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XI

caia, d’un Girolamo Gigli, e di tanti altri ch’io lascio di raccontare per non fare una lunga istoria: conservando fra i molti più lunga la confidenza ed amicizia coll’abbate Giuseppe Paolucci e col sudetto arciprete Gio. Mario Crescimbeni.

Ma, siccome l’umane cose a vicende o a cambiamento o ad altra Divina irreparabile disposizione soggette sono, non potè lungamente il nostro Zappi nè del bene che si procacciò col suo virtuoso talento, nè raccogliere il frutto di quelle speranze che aveva promesso la corte di Roma: poichè nell’età ancor fresca d’anni cinquantadue assalito da una leggiera malattia, che trascuratamente curata divenne mortale, finì di vivere in Roma lì 30 luglio del 1719 e fu sepolto nella Chiesa di S. Maria degli Angioli de’ P. P. Certosini, avendo lasciato dopo di se un figliuolo di tenera età, e d’indole non dissimile a’ suoi genitori. Tralascio qui (per non tessere un lungo catalogo) di nominare i primi letterati d’Europa, che avendo avuta occasione di trattare e carteggiar seco, hanno dimostrato il loro più sensibile dispiacimento della sua morte per mezzo de’ loro funebri componimenti, come prontamente la nostra Arcadia sua diletta ed obbligata per più titoli, (e massime per essere stata difesa e sostenuta, allorchè temeva di perdersi nelle note scissure insorte) non mancò di palesare e col pianto e con le rime quel dolore, che per la perdita del loro amato collega e compastore aveva concepito: osservandosi fra gli altri nelli due seguenti componimenti latini, il primo di Michel Giuseppe Morei, detto fra gli Arcadi Mireo Roffeatico in una Elegia dedicata a monsignor Nicolò Forteguerri; ed il secondo di Claudio Stampa in un’egloga dedicata all’abbate Francesco Cavoni, da cui fu altresì teneramente compianto.