Pagina:Zappi, Maratti - Rime I.pdf/469


421

XIII


Mietitor, ehe alla falce agresto, e dura,
     Incallita ha la mano, e alle fatiche,
     Quando dal biondeggiar dell’auree spiche.
     Spera di coglier messe ampia, e matura
5Se gravida di nembi alzarsi oscura
     Nube ei rimira in sulle piagge apriche,
     Che seiolta in fredde grandini nemiche
     De’ suoi sudori il guiderdon gli fura:
Vinto dal duol, gettando il ferro, e tutto
     10Empiendo il Ciel di duro alto lamento,
     Parte cruccioso, e non con occhio asciutto.
Tal dolermi degg’io, che in gran tormento
     Vissi fin’ora; e so per cui: ma il frutto
     Di mie speranze ir veggio sparso al vento.


XIV


Aura gentil, se mai d’amor talento
     T’accese il sen per vago agreste Nume,
     Spiega cortese or le veloci piume
     Ove dimora il dolce mio tromento.
5Ben tu puoi ravvisarla al portamento
     Piucchè mortale, al folgorar del lume,
     Al saggio, onesto, angelico costume,
     A i neri crini, all’amoroso accento.
E in batter l’ali intorno a lei per giuoco
     10Dille, che così fieri in me non schocchi
     Dell’ira i dardi, e che a pietà dia loco.
Ma guarda, che mia sorte a te non tocchi,
     Ne’ dì fresch’Aura ella ti cangi in fuoco:
     Non sai qual muove ardor da que’ begli occhi.


XV


Spesso Ragion cura di me si prende,
     E in parlar dolce, ed in sembiante amico
     Al cuor mi dice: Ah scuoti omai l’antico
     Giogo d’Amor, che scherno altrui ti rende,
5Indi addita al pensier quali a noi tende
     Insidie, e lacci il lusinghier nimico,