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GIACOMO CANTI.


I


Serio voler di crude stelle irate
     Mi toglie a forza al dolce suol natìo,
     Non siete voi, che lagrimar mi fate,
     Pastori amici, ch’or lasciar degg’io:
5Nè queste piagge sì fiorite e grate,
     Nè il caro armento, e il fresco ombroso rio:
     Sol cagioni del mio duol sono l’amate
     Luci leggiadre del bell’Idol mio.
Che se lontan da lor fia pur, ch’io viva,
     10Spingami il mio destino ovunque vuole,
     Troverò ciò che perdo, in altra riva.
Ma voi pupille del mio vago Sole,
     S’iniquo Ciel de’ vostri rai mi priva,
     Dove più troverò, se siete sole?


II


O Pastorella che su verde riva
     Siedi sol di te paga, e fuggi Amore,
     Chinando gl’occhi sdegnosetta, e schiva,
     Se a te volge lo sguardo alcun pastore;
5Cangia, cangia pensiero e nel tuo core
     Amor ricevi, e il suo bel foco avviva:
     Andrai, se provi sì gentile ardore,
     Piangendo il tempo, che ne fosti priva
Ama ogni pianta; ne’ più folti, e densi
     10Boschi ogni fera, e ’n Cielo ama ogni stella,
     E sola senz’amar viver tu pensi?
Cangia, cangia pensiero, o pastorella
     Folle, non sai, com’a te mal conviensi
     L’esser priva d’amore, e l’esser bella?


III


Odo talor da chi passarmi vede
     Col viso smorto, e gl’occhi mesti, e bassi,