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E disse il guardo tuo segua il mio strale.
     Scoccò, ferimmi, e il sangue, ond’ei mi tinse,
     Fè a lei noto il mio volto, ed il mio male.


VII


Quel dì, che tua mercè, cortese Amore,
     Pur c’incontrammo e Cintia ed io soletti,
     I miei caldi pensier nel cuor ristretti
     Già tra lor si premean per uscir fuore.
5Ma il girar de’ bei rai, col suo fulgore
     Ruppe a mezzo il cammin sul labbro i detti,
     Sicchè la piena de’ commossi affetti
     Tornommi indietro a ricader sul cuore.
Ammutoli, tremai. Tanto più intese
     10Ella quanto io men dissi, e lieta in viso.
     La gloria sua nel mio timor comprese.
Poi volta a me con placido sorriso,
     La bella man mi porse. Oh Amor cortese,
     Muto a tempo mi festi; or lo ravviso.


VIII


La mia bella Avversaria un dì citai
     Del Monarca de’ cuori al tribunale;
     E a lei, quando comparve, io domandai,
     O il mio cuore, o al mio cuor mercede eguale.
5Chi te ’l niega? di lui nulla mi cale,
     Rispos’ella, volgendo irati i rai,
     Indi a terra il gettò mal concio, e tale
     Che più quel non parea, che a lei donai.
Allora io del mio cuor lacero e guasto
     10I danni protestai, ma il giusto Amore
     Che mal soffrìa di quell’altera il fasto,
Pensò; poi disse: Olà, che si ristore
     De’ suoi danni costui senza contrasto:
     Donna, in vece dagli il tuo cuore.


IX


L’Amar non si divieta. Alma ben nata
     Nata è sol per amar, ma degno oggetto
     Ella però, pria che da lei sia eletto,