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     Uom me le membra imitator de l’Alpe.
5O ch’ apra il Sol l’oriental finestra,
     O che s’appiatti là di retro a Calpe,
     O ch’io vada, o ch’io seggia, Amor la destra
     Arma di spiedo, e ’l cor mi lima e scalpe.
Quindi il mio ciglio che splendea sì lustro,
     10Fatt’è per Galatea nubilo e fosco
     Perpetuamente o sia caligo, o lustro.
Il mar, le rive, la montagna e ’l bosco
     Fann’eco al pianto mio, già cade un lustro,
     E l’Empia dice ancor: non lo conosco.


X


Quel nappo, o Galatea, che a me dal collo
     Pende l’està quando le biade io falcio,
     Sculto è d’intorno da man greca, ed hollo
     Tolto ad un Fauno, che schiantommi un salcio.
5Di qua dorme Sileno ebbro e satollo,
     Avvolto al crin di torta vita un tralcio:
     Di là stanno le Muse, ed evvi Apollo,
     Evvi il Caval che diede acqua col calcio.
Poichè da te grata mercè non haggio,
     10A Foloe il serbo, a Foloe graziosa
     Dal capel riccio, e di color di tufo.
Sì dalla nicchia di un petron selvaggio
     Cantò il Gigante, e fu leggiadra cosa,
     Che per la Ninfa gli rispose il Gufo.


XI


Agresti Dii, sù quest’opaco altare,
     Che v’alzò de’ Pastor divota cura,
     Con la sua destra Coridone, e giura,
     Che non vuol più l’empia Selvaggia amare,
5Qui le mie labbra, più che assenzio amare
     Pel rio velen di quella bocca impura,
     Lavo con l’onda del bel Fiume pura,
     Perchè sen porti ogni mia colpa al Mare.
O Pastorelli, col coltel radete
     10L’ingrato nome scritto di mia mano