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XXXXIII

     La baldanza e l’ardimento:
     Tal però non è disdegno,
     Nè rigor, ma solo è segno,
     Che vorrian ristretto un cuore
     112Fra speranza e fra timore.
Neri crin, s’ultimi andate
     Fra le lodi, e ’l canto mio,
     Non è già, perchè voi siate
     Meno cari al mio desìo.
     So, ch’il biondo è bel, ma poi
     Anche il nero ha i pregi suoi;
     Belle sono in Ciel le Stelle,
     120Perchè l’ombre le fan belle.
Non v’è crin, che non diffonda
     Quel fulgor, che all’òr simiglia,
     Talchè treccia aurata, e bionda,
     Più non reca maraviglia:
     Bianco volto, e capei bruni
     Non son fregi sì comuni:
     E quaggiù quanto bellezza
     128ara e più, vie più s’apprezza.
Non fu già vanto volgare
     Della Giovane Amiclèa
     Bruna chioma, ch’alle rare
     Sue bellezze aggiunta avea:
     Con quei crini Amor più forte
     Formò i nodi a sue ritorte:
     E veder ne fè le pruove,
     136Quando prese, e avvinse Giove.
Ma tu bevi, e a me che roco
     Già son fatto, più non pensi!
     Di quell’altro or dammi un poco,
     Che stillar l’uve Cretensi:
     Vuo’ veder se sia bastante
     Quell’ambrifoco spumante
     A far sì, ch’io poi senz’ale
     144Spieghi un volo alto immortale.