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E dir sembrava al suo Signor rivolto:
     Degno è ben anco di regnar quel Prode,
     Giudice Te, ma duo, non cape il Soglio.


XIV


Soli, se non che amor venìa con noi,
     Fillide, ed io riconduceam le agnelle,
     Ambo mirando per piacer le stelle,
     Ella nel Cielo, ed io negli occhi suoi.
5Mira, le dissi, e se veder tu vuoi
     Meraviglie quaggiù maggior di quelle,
     Mira negl’occhi miei tue luci belle,
     E le luci del Ciel negl’occhi tuoi.
Rispose allor la semplicetta Fille:
     10Ben mi posso specchiar nel vicino Rio
     Vie più seren di queste tue pupille.
Senz’altre onde cercare, allor diss’io,
     Sciolte le luci in lacrimose stille,
     Specchiati, o cruda, almen nel pianto mio.


XV


Quando la sera su ’l tranquillo Mare
     Soavemente l’aura increspa l’onda,
     Sparsa la chioma al vento umida, e bionda,
     Sorger suol Galatea dall’acque chiare.
5Appena un dì l’orme leggiadre, e care
     Portò su ’l lido, ove la spuna inonda,
     Carco l’irsuto crin d’orribil fronda,
     Tra folte gregge Polifemo appare.
Mille agnelletti in questa falda pasco,
     10Ed ho cento vitelle ancor di latte
     Di là dal Monte, ove l’armento mugge.
Tutto ti dono, e in povertà non casco,
     Ninfa gentil, se le tue labbra intatte....
     Volea più dir, ma Galatea sen fugge.


XVI


Sovra il negro del Mare orrido smalto
     Chiamò Fortuna le tartaree ancelle,
     Co i nembi al fianco, e colle ree proselle