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362 annie vivanti


Bemolle stringeva i denti e non parlava. Sedeva nel treno rimpetto a Nancy e ad Anne-Marie, e le guardava; guardava la piccola (che sonnecchiava colla testa poggiata al braccio di sua madre) e grandi lagrime si adunavano nei suoi fedeli occhi neri, s’indugiavano, e cadevano, perdendosi nei mesti baffi bruni che gli spiovevano sulla bocca come quelli di una foca.

L’impresario viaggiava con loro, leggendo i giornali e soffiando nelle loro faccie il fumo delle sue sigarette; poi si addormentava colle mani in tasca, le lunghe gambe stese traverso lo scompartimento, e la bocca aperta.

Bemolle lo guardava, covando foschi pensieri. I suoi buoni occhi di cane fedele vagavano con espressione feroce dalla bocca aperta del dormente impresario alla sua bionda barba a punta, e si attardavano lungamente sul suo gilet infiorato, come cercando un posto adatto...

Durante i concerti l’impresario era onnipresente: girava in su e in giù per la sala e per i corridoi; lo si vedeva da per tutto, colle mani in tasca e la sigaretta in bocca. Negli intervalli tra i pezzi veniva a sedersi nella stanza degli artisti, e s’intratteneva con tutti quelli che venivano per vedere Anne-Marie. Indovinava i giornalisti col fiuto di un cane da caccia; e narrava loro fantastiche e inverosimili leggende sul conto della piccina, che facevano arrossire Nancy fino alle lagrime. Essa lo udiva parlare con tutti: coi musicisti entusiasti, colle signore commosse che venivano ad abbracciare la bambina; e a tutti Nancy lo udiva raccontare gli stravaganti aneddoti, sempre uguali, che la facevano piangere di mortificazione. Sì, era lui che aveva scoperto questa bambina: l’aveva udita a quattro anni suonare al pianoforte i valzer di Chopin. A cinque anni, essa e il fratellino, avevano preso una vecchia scatola di legno che aveva contenuto dei fichi secchi e ne avevano fabbricato un violino. L’anno