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APOSTOLO ZENO.


I


Donna, s’avvien giammai, che rime io scriva
     Non indegne del vostro almo sembiante,
     In me da quelle luci oneste e sante,
     Fonti d’amore, il gran poter deriva.
5S’alza il basso mio stile u’ non ardiva
     Senza il vostro favor salire avante:
     Tal di Febo in virtù vil nebbia errante.
     Talor lassuso a farsi stella arriva:
Leggo in voi ciò che penso; e quasi fiume,
     10Che dalla fonte abbia dolci acque, e chiare,
     Le mie rime han da voi dolcezza, e lume.
E se impura amarezza entro vi appare
     Dal mio cuor, non da voi, pendon costume,
     Che in voi son dolci, ed in me fansi amare.


II


Donna stà il mio pensier fisso in voi sola,
     E in voi sola il pensier trova il suo bene;
     Dietro l’orme di lui l’alma sen vola,
     Nè di me più sicura o le sovviene.
5Io no attendo il ritorno, e mi consola
     Del suo tardo venir la dubbia spene;
     Pur qual volta un mio cenno a voi la invola
     Vendica il torto suo colle mie pene.
Stanco alfin di soffrir mali sì immensi
     10La torno in libertà: la sua partita
     Non toglie il duol, ma solo opprime i sensi.
Temo di richiamarla allor, ch’è gita;
     E così mi convien, che per voi pensi
     A restar senza pace, o senza vita.


F I N E.