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     Ben ti conosce il cor, ch’egro, e turbato
     Langue, e a te ricongiunto esser vorria.
Ma il Ciel non volle, che io superbo andassi
     10Di mia gran sorte in te vivendo, e poi
     Te far men bella perchè in me ti stassi,
Quinci divisi ei volse ambidue noi,
     Perch’io quanto in me manca in te mirassi
     E tu scorgessi in me quanto tu puoi.


XVIII.1


In van resisti: un saldo core e fido
     Tu vanti in vano; e sia pur ghiaccio o smalto,
     Renditi alle mie voglie, o qui t’uccido:
     Disse Tarquinio colla spada in alto.
5Nè sola te, ma te col servo ancido,
     E poi dirò, che in amoroso assalto
     Ambo vi colsi: alzò la Donna un grido:
     Giove! . . ma non udia Giove dall’alto.
Ella dopo il fatale aspro periglio,
     10Che fè? si uccise, e nel suo sangue involta
     Spirò, ma con improvvido consiglio.
Rendersi al fallo e poi morir non basta:
     Pria morir, che peccar: incauta, e stolta!
     Ebbe in pregio il parer, non l’esser casta.


XIX.


O Violetta bella, che ti stai
     Tra foglia e foglia infra la molle erbetta,
     E il suol d’odori e l’aere empiendo vai,
     Vaga gentil vezzosa violetta;
5Sul margo a un sì bel rivo io so che fai:
     Sorta è già l’Alba, il Sol da te s’aspetta,
     Ma non già quel che in Cielo, il carro affretta;
     L’altro mio Sol, che il Sol vince d’assai.
Deh! quand’egli verrà, cortese fiore,

  1. Si biasima il fatto di Lugrezia.