Pagina:Tragedie di Euripide (Romagnoli) II.djvu/136


ALCESTI 133


senza pianto, né gemito: né il vago
viso turbava l’imminente fine.
Entrò quindi nel talamo, sul letto
nuziale; e qui pianse, e favellò.
«Letto che avesti il fior della mia vita,
addio: non t’odio io, no, sebbene muoio
solo per te: per non tradir lo sposo
e te, muoio. Sarai d’un’altra donna,
non piú casta di me: piú fortunata».
E su vi cade; e lo bacia; e d’un fiotto
di lagrime la coltre è molle tutta.
Or, poi che sazia fu del pianto lungo,
si stacca dalle coltri, e s’allontana.
Ma nel l’uscir dal talamo, si volge
piú volte; e sovra il letto ancor si gitta.
Stretti alle vesti della madre, i figli
piangeano. In braccio essa li prese: e già
moribonda, baciava or l’uno or l’altra.
Tutti i servi piangean nella dimora,
per la pietà della regina. Ed essa
tese a tutti la destra. E niuno v’era
umil cosí, che a lui non favellasse,
che a lei non rispondesse. Ecco che avviene
nella casa d’Admeto. Oh, s’egli fosse
morto, non piú sarebbe. Ma, scampato,
tale è il suo duol, che non avrà mai fine.

primo corifeo

Di sí nobile sposa andare privo!
Certo, per questo male Admeto piange.