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il castello sforzesco di milano

angolo nord della corte ducale, e ponticella di lodovico il moro: Opera di Bramante, restaurata nel 1903. ducale, Galeazzo Maria si ritirava nella “camera pincta a colombe in campo rosso„: e prima che calasse la notte il Duca si divertì a far volare dei falconi. L’indomani, recatosi alla basilica di S. Stefano per udirvi la messa, cadeva sulla soglia del tempio, sotto i colpi dei congiurati Lampugnano, Olgiato e Visconti.

Fra le continue ansie, i sospetti e le insidie, si svolge la vita famigliare in sèguito alla morte di Galeazzo Maria Sforza. La vedova Bona di Savoia, in nome del figlio minorenne Giovanni Galeazzo, si affrettò a rinforzare la Rocchetta, di cui era castellano Filippo degli Eustachi, il quale aveva ricevuto, come già si disse, in custodia la Rocchetta, col giuramento di non cederla che a Giovanni Galeazzo quando questi fosse maggiorenne: ma Lodovico il Moro — allontanato dal Castello per opera del segretario ducale Cicco Simonetta, che nell’ambizione del Moro aveva intravveduto una minaccia per la trasmissione del ducato al figlio di Galeazzo Maria — riuscì ad introdursi segretamente nel Castello, ed a disarmare le diffidenze di Bona; e tolto di mezzo l’ostacolo del Simonetta, da lui fatto arrestare assieme al fratello Giovanni, e tradurre al Castello di Pavia in carretta di ferro, seppe con nuovi intrighi indurre la duchessa a dichiarare ribelle il castellano della Rocchetta perchè non voleva riconoscere l’autorità di Bona: dopo di che riuscì a condurre a termine il suo piano, ottenendo che il figlioletto Giovanni Galeazzo, distaccato di


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