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E l’Uom pur fora in servitù primiera;
     Che degna Madre di sì degna Prole
     Qual mai stata sarìa, s’ella non era?


V


Ecco dell’uman germe e pura e bella
     La prima coppia allor, che vide il giorno:
     Quanta luce immortal di Lui, che fella,
     Le siede in fronte e le fiammeggia intorno!
5Ecco poi l’infelice, a Dio rubella,
     Già volge il tergo al suo nato soggiorno;
     Ahi più quella non sembra, e pure è quella;
     Tale il fallo v’impresse orrore e scorno.
Oh qual’opra, in cui diè spirto al colore
     10L’Italo Apelle, e ’l mosse incontro agli anni,
     M’apre scena or di gioia, or di dolore!
L’Uom com’era innocente, e senza affanni,
     Scorgo espresso in quei raggi, e in quell’orrore
     Tutti ravviso della colpa i danni.


VI


Dal cieco Amor, che sovra ogn’arte maga
     Incanta i sensi, e cuopre al Ver la faccia,
     Tre lustri ha, ch’io mi tolsi, e vado in traccia
     Di più salda beltà, che l’Alma appaga.
5Pur ei la mente accorta, e d’altro or vaga,
     Sovente assale, e ’l buon desire agghiaccia;
     E, perchè il finto suo piacer le piaccia,
     L’orror nasconde dell’antica piaga.
Ah! che giurò quel fier nimico ed empio
     10Veder mie, forze di sua man disfatte,
     E altrui me far del suo potere esempio.
Ma se in vil ozio egl’i men forti abbatte,
     Segua il suo stile; io sosterrò lo scempio:
     Che si dee coronar sol chi combatte.


VII


Vede l’Alba che sorge, e si consola
     Vago augellin; dal bosco indi se n’esse
     E al Sol, che l’ombre agli alti poggi invola,