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[p. 145 modifica] forse spesso passano per coraggiosi, sono i piú vigliacchi che mai, giacché non sanno sostenere non solo la realtà ma neppur l’idea dell’avversità, e quando hanno sentore di qualche disgrazia che loro sovrasti o sia accaduta, subito corrono col pensiero, ad arroccarsi e trincerarsi e chiudersi e incatenacciarsi poltronescamente in dire fra se che non sarà nulla. Onde si vede alla prova delle evidenti disgrazie, come sieno codardi e si disperino, e dieno in frenesie e smanie da femminucce con urli pianti preghiere; tutte cose vedute e notate effettivamente da me in uno di cui ho e naturalmente doveva avere una gran pratica, del quale per l’altra parte è un perfettissimo e appropriatissimo ritratto quello che ho detto di sopra. Del resto è cosa pur troppo evidente che l’uomo inclina a dissimularsi il male e a nasconderlo a se stesso come può meglio; onde è nota l’εὐφημία degli antichi greci che nominavano le cose dispiacevoli τὰ δεινὰ con nomi atti a nascondere o dissimulare questo dispiacevole, (del che vedi Elladio appo il Meursio), la qual cosa certo non faceano solamente per cagione del mal augurio. E anche in italiano si dice, se Dio facesse altro di me, per dire, s’io morissi, (vedi la Crusca in Altro), e in latino in questo istesso caso, si quid humanum paterer, mihi accideret etc. e cosí in cento altri casi.


*   Un argomento chiaro di quanto poco i greci studiassero il latino cosí assolutamente, come in particolare rispetto a quello che i latini studiavano il greco, è quello che dicono Plutarco nel principio del [p. 146 modifica]Demostene e Longino dove parla di Cicerone quando i latini scrittori, senza nessunissima esitazione nata dall’esser di diversa lingua, parlavano e giudicavano degli scrittori greci.


*   Anche in nostra lingua le mutazioni della pronunzia latina ec. hanno guasto parecchie parole, come da raucus espressivissima del suono che significa, roco, che perde quasi tutta l’espressione.


*   L’infelicità nostra è una prova della nostra immortalità, considerandola per questo verso che i bruti e in certo modo tutti gli esseri della natura possono esser felici e sono, noi soli non siamo né possiamo. Ora è cosa evidente che in tutto il nostro globo la cosa piú nobile e che è padrona del resto, anzi quello a cui servizio pare a mille segni incontrastabili che sia fatto non dico il mondo ma certo la terra è l’uomo. E quindi è contro le leggi costanti che possiamo notare osservate dalla natura che l’essere principale non possa godere la perfezione del suo essere ch’è la felicità, senza la quale anzi è grave l’istesso essere cioè esistere, mentre i subalterni e senza paragone di minor pregio possono tutto ciò, e lo conseguono, il che è chiaro a mille segni; e per le ragioni ancora indicate in un altro pensiero.


*   La costanza dei trecento alle Termopile, e in particolare di quei due che Leonida voleva salvare e non consentirono ma vollero evidentemente morire, come anche la solita gioia delle madri o padri Spartani (ma è piú notabile delle madri) in sentire i loro figliuoli morti per la patria, è similissima anzi egualissima a quella dei martiri e in particolare di quelli che potendo fuggire il martirio non vollero assolutamente, desiderandolo come gli spartani desideravan [p. 147 modifica]di cuore di morire per la patria. E un esempio recente di un martire che potendo fuggir la morte, non volle, si può vedere nel Bartoli, Missione al gran Mogol. E la stessa applicazione