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     Che non vede in altrui la sua tempesta.
Ma che? quell’altre tavole minute,
     10Rotta l’antenna, e poi smarrito il polo,
     Vedrem tutte ad un soffio andar perdute.
Italia, Italia mia questo è il mio duolo;
     Allor siam giunti a disperar salute
     Quando pensa ciascun di campar solo.


II


Io grido, e griderò, finchè mi senta
     L’Adria, il Tebro, il Tirren, l’Arno, ’l Tesino,
     E chi primo udirà, scuota il Vicino,
     Ch’è periglio comun quel, che si tenta.
5Non val, che Italia a’ piedi altrui si penta,
     E obblìando, il valor, pianga il destino;
     Troppo innamora il bel terren Latino,
     E in desìo di regnar pietate è spenta.
Invan con occhi molli, e guance smorte
     10Chiede perdon; che il suo nimico audace
     Non vuole il suo dolor, ma la sua morte.
Piaccia, il soffrire a chi ’l pugnar non piace:
     È stolto orgoglio in così debil sorte
     Non voler guerra, e non soffrir la pace.


III


Poco mi resta, è ver, da solcar l’onda,
     Che dovrìa farmi al navigar più franco,
     E pur m’affligge il non saper pur anco
     D’uscire in gola al mare, o in lieta sponda.
5Tempo più che mai fiero or mi circonda,
     E benchè fra tempeste il crine ho bianco,
     Già più saggio non son, ma son più stanco,
     senz’armi, e consiglio il legno affonda.
Fu il mio cammin sì mal guidato, e torto,
     10Che senza miglior guida io temer deggio
     Di finir nello scoglio, e non nel porto.
Ben del corso affannoso al fin mi veggio;
     Ma non so per qual meta. Ahi qual conforto
     Finire un mal con paventarne un peggio!