fermati, simili ad uomini che dall’alto di uno scoglio veggan le opinioni altrui andare, venire, rompersi siccome onde di mare agitato: gli altri si la[p. 3 modifica]sciano trasportare dalla corrente, e vanno a perdersi miseramente o nella dubbiezza o nella presunzione.

Questi stessi uomini sommi, de’ quali ti parlo, sono quelli che determinano il corso delle varie sètte e la vita delle varie sentenze della filosofia. Non è giá che tutte non finiscano negli stessi estremi, siccome le correnti del Tirreno rompono tutte inevitabilmente in faccia alle coste dell’Affrica o dell’Italia, limiti insuperabili che la natura ha messi ai loro movimenti; ma gli scogli e le isole, che sono qua e lá sparse per la vasta superficie del mare, ne determinano il corso, e fan si che le correnti giungano, or piú presto or più tardi, or piú direttamente or piú tortuosamente, al loro ultimo fine.

Quella, che noi chiamiam «dialettica», sará l’eterno mobile di ogni filosofia. Essa ci dovrebbe insegnare quanta fede si debba ai sensi, quanta alla ragione. Ma il limite è difficile a segnarsi; la dialettica è piú atta ad emendare il troppo che ad assegnare il giusto. Essa sa talora domandare agli empirici: — Ove è la ragione di ciò che credete? — talora ai ragionatori: — Ove è l’esperienza la quale confermi ciò che asserite? — qualche altra volta dimanda ad ambedue: — Che vi è di comune tra ciò che vedete o ragionate e ciò che è? tra voi e la natura? tra voi ed il vero? —

Le stesse dimande si fanno a tutte le sètte; a quale prima a quale dopo, che importa? Questa differenza vien dai vari punti donde s’incomincia.

La filosofia nostra ha incominciato dalle sensazioni, e dalle sensazioni piú grossolane. Prima di occuparsi delle idee della nostra mente, ha tentato spiegar la natura. Conoscer i primi elementi delle cose è stato l’oggetto della nostra prima filosofica curiositá. Si è dato l’onor del primato all’acqua, poscia all’aria. Tu ben vedi come si passa dalle sensazioni piú grossolane alle piú sottili. Democrito e Leucippo le hanno assottigliate anche di piú, ed hanno detto «gli atomi». Eccoci al limite estremo delle sensazioni, donde incominciano le idee. È surto Anassagora, ed ha proclamato il primo la mente e, quasi nesso tra la mente e la materia sensibile, l’«omeomeria». [p. 4 modifica]

Intanto la scuola italiana (forse negli antichissimi tempi, de’ quali si è perduta la memoria, avea compito anche essa il corso della greca: non si giunge alle idee senza prima passar per li sensi), la scuola italiana moveva le sue filosofiche ricerche dalle regioni dell’intelletto. Primi gl’italiani diedero opera alle matematiche, e ne fecero un istrumento principale della loro filosofia2. Separarono ciò che appare da ciò che è: nella loro mente non rimasero che idee, ed ogni idea fu inseparabile da un numero. Non ti pare che questa sia la piú sublime veritá che abbia scoperta l’ingegno umano? Fingi un uomo, il quale abbia due volte sole la stessa sensazione: nel secondo istante delia sua vita egli giá avrá l’idea del numero. Fingine un altro, che abbia due sensazioni diversissime: avrá l’idea del numero. Spoglia una sensazione da tutte le sue qualitá: il numero vi rimarrá sempre, perché il numero è inseparabile da tutto ciò che esiste. Il numero fa si che un’idea sia una e non altra; pel numero, e pel solo numero, le cose simili si distinguono, e si paragonano le dissimili. Quindi la matematica è divenuta per i pitagorici la scienza che insegna a separar dalle cose sensibili tutto ciò che è apparente, per considerarvi solo ciò che è reale; a paragonar le cose simili e le dissimili, trovando anche per queste una misura comune: la sola matematica è la scienza delle essenze delle cose, perché in tutte le cose, tolto tutto ciò che è apparente e passaggiero, non altro che il numero rimane di immutabile ed eterno3.

Paragona questa matematica a quella che ne abbiamo noi altri; noi che ancora la chiamiamo «geometria», quasi l’uso della medesima fosse ristretto alla sola misura de’ campi!4. Prima che Teodoro ci recasse la scienza degl’italiani5, i nostri dotti dicevano che Talete avea scoperta la proprietá del [p. 5 modifica]quadrato dell’ipotenusa, ed era andato fino in Egitto ad imparar la geometria, quasi che prima della cognizione dell’ipotenusa vi fosse in geometria altro da imparare; e, giunto in Egitto, avea ripieni di sorpresa i suoi maestri, insegnando loro a misurar l’altezza delle piramidi dalle ombre, cosa che anche i discepoli sanno fare... Tanto le nostre idee geometriche eran puerili, frivole, contradittorie!

E fin qui tutto va bene. Gl’italiani, potenti per un istrumento di filosofia tanto efficace, han fatto delle scoperte ammirabili in tutte quelle parti delle nostre cognizioni che versano sulla quantitá: nella geometria, nella astronomia, nella meccanica, nella musica; ed hanno spinte al punto piú sublime e piú lontano dai sensi tutte quelle altre che versan sulla qualitá. Separando sempre ciò che è da ciò che appare, han dovuto dire finalmente che tutto pel nostro intelletto era uno. Ecco la dottrina di Parmenide. Da lui però s’incomincia di nuovo a discendere verso i sensi. Ciò, che Parmenide avea detto esser intellettualmente uno, Melisso volle sostener esser anche fisicamente tale6. In veritá i sensi rimanevano, nella dottrina di Parmenide, troppo inoperosi. Messi una volta in azione, eccoli, simili al riccio di Esopo, voler tutta per loro, discacciandone l’antico signore, quella casa ove quasi a stento erano stati accolti. Alcmeone, figlio di Pirito di Crotone, il primo che abbia scritto di cose fisiche7, credette che una sola cosa non bastasse a produrre tutti quanti i fenomeni che il mondo sensibile ci presenta: dunque ne volle molte8. Per buona sorte Alcmeone era saggio, ed inviando i suoi scritti sulla natura delle cose a Brontino, Leone e Badilo, scriveva loro: «Non vi ingannate: scrivendo di cose invisibili ed eterne, io non vi offro che congetture: la scienza l’hanno gli iddii soli»9. Ma, rotto una volta il freno, si corse rapidamente tutta la via delle [p. 6 modifica] sensazioni; e la stessa scuola di Elea, la piú severa seguace della pura ragione, produsse i difensori degli atomi. A questo punto eran giunte le due scuole italiana e greca, quando, nell’etá del nostro maestro, si riunirono, simili a due fiumi che, prima di entrar nel mare, confondono ed il letto e le acque. I sofisti siciliani ci recarono la filosofia dell’Italia, ma informe, corrotta, come ottimo liquore tenuto in vaso giá contaminato, e se ne valsero per opporla a quella di Grecia. Arse lite vastissima, nella quale le parti di chi contradicea non erano né le piú difficili né le meno gloriose. I greci risposero agl’italiani. Sursero degli altri, i quali difesero a vicenda le opinioni or di quelli or di questi. Si ambi la gloria di dialettico acuto, e si perdette ogni criterio di vero. Socrate, simile a Giove che pesa i destini di Ettore e di Achille, sostenne la bilancia tra i due partiti. Dimostrò che i sensi e l’intelletto appartenevano del pari ad un me, ad un solo me; ad un tutto, insomma, le di cui parti era impossibile che non fossero in.armonia. Vinse gli errori de’ sensi, mostrandoli contrari alla ragione; fece tacere le audaci decisioni, non della ragione, ma de’ ragionatori, mostrandone la contradizionc coi sensi. Tutta la dialettica dell’uomo grande poteva ridursi a questo precetto solo: — Non conoscete voi un punto in cui l’intelletto, la fantasia, i sensi siano di accordo tra loro? In quel punto fermatevi : ivi solamente sta il vero ú). — Ma quanto tempo credi tu che stará questa concordia? Quanti giorni sono (ché «giorni» io li chiamo e non «anni»), quanti giorni sono da che Socrate ci ha lasciati a noi stessi? Non ancora i suoi nemici hanno espiato il loro delitto, non ancora gli ateniesi han conosciuto il loro errore; e giá i di lui discepoli hanno obbliate le veritá e turbate e sconvolte le scienze che egli avea insegnate, ed io giá veggo dalla sua dottrina germogliar mille sètte diverse, ed uscirne, siccome dal cavallo di Epeo, mille guerrieri che accenderanno la Grecia di nuovo e piú vasto interminabile incendio. (i) Vedi TAppendice I. [p. 7 modifica]

Vedi come tutti errano nella misura delle cose! Giá Ari* stippo dá troppo ai sensi: tutto ciò, che non può cadere sotto i medesimi, non può esser per lui soggetto di veritá, ed in conseguenza né di bellezza né di bontá. Nascerá dalla sua scuola qualche altro, il quale sosterrá tutto ciò che ci vien dai sensi esser vero; ed allora ogni bellezza ed ogni bontá, la virtú dell’uomo, quella del cittadino, non sará che la conseguenza de’ giudizi de’ sensi nostri (*>. Vedi Euclide di Megara e lo stesso buon Fedone perdersi dietro le forme esterne della ragione, e curar, con una non saprei dire se improba o puerile diligenza, la macchinai disposizione di un sillogismo e di un entimema, quasi in essa stia riposto ogni criterio di vero. Setta di uomini, i quali, invece di filosofia, par che professino bile e che generano nel mondo piú dispute che veritá (*>. Tutti costoro sono d’accordo in una sola cosa, cioè in disprezzar altamente le matematiche, le quali, a coloro i quali di altro non s’occupano che delle loro sensazioni, sono inutili; a quelli che altro fine non propongono agli studi loro che la disputa, nocive. Le matematiche non sono le scienze né del volgo né degl’impostori. In Italia l’antico e lungo costume, gli esempi viventi di Timeo e di Archita conservano ancor caldo l’amore di queste scienze e, collo studio delle medesime, una severitá maggiore di giudizio nell’ammettere le opinioni. Un italiano incominccrá dal dire a se stesso: — Io non debbo prestare alcuna fede ai sensi. Ed alla ragione quanta fede presterò io? Essa, al pari de’ sensi, sta dentro di me; e ciò, che è in me, non è prova di ciò che è fuori di me. — La ragione avea distrutte tutte le opinioni che eran nate dalle sensazioni ; ma, distrutta una volta ^autoritá della ragione, non ritorna ad esistere tutto il mondo (1) La setta di Epicuro non fece che rendere affermativo il criterio del vero, che era negativo nella scuola cirenaica. Vedi l’Appendice I. (2) Diogbnk Lakrzio, in a Euclide et Phoedone\ Brucker; Meinkrs, Istoria della filosofia della Grecia . [p. 8 modifica] sensibile? Prima io diceva: — Non esiste nulla di ciò che vedo; — poi sarò costretto a dire: — Tutto ciò che vedo, che immagino, che ragiono, può esistere. — Io non saprò piú ciò che esiste o non esiste. Come mai potrò conoscere il vero? Lo ricercherò sempre e non lo ritroverò mai. Opporrò a vicenda i sensi alla ragione; la ragione ai sensi; le idee di un uomo a quelle di un altro uomo; le opinioni, i costumi di un popolo ai costumi ed alle opinioni di un altro popolo...; ma, dopo tanti paragoni e tanto esame, confuso tra tante sensazioni, tante idee, tanti costumi, io non potrò dir mai: — Questo è verob). — La dottrina del dubbio nascerá da quella istessa setta appunto, la quale maggior cura par che abbia avuta del vero. E tu, o sublime Senofane, pare che avevi predetto i fati della tua dottrina, dicendo: Niun sa né saprá mai che cosa è il veroW. O che si abusi dunque de’ sensi, o che si abusi della ragione, il male, che ne viene, è sempre gravissimo e sempre lo stesso: la mancanza, cioè, di quelle idee generali nelle quali solamente sta il vero. L’empirico non ha che sensazioni, lo scettico non crede neanche a queste. Senza sensazioni noi non abbiamo idee, e colle sole sensazioni non abbiam veritá. Che potrá asserir mai colui il quale non fa altro che sentire ? Egli potrá ben dire: — Io sento, — ma non mai: — Ciò, che io sento, esiste; — molto meno: — Ciò, che io sento, è di tale o tal altra natura, o dipende da tale o tal altra cagione <3). — La natura e 1’esistenza delle cose non si possono conoscere né dimostrare se non col mezzo di quelle idee generali, che noi formiamo paragonando tra loro le individuali; onde poi abbiamo quegli eterni caratteri, che, applicati alle nostre sen* sazioni, ci mettono a tale da poter dire: — La sensazione è (t) Il pirronismo difatti nacque dalla scuola eleatica. Pirrone, il quale visse poco dopo Platone, era di Elea: LaUktius, in Pyrrhone . (2) La£rtil*s, ibidem. (3) Ricordiamoci che presso gU antichi italiani il vero non era altro che il fatto. [p. 9 modifica] vera o falsa; la cosa c di tale o di tal altra natura; viene da tale o da tal altra cagione. — Insomma, parmi che la sensazione sia tutta dentro di noi stessi: ci trasportiamo fuori di noi pel mezzo del giudizio e della ragione; ma non possiamo né giudicare né ragionare senza aver idee universali <*>. Verrá un tempo, o Critone, in cui i filosofi non s’intenderanno piú. Si dimanderá a colui il quale crede solo alle sue sensazioni: — Quanto è grande il sole? — e ti risponderá: — Un piede, o poco piú, o poco meno — A colui che dubita di tutto, si dimanderá chi mai abbia il primo insegnata quella dottrina; ed egli ti risponderá: — Noi siam chiamati — per esempio — critoniani, ma a torto; imperciocché chi sa se Critone realmente vi sia stato ?<3). — Non importa nulla che i filosofi disputino, ma importa moltissimo che la filosofia non si estingua. Una disputa di poche oré eccita gli animi; se dura un secolo, li annoia, li stanca, li illanguidisce. La filosofia passerá dai greci agli altri popoli, ma come passa, nel nostro corso delle lampadi (4), da una mano all’altra una face giá vicina a spegnersi; il moto par che le dia una nuova vita, e splende, ma per un momento, di una fiamma passaggiera. Mal si coltiva una filosofia che non è propria. Si occuperanno allora gli uomini piú delle conseguenze che de’ principi della dottrina de’ loro maestri; ne ammireranno piú i nomi che gli argomenti; e saranno perciò meno dotti e piú creduli. Nulla vi è che induca tanto potentemente gli uomini alla superstizione, quanto il desiderio di sapere, unito alla indolenza di ricercare; l’ignoranza delle cose, unita all’ammirazione degli uomini. Intanto una setta di filosofi meno fantasiosa riderá della stolta ammirazione del maggior numero, e riporrá sua gloria nella libertá di pensare; non giurerá nelle parole di (1) Tale è la dottrina di Platone sulle idee. Vedi l’Appendice I. ( 2 ) Questa era la dottrina degli epicurei. Plutarco, De placitis; Cicbronr, De finibus , 1 . Vedi l’Appendice I. (3) Risposta degli scettici, i quali non soffrivano d’esser chiamati pirronisti. Diogknks La Rari us, in Py*-rhone. ( 4 ) Una festa di Atene. Vedi Mkursius. [p. 10 modifica] 1 IO PLATONE IN ITALIA nessun maestro, ma sceglierá da ciascuno quella parte di dottrina che crederá vera. Questi si diranno conservatori della sana filosofia, e ne saranno i veri distruttori, perché per essi la filosofia diventerá una storia d). Lo smodato amor de’ sistemi corrompe la filosofia, ma distrugge ogni filosofia lo stolto disprezzo de’ medesimi. Tolto il nesso tra le idee, si potranno sapere i fatti, ma non mai le cagioni de’ fatti. Ed allora, io 10 ripeto, la filosofia si estinguerá. Né dai funesti effetti di tutte queste vicende della filosofia andrá immune la morale degli uomini e delle cittá. Non si può non errare nella ricerca e nella definizione del buono, quando si erra nella definizione del vero; e non vi è né morale privata né pubblica, ove le idee del buono sian false* 2 ). La famiglia e la cittá sono un tale edificio, che la minima parte de’ materiali, onde è composto, vien somministrata da’sensi; non piccola è somministrata dalia fantasia; la massima è quella che fornisce la ragione. Vedi lo scettico? Egli dubiterá se abbia una patria, se abbia de’ doveri. Puoi tu credere che possa amar quella e praticar questi ? Altri, non scettici, ma, per sciagura maggiore del genere umano, troppo fecondi, caparbi e feroci dogmatici, tutta la pubblica salute metteranno nella cognizione di alcune idee che essi soli comprendono, nell’esercizio di alcune azioni che tutti posson trascurare, nella pronunzia di alcune parole che non intende nessuno. Rassomiglieranno al nostro popolaccio di Atene, 11 quale ha imparato una volta la parola «tiranno», ed oggi ogni azione, che non gli va a grado, chiama «tirannica». Se tu vai a comprar del pesce, e ti lagni perché non sia buono: — Ecco — grida — ecco un uomo che vuol mangiar pesci tirannici! — Se chiedi porri ed essi ti offrono cipolle, e tu insisti (1) Pare che Platone abbia quasi vaticinata la filosofia di Alessandria ed in parte anche di Roma. Pedanteria di sette, furor di pedanteria, credulitá, superstizione e filosofia teurgica, ecletticismo... Sarebbe mai questa la storia di tutte le filosofie? (2) Cicerone, De finí bus . [p. 11 modifica]

XXXVII - FILOSOFIA ITALIANA E GRECA II « perché vuoi porri, ti dicono: — Sei tu forse un tiranno? vuoi tu ruinar la patria? — La metafisica e la gramatica, trascurate, diventano spesso le piú nocive pesti di una cittá. Vedi Antistene e Diogene? T’incominciano a dire: — Questo è un bisogno di ragione, — e la ragione può ben insegnar ciò che è comodo, ma non ciò che è necessario; — Questo altro è un bisogno della fantasia, — e questa che altro può immaginare che lusso? Per tal modo, anatomizzando l’uomo, distraggono il cittadino: gli tolgono i bisogni di vestire, di abitare, di coltivar la terra, gli vietano i piaceri che provengono dall’utile industria; ed allora qual uomo vorrá piú soffrire la pena di abitare una cittá? Una ventina di Antisteni, purché deponessero quel sudicio mantellaccio, dai buchi del quale traspare l’interna superbia ò), non sarebbero inutili in una cittá per ritardarvi la corruzione. Ma il troppo gran numero indica che la corruzione è giunta all’estremo o manca poco a giugnervi. Ciò, che è superiore alla natura, non può, senza estrema corruzione, diventar naturale. Vedi finalmente Aristippo ed i suoi discepoli, e tra gl’italiani Ipparco di Reggio ( 2 \ che rassomiglia ad Aristippo, ma che qui non ha avuto gran numero di seguaci. Gl’iddii diano tali uomini ai nemici della nostra patria ! te>. Uomini i quali non hanno altro criterio di vero che i sensi; non altra esistenza conoscon che la sua; non altro bene che in sé; non altri doveri che per sé. Un uomo simile può essere il migliore cittadino di una cittá corrotta che non voglia guarirsi, ma è il pessimo di una cittá buona che non voglia corrompersi. Vedi, o buon Critone, i mali da’ quali siamo minacciati? Ed ecco perché io ho tentato e tento sempre di fortificar la mente de’greci cogli eccellenti antichi metodi degl’italiani. Ed ora sprono il nostro giovine Cleobolo, che è con me, a dar (1) Gli stoici non differivano dai cinici per altro che pel pallio. È un’osservazione antichissima. Vedi Bruckf.r. (2) Grimaldi, voi. il (3) «< Errorem hostibus illuni». [p. 12 modifica] opera a questa virile ed utile filosofia, e mi compiaccio de’ progressi che l’ingenuo giovine fa nelle vie della vera sapienza. Egli ascolta tutti con docilitá, registra con attenzione tutto ciò che ascolta; i grandi uomini, che son qui, gli riempiono la mente di utili idee; i giovani suoi compagni di etá esercitano colle dispute la di lui ragione. Ti prego di congratulartene in mio nome colla di lui madre. Ben so che in Grecia molti mi accusano, quasi io abbia corrotta la semplice e popolare filosofia di Socrate colle astruse meditazioni di Timeo e di Parmenide (*>. Ma deh ! perché mai non sono io nato in etá e tra uomini i quali non avessero bisogno di tali aiuti? La veritá è una ed è necessaria. Che importa che venga da Socrate, da Parmenide, da Eraclito? Da chiunque venga, appartien sempre a Dio. Che importa che si ripeta sempre, e sempre in modi diversi? Bisogna ripeterla sempre, finché gli uomini la intendano e (che è piú difficile) l’amino; bisogna ripeterla in tutti i modi, perché tutti debbono amarla: tutti han diritto ad intenderla, e non tutti possono comprenderla, insegnata allo stesso modo. (i) Accusa data a Platone. Vedi Brucker.

  1. Laërtius, in Eraclito
  2. Aristotele, Metaphysica.
  3. Plutarco, Quaestiones Platonicae.
  4. Platone, Epinomis.
  5. Questi è Teodoro cireneo, pittagorico, espulso dall’ordine, maestro in Grecia di geometria, amico di Socrate, nominato più volte ne’ Dialoghi di Platone, e specialmente nel Teeteto. Vedi Fabricius, Bibliotheca Graeca, vol. i.
  6. Aristotele, Metaphysica.
  7. Laërtius, in Alcmeone.
  8. Idem, ibidem.
  9. Idem, ibidem.