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I Mille 45


E ve n’erano che avevano concepito il pensiero di andar laggiù per un ricordo di scuola di qualche anno addietro: un luogo dell’Odissea e dell’Eneide; o il racconto letto in Plutarco della libertà data dai Siracusani ai prigionieri ateniesi, solo per averli sentiti cantare i cori di Euripide; o un episodio della guerra servile dei tempi romani. E v’era chi più che delle cose antiche era pieno delle recenti, per aver letto nella storia del Colletta i supplizi del Caracciolo e della Sanfelice, o la fine della repubblica Partenopea nel 1799.

Altri ancora s’era inebriato dei canti popolari siculi, uditi nella melodia viva di qualche volontario siciliano conosciuto l’anno avanti nei Cacciatori delle Alpi. Ve n’era fin uno, e lo narrava, che aveva avuto la spinta a quel passo da un fatto da nulla, ma che sul suo cuore aveva potuto più che la scuola e che i libri. Un giorno di luglio dell’anno avanti, stando egli in Brescia alla porta di uno degli ospedali zeppi ancora dei feriti di Solferino e di San Martino, aveva veduto fermarsi un carro di casse d’aranci e di filacciche e di bende. Venivano dalle donne di Palermo! O santa carità della patria! Dunque in quella terra lontana si pensava a chi pativa per tutti? E aveva anche inteso dire dai medici che quelle cose erano uscite dall’isola trafugate, perchè la polizia di laggiù, guai! Dunque c’era in Italia una tirannide più cruda di quella dell’Austria? Ed egli aveva fatto voto di andare a dar la sua vita laggiù, se mai fosse venuta l’ora di levar quella tirannide dal mondo.